In Congo sta vincendo l’esercito, nel Centrafrica i ribelli

Due crisi dimenticate si stanno consumando nel cuore dell’Africa, con differenti sviluppi e nel silenzio dei media internazionali.

Nella Repubblica Democratica del Congo sono ripresi gli scontri tra le forze governative e i ribelli del Movimento 23 marzo (M23), in cui l’esercito ha segnato alcuni importanti successi. Secondo Il Post:

Nella sera di sabato 26 ottobre, dopo due giorni consecutivi di scontri violenti, l’esercito della Repubblica Democratica del Congo ha cacciato i ribelli del “Movimento per il 23 marzo” (M23) dalla città di Kibumba, nel Congo orientale a circa un’ottantina di chilometri dal confine con il Ruanda. Due giorni dopo, lunedì 28 ottobre, i militari hanno ottenuto un’altra importante vittoria, prendendo il controllo della città di Rumangabo, a circa 50 chilometri a nord di Goma, una delle tre più grandi basi militari dell’esercito congolese prima che fosse presa dai ribelli lo scorso anno. L’inviato delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, Martin Kobler, ha commentato le sconfitte subite negli ultimi giorni dal M23 parlando di “fine militare” del movimento dei ribelli, dopo più di un anno e mezzo di guerriglia con l’esercito congolese: Kobler ha detto che i militanti del M23 si sono rifugiati in un piccolo triangolo di terra al confine con il Ruanda.

Gli eventi di questi ultimi tre giorni hanno ribaltato una situazione che fino a non molto tempo fa era chiaramente a favore dei ribelli – l’episodio di cui si parlò di più fu la presa temporanea della città orientale di Goma da parte dei ribelli nell’autunno del 2012. Allora c’era poca fiducia nelle forze militari congolesi, considerate inefficienti e indisciplinate: i suoi soldati erano accusati di essere corrotti e spesso ubriachi. Poi le cose sono cambiate, racconta il New York Times.

L’avanzata dei ribelli della fine del 2012 spinse il governo congolese e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a cambiare diverse cose nella strutture delle forze militari che dovevano opporsi al M23: il governo richiamò decine di ufficiali a Kinshasa, la capitale della RDC, e snellì la struttura di comando dell’esercito. A marzo 2013 l’ONU autorizzò l’intervento di un gruppo di peacekeepers guidato dal generale brasiliano Carlos Alberto dos Santos Cruz, che aveva fronteggiato con successo la guerriglia tra gang a Haiti. Cruz adottò un atteggiamento molto più aggressivo nei confronti dei ribelli, al limite del mandato che gli era stato conferito dall’ONU (la questione fu oggetto comunque di un ampio dibattito). Gli interventi funzionarono e in agosto l’esercito riconquistò alcune posizioni strategiche nell’area di Goma, facendo retrocedere i ribelli e costringendoli a negoziare da una posizione di debolezza.

I negoziati sono andati avanti fino alla scorsa settimana, quando sono ripresi gli scontri. Non è ancora chiaro cosa li abbia scatenati, o chi li abbia iniziati: un portavoce del M23 ha detto che sono stati i militari, mentre un generale congolese ha spiegato che si è trattato di una risposta a un attacco ribelle.

Diverso discorso nella Repubblica Centrafricana, dove dal 24 marzo comandano i ribelli dell’ex coalizione Séléka, saliti al potere con un colpo di stato che ha destituito l’allora presidente François Bozizé Yangouvonda.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, descrive così l’emergenza umanitaria in corso:

Bombardamenti, razzie nei villaggi, esecuzioni e torture di civili, stupri, arruolamento di bambini. Le violazioni dei diritti umani commesse dalla coalizione di gruppi armati Seleka, che ha assunto il potere nella Repubblica Centrafricana il 24 marzo di quest’anno dopo un’offensiva durata quattro mesi, hanno raggiunto un livello spaventoso.

Secondo Amnesty International, che ha diffuso oggi un rapporto sul paese, siamo di fronte a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Per mantenere il potere col terrore, la coalizione Seleka ha ingrossato le sue fila – oggi circa 20.000 uomini –  reclutando ex criminali e banditi nonchécombattenti provenienti dal Ciad e dal Sudan.  Quel che è peggio, ha arruolato e sta impiegando circa 3500 bambini soldato. Il governo del presidente Michel Djotodia assiste impotente.

Il rapporto di Amnesty International descrive numerosi casi di violenza estrema commessi dalle forze Seleka.

Medici Senza Frontiere aggiunge:

È ancora molto critica la situazione nella provincia di Ouham, nel nord della Repubblica Centrafricana (CAR), e in particolare nei dintorni della città di Bossangoa e di Bouca, dove un picco di violenza ha costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro case in cerca di sicurezza. A Bouca, circa 700 case, ossia metà della città, sono state bruciate. Circa 500 persone sono ancora in cerca di riparo presso la scuola della Missione Cattolica della città, mentre alcune famiglie musulmane hanno trovato rifugio presso il compound dell’Imam locale. Mentre le atrocità continuano, le persone sono bloccate in questi campi di fortuna, dove le condizioni di vita sono precarie.

Non vi è ancora stato alcun passo in avanti per incrementare l’assistenza umanitaria di cui c’è estremo bisogno. A Bossangoa, con la stagione delle piogge, le poche équipe che lavorano in ambito igienico-sanitario stanno lottando per non lasciare che lo spazio esterno della Missione Cattolica, dove 28.000 persone hanno cercato rifugio, si trasformi in una palude.

Perché nessuno fa niente? Secondo Vita:

Per la comunità internazionale, il conflitto centrafricano, militarmente parlando, può essere definito “a bassa intensità” (Low Intensity Conflict) se confrontato con altre crisi armate in giro per il mondo. Questo però non significa assolutamente, tengo a precisarlo, che possa considerarsi una guerra con una bassa incidenza di vittime. Anzi, le uccisioni di gente innocente in Centrafrica sono quotidiane, anche se mediaticamente parlando, per i grandi network massmediali internazionali, la crisi che affligge questo Paese è come se non esistesse.

Il Centro Studi Internazionali, che in un lungo focus ripercorre l’evoluzione della crisi dalla nascita di Séléka ai nostri giorni, affronta la questione geopolitica spiegando perché l’onda lunga della crisi a Bangui potrebbe ripercuotersi sulla stabilità regionale nel suo complesso:

Malgrado la sua cronica instabilità ed estrema povertà abbiano storicamente relegato la Repubblica Centrafricana ad un ruolo marginale negli equilibri politici della regione, il Paese costituisce, a causa della sua posizione geografica, un perno fondamentale per la sicurezza dell’Africa centrale. L’attuale situazione interna, ed i rischi di un ulteriore aggravamento della crisi, costituiscono una seria minaccia per la sopravvivenza stessa dell’apparato statale di Bangui. L’eventuale disgregazione politica della Repubblica Centrafricana si configurerebbe non solo come una crisi di carattere umanitario, ma anche come una minaccia diretta per tutti gli Stati dell’area, con elevate probabilità di una diffusione dell’instabilità a livello regionale; la pacificazione del Paese deve pertanto costituire un obiettivo primario sia per i Paesi più direttamente esposti al rischio di contagio, sia per la comunità internazionale in generale.

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