Slovenia e Croazia nella spirale della crisi

Un tempo Slovenia e Croazia erano unite nella repubblica federativa di Jugoslavia. Ora che la Jugoslavia non c’è più, ad unire i due Paesi ci pensa una crisi economica che sembra non aver fine. Secondo le ultime previsioni economiche della Commissione europea le prospettive di crescita di Lubiana devono essere riviste al ribasso in maniera significativa, mentre Zagabria, pur uscendo dai paesi in recessione già dal prossimo anno, avrà comunque il tasso di crescita più basso dell’UE.

In settembre l’Osservatorio Balcani e Caucaso aveva tracciato uno speciale in due parti sulla situazione economica nei Balcani a cinque anni dal crollo di Lehman Brothers. Vediamo i passaggi riguardanti ciascuno dei due Paesi ex jugoslavi:

Slovenia, fine di un modello

La Slovenia è tra i paesi, circa una trentina al mondo, i cui livelli di attività economica sono inferiori a quelli pre-crisi. La dimensione complessiva dell’economia1 era di 49 miliardi di dollari nel 2009, mentre nel 2012 si è attestata a quota 45. In questo stesso arco di tempo il reddito pro capite è sceso da 24.367 a 22.193 euro. Quanto al Pil, è crollato di oltre sette punti nel 2009 e dopo una leggera ripresa nel 2010-2011 è tornato nel 2012 sotto la quota della crescita zero: -2,3%. Le previsioni rivelano che da qui a fine anno Lubiana dovrebbe perdere altri due punti. La disoccupazione, infine. Era al 5,9% nel 2009. Ora lambisce i dieci punti percentuali.

L’origine dei guai sloveni, in buona sostanza, sta nella politica dissennata dei prestiti elargiti dalle banche, che hanno gonfiato la bolla immobiliare. L’arrivo della crisi internazionale l’ha fatta esplodere, aumentando notevolmente il numero dei mutui non performanti – il loro valore ha toccato quota sette miliardi di euro – e portando il settore del credito al collasso. È venuto così a mancare il pilastro principale di un’impalcatura economica in larga parte controllata dallo stato (i tre principali istituto di credito sono ad esempio in mano pubblica), spesso vista come modello positivo dall’estero.

La crisi non ha risparmiato la politica. Il governo di centrodestra guidato da Janez Janša – per la cronaca, a giugno s’è beccato due anni sulla base di un’accusa di corruzione – è capitolato in seguito alle proteste popolari scoppiate a causa delle politiche di austerità. A Janša è subentrata Alenka Bratušek, esponente del partito Slovenia Positiva. Alla guida di una coalizione a trazione progressista-liberale s’è caricata sulle spalle l’arduo compito di evitare il crack. Senza avere troppi margini di manovra, però. L’attuale esecutivo ha lanciato un programma di privatizzazioni imponente, concordato con Bruxelles. Sul mercato ci sono diversi pezzi pregiati, tra cui la compagnia di bandiera Adria Airways, Telekom Slovenije e Nova Kreditna Banka Maribor, il secondo istituto del paese.

Nel frattempo, seppure in ritardo, dovrebbe andare in porto a ottobre il varo della bad bank, dove convogliare i mutui non ripagati. Sarebbe dovuta partire a giugno, ma l’UE ha voluto verificare il reale ammontare dei mutui spazzatura, temendo che fosse addirittura superiore ai sette miliardi.

La bad bank potrebbe comunque non bastare. La Slovenia ha bisogno del bailout o quanto meno è solo all’inizio del calvario delle riforme, dice qualcuno a Bruxelles. Da parte sua il governo cerca di convincere l’UE che il paese non è così malconcio, con un occhio agli equilibri della maggioranza (il Partito dei pensionati è contrario a ogni ritocco degli assegni sociali e i liberali della Lista Civica si oppongono all’aumento delle tasse). Intanto le stime indicano che nel periodo 2014-2017 ci sarà una ripresa. Ma tutto dipende da come le variabili attualmente sul tappeto si incastreranno tra loro.

Per la Slovenia non è stato un 2013 favorevole, tra crisi di governo di inizio anno, fantasmi della troika e tumulti sociali, ed è già certo che il 2014 non sarà meglio.
Secondo l’agenzia Ansa (5 novembre):

Le stime della Commissione europea sui dati macroeconomici per la Slovenia non sono di buon auspicio: per il 2013 si prevede una contrazione del Pil del 2,7%, mentre a maggio la stima della decrescita prevedeva un -2%. Stesso discorso per le stime per il 2014: si prevede una nuova recessione dell’1%, mentre a maggio si parlava di un -0,1%. Tuttavia, nonostante le stime negative, secondo il commissario Olli Rehn, Lubiana potrebbe ancora farcela da sola a uscire dalla crisi. Un primo risveglio dell’attività economica di Lubiana si dovrebbe registrare nel 2015 con una crescita dello 0,7%.

Secondo le stime della Commissione, nel 2014 la Slovenia sarà l’unico Paese dell’eurozona, insieme a Cipro, ancora in recessione. Preoccupanti anche i dati sul deficit, che dovrebbe attestarsi al 5,8% del pil nel 2013, salire al 7,1% del pil nel 2014 per poi scendere al 3,8% del pil nel 2015. Di conseguenza si prevede anche un aumento del debito pubblico, che dovrebbe essere del 63,2% del pil nel 2013, del 70,1% nel 2014 per aumentare ancora fino al 74,2% del pil nel 2015.

La disoccupazione dovrebbe, secondo le stime di Bruxelles toccare l’11,1% quest’anno, per salire ancora all’11,6% nei prossimi due anni. Secondo il commissario Rehn, il risanamento del settore bancario e una decisa politica sulle riforme strutturali potrebbero ancora assicurare a Lubiana la ripresa della crescita economica. Se il governo sloveno attuerà le riforme come d’accordo con Bruxelles, il programma di aiuto da parte dei meccanismi europei potrebbe non essere necessario, ha chiarito Rehn.

Parlavamo della ristrutturazione del sistema bancario. La liquidazione di due istituti tra i più piccoli del Paese, Probanka e Factor banka, annunciata il 6 settembre, potrebbe avere serie ripercussioni sulle finanze dello stato e sull’imprenditoria slovena, posto che il governo ha annunciato che coprirà circa 500 milioni di euro di depositi bancari per ogni banca in modo da scongiurare una corsa agli sportelli.
Proprio sui problemi del settore bancario, Linkiesta spiega:

Per il terzo anno consecutivo le previsioni danno il settore bancario sloveno in perdita. Le tre principali banche del paese necessitano iniezioni di capitale per ripianare le perdite dovute ai prestiti “non performanti” (tradotto: i finanziamenti diventati carta straccia). Solo nel mese di marzo 2012 la loro entità è aumentata di 300 milioni di euro. La somma totale delle perdite del settore è stimata tra 6 miliardi di euro, l’11% sul totale dei mutui (reuters) e 4 miliardi di euro. La situazione più preoccupante è probabilmente quella della “Nova Ljubljanska Banka”, il primo istituto di credito del paese,controllato dallo stato: entro la fine del mese avrà bisogno di 320 milioni di euro per essere in linea con i requisiti dell’Autorità Bancaria Europea.

Il ministro dell’economia sloveno, Uros Cufer, ha già dichiarato che il peggioramento delle stime da parte della Commissione europea sui dati macroeconomici della Slovenia era nelle previsioni. Anche Antonio Silimpergo, capo delegazione del Fondo Monetario Internazionale, la Slovenia ha ancora la possibilità di uscire da sola dalla crisi. Ma i fatti mostrano una realtà meno rosea.
Lubiana ha promesso di portare il suo deficit al di sotto del 2,5% del pil nel 2015, ma la riuscita del piano dipende da molti fattori sconosciuti. Secondo le previsioni, infatti, la crescita economica rallenterà rapidamente il prossimo anno e il tasso di disoccupazione continuerà ad aumentare per i prossimi due, con una crescita reale degli stipendi sarà negativa fino al 2015. A ciò dovrà probabilmente aggiungersi il costo della ristrutturazione del sistema bancario. In ogni caso, anche se la Slovenia dovesse rispettare le aspettative di Bruxelles, è probabile che deluda profondamente il suo popolo.

Se la Slovenia piange, la Croazia non ride. Riprendiamo l’analisi dell’OBC:

Il malato croato

Anche Zagabria, come Lubiana, è nel plotoncino di paesi la cui attività economica, in questi anni, s’è contratta. A differenza del caso sloveno, quello croato è più il frutto di una serie di nodi strutturali accumulatisi nel corso degli anni, venuti di colpo a galla con la crisi: export debole, competitività deficitaria, corruzione, turismo troppo legato alla stagionalità.

Con la sola eccezione della crescita zero del 2001, il Pil è sceso continuamente nel corso dell’attuale congiuntura, perdendo 6,9 punti percentuali nel 2009, 2,3 nel 2010 e due nel 2012. Quest’anno si tornerà alla crescita zero, come nel 2011. Così almeno pare. Quanto a disoccupazione e debito pubblico, la prima ha toccato il picco (21,3%) nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istituto croato di statistica, scendendo poi all’attuale 18,5%; il secondo, in crescita costante, si aggira sul 60%.

Lo scenario socio-economico è tra i motivi, assieme all’emergenza corruzione (l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato condannato a dieci anni), che alle elezioni del 2011 hanno portato l’Hdz, storico partito della destra, a lasciare la plancia di comando ai socialdemocratici. L’attuale primo ministro Zoran Milanović, tuttavia, s’è ritrovato con le mani legate, dando corpo a una politica di sacrifici che ha inoculato malumore e sfiducia tra la popolazione.

La Croazia dovrebbe ripartire, anche se lentamente, nel prossimo triennio. Una possibile iniezione potrebbe essere fornita dai fondi strutturali e di coesione dell’UE. Da qui al 2017 Zagabria riceverà circa 11 miliardi di euro. Una dote tutt’altro che irrilevante, se verrà utilizzata intelligentemente.

In Croazia la crisi aveva spento l’entusiasmo per l’ingresso nella UE ancora prima di entrarvi, quando a Bruxelles veniva già accostata ai Piigs. Finora il bilancio di questi primi quattro mesi da 28esimo membro dell’Unione è decisamente negativo: invece di ottenere credito a buon mercato, la Croazia si è vista declassare alla categoria speculativa dalle agenzie di rating. Non ci sono più tasse doganali, ma i prezzi non sono calati, e intanto il regime di visti ha messo in fuga migliaia di turisti turchi, russi e ucraini. La questione delle deroghe al mandato d’arresto europeo ha scatenato un braccio di ferro con Bruxelles che, come prevedibile, si è risolto in favore di quest’ultima.

Inoltre Zagabria è sotto sorveglianza da parte dell’UE per l’esplosione del deficit pubblico: secondo la stampa nazionale rischia di “fare la fine della Grecia” se non ridurrà il suo deficit di 1,7 miliardi di kuna (220 milioni di euro) nei primi tre mesi dell’anno prossimo.

A peggiorare la situazione c’è il problema che anche Zagabria, come Lubiana, ha un sistema bancario tutt’altro che in salute. In settembre la Centar Banka di Zagabria è stata ufficialmente dichiarata in bancarotta, dopo una mozione inviata dall’Advisory council della Banca Centrale Croata al Tribunale per le procedure fallimentari.

Vi è da dire che negli ultimi mesi la situazione economica è peggiorata in parte proprio a causa dell’adesione. Secondo Rischio Calcolato:

La Waterloo si sostanzia con i dati terrificanti dell’export locale, spina dorsale della piccola economia croata. Al -6% dell’ultimo semestre contribuisce il calo deciso fino a luglio ed il tracollo del -19% rilevato ad agosto. E tutto ciò nonostante il paese abbia deciso di rinviare l’adesione alla moneta unica europea cosa che avrebbe determinato un cataclisma addirittura peggiore. Con la disoccupazione oltre il 20% (la terza peggiore dopo Grecia e Spagna), il rapporto deficit-PIL ben al di sopra del fatidico 3%, la necessità di ricorrere alla procedura di salvataggio , come già messo in opera per la stessa Grecia, l’Irlanda ed il Portogallo, è più una certezza che un’ipotesi.

Il crollo dell’export è dovuto al fatto che l’adesione all’Ue ha esposto maggiormente la Croazia alla concorrenza internazionale, oltre alla perdita dei privilegi che derivavano dall’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale.

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