Putin in Italia: il grande gioco del South Stream e la “santa alleanza” con il Papa

Vladimir Putin giunge in visita in Italia nello stesso giorno in cui l’Europa critica Mosca per le pressioni sull’Ucraina. Kiev ha annunciato che non firmerà l’accordo di associazione proposto dall’UE in occasione del vertice del partenariato orientale di Vilnius del 28 e 29 novembre, la gente è scesa in strada a protestare e il governo ucraino ha risposto mettendo in atto una dura repressione, ma tutto questo sembra non interessarci.

Putin, a noi, un “favore” lo ha già fatto: il rilascio su cauzione di  Cristian D’Alessandro e di altri quattro attivisti di Greenpeace in prigione dal 20 settembre, quando la guardia costiera russa li ha arrestati dopo un blitz contro una piattaforma di Gazprom nell’Artico, a meno di una settimana dall’incontro di Trieste.

Il presidente russo non veniva in veste ufficiale in Italia da sette anni, e da tre mancava un incontro intergovernativo fra i due Paesi. Tuttavia le relazioni tra Roma e Mosca procedono a gonfie vele, considerato che il presente russo in Italia si intreccia sempre con l’energia: argomento rispetto al quale tutte le altre questioni (diritti umani compresi) passano in cavalleria.

Non a caso che l’unico progetto per cui il presidente russo si è sempre speso in prima persona: il gasdotto South Stream, conduttura che serve a Mosca per rifornire l’Europa scavalcando la litigiosa Ucraina e di cui il Belpaese è il punto terminale. Un gasdotto ormai senza rivali dopo il (definitivo?) tramonto dell’alternativa Nabucco, suo diretto concorrente sponsorizzato da Bruxelles.

Questo spiega come mai l’Italia sia (indirettamente) coinvolta nell’affare ucraino. Kiev punta all’indipendenza energetica, che tuttavia non raggiungerà prima il 2020, quando però sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo. Proprio sfruttando il ricatto del gas, di cui nei giorni scorsi si è sfiorata l’ennesima “guerra” (la quarta in sei anni), il governo russo ha convinto quello ucraino a desistere dal richiamo delle sirene europee. Del resto il mercato energetico ucraino è sempre un complesso risiko opacamente gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici, per cui ogni alla fine sarà sempre Mosca a spuntarla.

In ogni caso Linkiesta rivela perché, a conti fatti, il South Stream è un progetto quasi esclusivamente politico:

La situazione dei rapporti energetici tra Russia ed Europa, ma insieme la ragione ultima della visita di Putin in Italia, si potrebbero riassumere in una sola domanda: chi ha bisogno di South Stream? Il gasdotto, sviluppato da Eni (che ne detiene il 20%) Edf e Wintershall (con il 15% ciascuno) e Gazprom, sarà lungo 2.380 chilometri e dovrebbe arrivare a trasportare 62 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2015, transitando per Bulgaria e Balcani, e congiungendosi all’Italia. Eppure, i consumi di gas in Europa sono in caduta: siamo arrivati a 466 miliardi di metri cubi, mentre nel 2010 ne consumavamo 515 miliardi. In Italia, la domanda di gas è a livello del 2003. È inoltre in arrivo la seconda ondata del gas di scisto americano

commercialmente, i russi stanno giocando di potenza. Il mondo è già sazio di gas, e assorbire nuove quantità in arrivo da tutto il mondo sarà difficile. I russi con South Stream – e con la testarda intenzione di portarlo avanti – inviano un messaggio a tutti i paesi in procinto di completare “terminali di rigassificazione” per esportare, e il messaggio è “non fatelo”. Nella scelta tra diverse fonti di approvvigionamento, a partire da una certa quantità, un gas trasportato per tubo può essere più conveniente di quello trasportato per nave – che addirittura potrebbe servire solo da “complemento” per periodi di particolare intensità di domanda.

Va comunque rimarcato che gli interessi reciproci italo-russi non si limitano al gas. In Russia sono attive quasi 500 aziende italiane e i grandi conglomerati russi possiedono a vario titolo 91 società nel nostro Paese. In totale sono 28 gli accordi commerciali e le intese intergovernative firmati a Trieste nell’ambito del forum Italia-Russia e del concomitante vertice bilaterale, dove oltre all’energia spiccano anche finanza e industria.

Infine, è interessante notare che il presidente russo, oltre all’incontro con Enrico Letta, aveva in programma anche una visita a Papa Francesco in Vaticano. Limes nota come Cremlino e Santa Sede abbiano così l’opportunità di dialogare intorno a temi di politica internazionale con reciproco vantaggio, tanto che la rivista parla già di una “santa alleanza” tra Bergoglio e Putin, forgiata già da settembre quando una rappresaglia americana in Siria pareva imminente:

Guardando ai protagonisti dell’impresa, è difficile immaginare due profili più distinti e due stili più distanti sul piano delle psicologie personali e della sociologia politica: se Putin da un lato è inventore di un modello di populismo “freddo”, in formato baltico e siberiano, Bergoglio dall’altro ha importato in Vaticano lo stile caldo e sudamericano di un papa descamisado, che sin dall’inizio si è spogliato della mozzetta, con gesto appassionato e memore di Perón, che toglieva la giacca durante i comizi.

Eppure, proprio la lontananza biografica e geopolitica custodisce e costituisce, paradossalmente ma non troppo, il segreto e la spiegazione della loro intesa. Geograficamente Buenos Aires si colloca infatti agli antipodi di Mosca. Bergoglio arriva dunque da confini remoti e neutrali, a differenza di Wojtyla e Ratzinger, che rappresentavano frontiere prossime e antagoniste, benché con gradi assai diversi di coinvolgimento.

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