Georgia e Repubblica ceca, dopo le elezioni è tempo di bilanci

Lo scorso fine settimana si è votato in Georgia e Repubblica ceca, dove le urne hanno prodotto risultati molto diversi e, almeno nel secondo caso, non ancora definitivi.

In Georgia le elezioni presidenziali chiudono l’era Saakashvili, iniziata nel 2003 con il processo democratico passato alla storia come Rivoluzione delle Rose.
Domenica, 27 Ottobre, Giorgi Marvelashvili, candidato della coalizione di governo Sogno Georgiano (il partito del premier Bidzina Ivanishvili, il più ostico avversario del presidente uscente), ha vinto le elezioni al primo turno, con il 63% dei consensi. Allo sfidante David Bakradze, ex-Presidente del Parlamento, candidato del Movimento Popolare Unito e vicino a Saakashvili, non sono andate che le briciole.
Ora il Paese volta pagina. Già con la vittoria di Sogno Georgiano nelle elezioni politiche di un anno fa, che portarono il miliardario Ivanishvili a capo del governo, la Georgia ha abbandonato ogni velleità di protagonismo mondiale puntando piuttosto sulla ridefinizione di un ruolo da leader regionale, con particolare attenzione ai rapporti con i Paesi confinanti, in primo luogo la Russia, ma anche Azerbaijan (Paese fondamentale per la diversificazione delle forniture di gas) e Turchia.
Di nuovo c’è che, in ossequio alla riforma costituzionale approvata lo scorso anno, lo Stato georgiano passa da essere una repubblica presidenziale a repubblica parlamentare.
Secondo Limes:

Si chiude amaramente la parabola di Saakashvili, con il suo pupillo relegato al ruolo di comparsa, dopo che già alle parlamentari dello scorso anno il suo Movimento nazionale unito aveva dovuto cedere il passo e i posti di governo al nuovo partito pigliatutto dell’oligarca Ivanishvili.

È proprio lui, Ivanishvili, il nuovo dominatore della politica georgiana, capace in 2 anni di ribaltare equilibri consolidati, grazie ai suoi miliardi, ma soprattutto agli errori del suo avversario. Saakashvili ha certamente il merito di aver dato un’accelerazione positiva alla transizione postsosvietica, spingendo la Georgia fuori dal tunnel della stagnazione, ma è colpevole per aver trascinato il paese nella guerra con la Russia del 2008 che ha portato all’indipendenza delle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. La regressione democratica del suo secondo mandato è stata decisiva perché l’elettorato gli voltasse le spalle, dando fiducia all’offerta politica di Ivanishvili e compagni.

Dopo il cambiamento della Costituzione approvato lo scorso anno, il ruolo del presidente sarà in ogni caso meno determinante, con i maggiori poteri in mano al primo ministro. L’asse istituzionale tra Margvelashvili e il premier Ivanishvili – e soprattutto il suo futuro successore, visto che quest’ultimo ha annunciato di volersi dimettere – costituisce però il motore con cui Sogno georgiano può affrontare da un lato la questione delle riforme interne lasciate a metà da Saakashvili.

Dall’altro c’é da riequilibrare la politica estera, cercando il dialogo con la Russia, dopo la rottura dei rapporti e l’incomunicabilità cronica tra Vladimir Putin e Mikhail Saakashvili. È questa la sfida più grande che il nuovo blocco di potere ha davanti a sé per evitare i fatali errori del recente passato.

Più intricata la situazione nella Repubblica Ceca: dalle elezioni anticipate non è emersa una maggioranza chiara. Sabato 26 Ottobre, il Partito Socialdemocratico Ceco ha ottenuto la maggioranza relativa con il 20,45% dei consensi (a fronte del 30% atteso), e, con esso, il diritto a formare una non facile coalizione di Governo.
Alle sue spalle si è piazzato il movimento moderato Ano (sì, in ceco) fondato dall’imprenditore post-comunista Andrej Babiš (18,65%), già definito come “il Berlusconi ceco“, davanti al Partito comunista di Boemia e Moravia (Ksčm), considerato la vera sorpresa della consultazione che ha ottenuto il 14,91% dei consensi. A seguire ci sono il partito liberal-conservatore Top-09 (Tradizione, Responsabilità, Prosperità) con il 12%, il conservatore Partito Democratico Civico con il 7,72%, il movimento Alba di una Nuova Democrazia Rappresentativa con il 6,88%, e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco, con il 6,78%.

Vista la frammentazione dell’elettorato fra 7 diversi partiti, siamo di fronte a un sostanziale pareggio che scontenta tutti e lascia il Paese nella totale ingovernabilità. Probabile terreni di scontro sarà la politica estera, data la presenza di partiti le cui idee rimettono in questione la posizione del paese all’interno dello spazio transatlantico, o con altri che strumentalizzano il tema dell’Europa a fini populistiVicini a Bruxelles paiono solo i socialdemocratici, che da tempo sostengono la necessità di firmare l’adesione al Fiscal compact.
Bagarre in vista anche per quanto riguarda la politica fiscale, visto che Babiš ha promesso di non aumentare le imposte mentre i socialdemocratici vogliono alzarle sia per i cittadini più abbienti sia per le società commerciali.
In attesa che un quadro istituzionale si delinei, tra i socialdemocratici è già iniziata la resa dei conti. Secondo La voce Arancione:

Nella giornata di martedì, 29 Ottobre, il Segretario del Partito Social Democratico Ceco, Bohuslav Sobotka, è stato estromesso dalle consultazioni per la formazione di un Governo di coalizione dal suo Vice, Michal Hasek.

La decisione, presa da un organismo interno del Partito, e che paventa anche il dimissionamento di Sobotka dalla guida dei Socialdemocratici, è stata accolta con fermezza dal Segretario, che ha sottolineato come egli possa essere cacciato solo con un voto a scrutinio segreto da parte del Comitato Centrale Esecutivo.

Oltre alla corrente interna di Hasek, vero regista dell’operazione anti-Sobotka è il Presidente della Repubblica, Milos Zeman: ex-Premier Socialdemocratico fuoriuscito dal Partito, che intende vendicarsi con l’attuale Segretario per il mancato sostegno alle votazioni parlamentari del 2003 e del 2013.

Nel 2003, i deputati Socialdemocratici -tra cui Sobotka- non appoggiarono Zeman, che pure aveva vinto le primarie interne al Partito. Nel 2013, nelle prime Elezioni Presidenziali dirette in Repubblica Ceca, vinte da Zeman, Sobotka ha supportato un proprio candidato, Jiri Dienstbier.

La guerra intestina ai socialdemocratici cechi ha provocato una doppia trattativa per la creazione di una colazione di Governo, che ha visto sia Sobotka che Hasek corteggiare il movimento moderato ANO dell’imprenditore Andrej Babis.

L’analisi più lunga e completa sulle elezioni ceche è offerto da Limes. Oltre ad un breve profilo di Babiš (considerato l’ago della bilancia di qualunque trattativa per la formazione di un governo) e delle strategie che i vari partiti stanno già mettendo in campo, è interessante questo passaggio sulla spaccatura tra la ricca Praga e la provincia povera:

La distribuzione geografica del voto ha marcato ancora una volta il divario che intercorre in Repubblica Ceca fra la capitale e il resto del paese. Praga costituisce infatti quasi uno Stato nello Stato, un’isola del benessere con tassi di disoccupazione contenuti (poco più del 4%, mentre la media nazionale è vicina all’8%), stipendi medi di quasi 35 mila corone al mese (circa 1350 euro, rispetto a una media nazionale di mille euro) e un tenore di vita complessivo ben al di sopra della media Ue.

Nella zona di Praga, ove risiede poco più di 1 milione di abitanti, sui 10 della Repubblica Ceca, si calcola che il pil pro-capite medio sia superiore del 72% a quello della Ue a 27 paesi (fonte Eurostat), mentre nelle restanti regioni inferiore di circa il 20% alla media Ue. Un divario che si riflette anche sulle aspettative di vita degli abitanti stessi, che nella capitale sfiora gli 80 anni, quasi 5 in più rispetto a regioni più povere come Boemia del nord e Moravia-Slesia.

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