Ucraina verso l’instabilità permanente

Se non ci fosse stata la benedizione delle telecamere, probabilmente la rivolta d’Ucraina sarebbe passata silenzio al pari di altre crisi dimenticate in altri angoli del mondo. Peccato che le immagini di scontri e tensioni provenienti da Kiev non restituiscano che un’immagine parziale della realtà, se non addirittura distorta per ragioni che vanno dal calcolo politico alla pura e semplice buona fede.

Lo scorso 21 novembre, la decisione del presidente Yanukovich di non firmare l’Accordo di Associazione con la Ue aveva aveva pacificamente portato nelle strade decine migliaia di ucraini, in una serie di manifestazioni ripetutesi ogni domenica per otto settimane. Due mesi dopo, il 20 gennaio, la piazza è esplosa. O perlomeno la sua componente più radicale e nazionalista: sono comparsi vari gruppi quali Pravi Sektor, Cun (Congresso nazionalisti ucraini), Stepan Bandera Trident e Patrioti ucraini, tutte formazioni più votate allo scontro fine a se stesso che non al dialogo costruttivo.  Il loro obiettivo dichiarato non è l’integrazione europea – di cui ormai non parla più nessuno – ma la “rivoluzione nazionale”. Nel giro di pochi giorni, 14 amministrazioni regionali su 25 sono state occupate, circondate o in ogni caso costrette all’inattività. Al punto che oggi anche la parte orientale e russofila del Paese comincia a tremare.

Questo ci porta ad una prima conclusione, o meglio, a sfatare un primo mito: la Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza) di oggi non è più quella di fine novembre. In due mesi si è trasformata, la protesta pacifica ha lasciato il posto alle frange estremiste, inizialmente marginali e invece ora protagoniste della scena. Delle oltre centomila persone che manifestavano a partire da novembre ne sono rimaste ben poche.

Il secondo mito è che l’europeismo non c’entra niente. Le bandiere a 28 stelle hanno sventolato solo nei primi giorni, così come quelle dei nazionalisti e di tutte le altre istanze dell’opposizione. Già la volta scorsa avevamo spiegato che si trattasse di una protesta non per l’Europa, bensì contro l’attuale classe dirigente. Contro un presidente, Yanukovich, che ha ridotto il Paese a una succursale della propria famiglia e dei propri accoliti. Contro una classe dirigente corrotta che ha stroncato la nascente classe media a colpi di burocrazia e tasse, mentre amici e parenti godevano di favori e agevolazioni. Contro una rete di oligarchi la cui regia decide incarichi e poltrone, ostacolando però riforme e progresso. L’avvicinamento all’Europa, lo abbiamo già spiegato, era visto da molti come un’opportunità di cambiamento, ma non certo la causa scatenante di un malcontento che invece serpeggiava già da tempo. Le opposizioni hanno strumentalizzato il gran rifiuto di Yanukovich per legittimarsi agli occhi dell’Occidente, ma da qui a dire che alla base della protesta ci sia una presunta “voglia di Europa” degli ucraini ce ne corre.

Il terzo mito è che i sommovimenti in corso siano un riflesso della grande partita geopolitica tra Ue (con gli Stati Uniti dietro le quinte) e Russia. Certo, i ricatti di Putinla miopia di Bruxelles hanno contribuito non poco ad alimentare le tensioni interne al Paese, ma ridurre la questione ad una mera contesa sul posizionamento internazionale dell’Ucraina è fuorviante. Se oggi Kiev appare divisa tra un fronte russofilo e uno filo-occidentale, è anche a causa di ciò che è accaduto nel corso dei secoli e in particolare nel Novecento, quando le due Guerre mondiali e la dominazione sovietica modificarono gli assetti territoriali del Paese secondo l’attuale configurazione. Quella che ha unito nove milioni di russi a Est ad una regione, quella occidentale, viceversa nazionalista e maggiormente affine alle tradizioni europee. Una polarizzazione testimoniata ancora oggi dalla toponomastica di strade e piazze. In virtù di questa storia l’Ucraina è oggi uno Stato senza nazione, o meglio con tre nazioni contrapposte (ucrainofona, russofona e mista) in cerca di un difficile equilibrio.

Il quarto mito è quello di un’opposizione pronta a guidare la piazza verso una nuova era. Nulla di più falso. Le forze di minoranza, oggi guidate rispettivamente da Arseniy Yatsenyuk, capo del partito Patria (quello di Yulia Tymoschenko), l’ex puglie Vitaly Klitschko, leader del partito d’opposizione Udar e Oleg Thyanibok, a capo dei nazionalisti di Svoboda, non sono tanto migliori rispetto a quel Yanukovich e quella sua cricca che aspirano a detronizzare. Yatsenyuk è l’ex governatore della Banca nazionale ed ex ministro dell’Economia, un tecnocrate con una strategia ben precisa ma senza il carisma necessario per prendere le redini di un Paese così tormentato. Alle sue spalle c’è sempre la Tymoschenko, elevata a martire dalla retorica europea, ma in realtà nient’altro che un’oligarca arricchitasi negli anni Novanta e poi entrata in politica quando i suoi appoggi al governo sono venuti meno. Indubbiamente la sua detenzione è un atto politico, frutto della volontà di Yanukovich di sbarazzarsi della sua più pericolosa avversaria, ma guai a pensare che l’una sia tanto diversa dall’altro. Anche Klitschko, il più popolare tra i leader dell’opposizione, non è altro che un ex pugile; gode dell’appoggio della Germania di Angela Merkel, per lui una seconda casa, ma non ha un progetto né un’idea su come risollevare il Paese nel caso in cui ne assumesse la guida. Sorvoliamo, infine sui nazionalisti di Svoboda: le molotov, la guerriglia urbana i pestaggi parlano per loro.

Il quinto e ultimo mito è che in piazza ci sia tutta l’Ucraina. Anche qui si tratta di una leggenda ad uso e consumo dei telespettatori al di qua dell’ex cortina di ferro. Non è soltanto la parte orientale, quella storicamente legata a Mosca, ad ostentare indifferenza ai moti di Piazza dell’Indipendenza. C’è una parte del Paese che, pur detestando Yanukovich e l’attuale classe politica, li trova pur sempre preferibili ai nazionalisti di Svoboda. E poi ci sono città, come Odessa, dove domina semplicemente un realismo un po’ pessimista.

Poco a poco Yanukovich sta perdendo le redini del potere. Il suo invito a continuare il dialogo con il governo per evitare altre violenze è stato però accolto dai fischi, e neppure l’offerta del posto di Primo ministro all’opposizione è servita a placare gli animi. Va detto che in queste settimane il presidente ucraino ci ha messo del suo per consumare quel che restava della sua già modesta credibilità. I suoi tanti, troppi equilibrismi per strappare migliori condizioni a Bruxelles senza alienarsi troppo la simpatia di Mosca hanno stancato sia europei che russi. Per placare la piazza il presidente ha annunciato che la via verso l’integrazione rimane aperta, mentre dall’altra il suo omologo Putin, che prometteva prestiti agevolati e gas a prezzi stracciati non ha ancora ancora messo nero su bianco nulla. Non hanno poi giovato leggi anti protesta, approvate dal Parlamento a metà gennaio per alzata di mano e senza dibattito, e poi frettolosamente revocate appena due settimane dopo. Non ha giovato neppure il sacrificio del primo ministro Mykola Azarov, fedelissimo del presidente, la cui poltrona è stata offerta all’opposizione: in un sistema dove il presidente ha molti poteri e il premier pochi – in attesa di una riforma costituzionale che riequlibri il peso delle due cariche – la proposta di Yanukovich ha tutta l’aria di uno zuccherino.

Ricapitolando, due mesi fa il popolo in piazza contro il governo chiedeva, innanzitutto, che venisse spazzata via una classe dirigente corrotta, che anziché far sviluppare industrie e agricoltura proprie, sfruttando le ampie risorse del territorio, aveva reso l’Ucraina dipendente dalla Russia, prosciugando le casse statali. Oggi invece la piazza è occupata da facinorosi il cui obiettivo dichiarato è la “rivoluzione nazionale”, con tutto il carico di inquietudine che questa vaga espressione porta con sé. Di Europa non parla più nessuno, e la sfilata di leader del vecchio continente (ben 34 negli ultimi mesi, compreso l’Alto Rappresentante per gli Affari esteri di Bruxelles, Catherine Ashton) è stata accolta per lo più con indifferenza. In questi giorni si è parlato di rischio di guerra civile, e addirittura di un tentato colpo di Stato. Lo scenario più concreto, invece, è quello dell’instabilità permanente.

La via del dialogo resta la più percorribile. Certo, la soluzione passa necessariamente per un accordo (anche implicito) tra l’Unione europea e la Federazione russa; tuttavia, qualunque stretta di mano tra Bruxelles e Mosca servirà a poco finché non sarà dato agli ucraini la possibilità di decidere pacificamente il proprio destino di nazione libera e sovrana, qualunque esso sia. L’esperienza della Cecoslovacchia, pacificamente dissoltasi nel 1993 per dar vita a due Stati distinti, dimostra come sia possibile che popoli diversi prendano strade diverse senza dover per forza ricorrere allo scontro.

I soldi di cui Kiev ha bisogno sono una delle cinque questioni centrali della crisi, esplosa tra Ucraina, Ue e Russia. E in cui Mosca, grazie ai petro-rubli, gioca la parte del leone. Come dimostra il finanziamento da 15 miliardi di dollari concesso il 17 dicembre da Vladimir Putin. Per il 2014 l’Ucraina ha bisogno di 17 miliardi di dollari in finanziamenti esteri, pari alle riserve esaurite dalla Banca centrale di Kiev. Senza un’iniezione di aiuti, infatti, il Paese non è in grado di superare l’inverno. Sui conti pubblici non c’è trasparenza: gli esperti stimano un disavanzo pubblico di circa 5 miliardi di dollari, a fronte di un reddito medio di 400 dollari al mese e un prodotto interno lordo (Pil) all’1,2% che, negli ultimi due anni, è aumentato di pochi punti.

Negli ultimi tre mesi, le banche russe hanno concesso all’Ucraina oltre 2 miliardi di dollari. E, con la crisi, secondo fonti diplomatiche europee, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe offerto al suo omologo Yanukovich nuovi prestiti, a condizioni favorevoli, e tagli sulle tariffe del gas.
Il 17 dicembre, Mosca ha ipotecato l’asse con l’Ucraina con un sostanzioso sconto sul prezzo del gas (da oltre 400 a 265 dollari per 1.000 metri cubi) e investendo 15 miliardi di dollari del proprio fondo di benessere nazionale in titoli di Stato ucraini.

http://www.lettera43.it/economia/macro/ucraina-lo-scontro-tra-ue-e-russia-e-le-ragioni-della-protesta_43675116033.htm

Il 4 dicembre, mentre migliaia di ucraini continuavano a protestare in piazza con 10 gradi sotto lo zero, il contestato presidente è volato a Pechino, per cedere terreni e società alle aziende cinesi.
3 MILIONI DI ETTARI IN VENDITA. A settembre, l’organizzazione governativa cinese Xpcc ha stretto un accordo con il principale gruppo agricolo dell’Ucraina, per la cessione di 100 mila ettari di terreni agricoli di alta qualità nella regione. Il contratto prevede una fornitura graduale di terreno fino a 3 milioni di ettari, equivalente alla superficie di tutto il Belgio. In cambio, 3 miliardi di dollari della Export-Import Bank of China per lo sviluppo agricolo e, pare, commesse militari ucraine di cui Pechino è ghiotta.

10 miliardi di dollari per la costruzione di un porto, hub sul Mar Nero.

Allo stato attuale, infatti, è difficile immaginare uno scenario in cui la polizia arresta migliaia di manifestanti (alcuni dei quali conosciuti a livello internazionale) e il governo accelera il riavvicinamento con Mosca, che tra l’altro non vorrebbe mai apparire come il mandante di un eventuale bagno di sangue proprio alla vigilia dei giochi olimpici invernali di Sochi.

Bruxelles, che nello spazio postosvietico, dal Caucaso all’Asia centrale, ha chiuso più di un occhio in alcuni Paesi molto più autoritari dell’Ucraina, con Kiev ha scelto una linea intransigente che è andata a pennello a Yanukovich. I rapporti tra Ucraina e Unione europea hanno toccato il fondo, bloccati proprio nel momento in cui potevano sbocciare e durante una presidenza, che nonostante le apparenze, è stata quella più filoeuropea. Bruxelles, che nello spazio postosvietico, dal Caucaso all’Asia centrale, ha chiuso più di un occhio in alcuni Paesi molto più autoritari dell’Ucraina, con Kiev ha scelto una linea intransigente che è andata a pennello a Yanukovich.
I rapporti tra Ucraina e Unione europea hanno toccato il fondo, bloccati proprio nel momento in cui potevano sbocciare e durante una presidenza, che nonostante le apparenze, è stata quella più filoeuropea. Il processo per giungere all’Accordo di associazione, che comprende anche la creazione di un’area di libero scambio, è iniziato sì nel 2007, durante l’era arancione di Victor Yushchenko e Yulia Tymoshenko, ma si è arenato presto. Il processo per giungere all’Accordo di associazione, che comprende anche la creazione di un’area di libero scambio, è iniziato sì nel 2007, durante l’era arancione di Victor Yushchenko e Yulia Tymoshenko, ma si è arenato presto
Il programma dell’Ue per avvicinare le ex repubbliche sovietiche all’Europa, Eastern Partnership, si è tramutato in definitiva in un mezzo fallimento, proprio a causa , che prima delle reazioni del Cremlino, ha combinato danni facendo tutto da sola. Dei sei Paesi che aderiscono al programma, Ucraina, Bielorussia e Armenia hanno già spostato il baricentro verso la Russia; la Moldavia rischia di fare presto altrettanto; la Georgia, dopo la rivoluzione delle rose e il decennio di Mikhail Saakashvili, sta cercando di ricostruire i rapporti con Mosca, ma tutto sommato è l’unica che ha una vera vocazione europea.

*Articolo originariamente comparso su The Fielder

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