Azerbaijan e Kazakistan, per l’Europa l’energia conta più della democrazia

Mercoledì 9 ottobre Ilham Aliyev è stato rieletto per la terza volta presidente dell’Azerbaijan con l’84,5% dei voti. Il principale sfidante, Jamil Hasanli, ha ottenuto solo il 5,5% e ha denunciato massicce violazioni in tutto il paese durante la campagna elettorale e il voto.

Per la maggior parte degli azeri è stato un giorno come tutti gli altri, dato che i più avevano già smesso di credere che sia possibile avere elezioni libere ed eque. Tra gli elettori sembrava esserci voglia di cambiamento, ma in pochi credevano che questo fosse possibile. Ed ecco allora le due facce della medaglia: da un lato, la notorietà di Aliyev e l’impopolarità degli altri 9 candidati assicura una scontata vittoria all’attuale presidente; dall’altro, astensionismo, denunce di brogli e mobilitazioni degli attivisti all’estero testimoniano un dissenso comunque diffuso. in particolare l’elevato numero di denunce di irregolarità presentate, soprattutto online, dai cittadini azeri sono state la vera novità di queste elezioni.

Nonostante ciò, gli osservatori internazionali sono divisi: per l’OSCE le elezioni sono state macchiate dai brogli, per l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è invece tutto a posto. La ragione prova a spiegarla l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il forte contrasto che emerge tra questi rapporti di monitoraggio internazionali lascia perplessi e ci si chiede se tutto questo sia l’effetto della cosiddetta diplomazia del caviale, che ha spinto a lasciare indifferenti rispetto al processo di costruzione democratica del Paese.

Un rapporto pubblicato nel 2012 dall’ESI e titolato “La diplomazia del caviale: come l’Azerbaijan ha silenziato il Consiglio d’Europa” descrive dettagliatamente questa “diplomazia del caviale” evidenziando anche chi, in seno all’Assembla parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sia “caduto” sotto l’incantesimo.

Prima che si tenessero le elezioni erano usciti numerosi articoli in cui si anticipavano di fatto i risultati. Ma si è andati ben oltre. La sera prima delle elezioni infatti, chi ha scaricato una App appositamente realizzata dalla Commissione elettorale centrale per diffondere i risultati elettorali, si è ritrovato già i nomi dei candidati con i rispettivi risultati ottenuti. La Commissione si è affrettata a intervenire, affermando si fosse verificato un disguido meramente tecnico, ma sulla credibilità della giornata elettorale è stato messo un grande punto interrogativo.

Ho già spiegato in passato che il futuro energetico dell’Europa dipende dall’Azerbaijan. Non c’è da stupirsi che Unione Europea e Stati Uniti abbiano promosso le elezioni presidenziali azere senza dar peso alle denunce di brogli: Il gas, il petrolio e la posizione strategica di Baku sono più importanti dei principî. Già l’Eurovision 2012 ci aveva dimostrato come  i soldi del petrolio bastino a tenere lontane le critiche.

All’Occidente va bene così, dato che non c’è niente che assicuri stabilità degli investimenti esteri più una dittatura. Secondo Limes:

L’Azerbaigian dispone di riserve di petrolio per 7 miliardi di barili e di circa altri 18 miliardi recuperabili. Per il gas si parla di 1,3 trilioni di metri cubi di riserve provate e di 4,4 trilioni recuperabili. Ma oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore alle disponibilità dei principali paesi esportatori mondiali, è soprattutto la sua posizione strategica a farne una pedina di primo piano sullo scacchiere energetico a cavallo fra Europa e Mar Caspio.

È infatti nel settore del gas naturale che Baku è destinata a giocare un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni, in concorrenza con quello della Russia. E con l’Europa che prova a smarcarsi da Mosca, l’Azerbaigian sarà un partner chiave anche per l’Italia. Basti pensare alla Tap (la Trans Adriatic Pipeline) che, attraversando prima la Turchia, porterà l’oro azzurro nel vecchio continente a partire dal 2019.

Il progetto della joint venture internazionale – costituita da Socar (20%), BP (20%), Statoil (20%), Fluxys (16%), Total (10%), E.on (9%) e Axpo (5%) – prevede la realizzazione di un gasdotto che dalla Grecia si muoverà verso occidente fino al territorio albanese e quindi al Mare Adriatico. La sezione offshore del metanodotto si irradierà dalla città albanese di Fier oltre l’Adriatico, collegandosi a quella italiana gestita da Snam ReteGas. Nella sua porzione iniziale la Tap risulterà invece interconnesso al Desfa, il sistema di gasdotti greco che, continuando verso oriente, sarà a sua volta connesso alle infrastrutture turche, così da garantire l’accesso dell’intera rete al giacimento di gas naturale azero di Shah Deniz.

Nell’ottica di questo e altri progetti (il primo dei quali è stato lo sfruttamento dei giacimenti offshore caspici di Azeri, Chirag e Guneshli a opera del consorzio Azerbaijan International Oil Company, partecipato dall’azera Socar e da altri gruppi internazionali) risulta chiaro come i rapporti tra Azerbaigian e Occidente saranno sempre più determinati dal fattore energetico.

In questo senso la stabilità assicurata dalla dinastia Aliev rappresenta la base migliore per una fruttuosa cooperazione, peraltro già comprovata, che nel futuro si farà – magari – sempre più stretta.

Un analogo discorso vale per il Kazakistan. Due anni fa scrivevo:

Oggi il Kazakistan è forse il Paese più stabile dell’Asia Centrale. Il 3 aprile il presidente Nursultan Nazarbayev, che guida il Paese dal 1989 in epoca sovietica, è stato rieletto per altri 5 anni con il 95,6% dei voti. Benché l’Ocse abbia denunciato brogli e irregolarità nel voto, in Occidente la rielezione di Nazarbayev è stata salutata con favore. Stabilità politica significa stabilità economica, e gli investitori esteri, che dal 1991 hanno impiegato oltre 120 miliardi di dollari nel Paese centroasiatico, lo sanno bene. Inutile indignarsi per la (consueta) doppia morale delle nostre latitudini.

Il caso Ablyazov ha messo in luce non soltanto l’importanza strategica delle relazioni economiche tra Italia e Kazakistan. ma anche la sudditanza di Roma nei confronti di Astana, capace di violare sia l’art. 10 della Costituzione che le più elementari garanzie del giusto processo pur di non mettere questo legame in discussione.

Perfino l’l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato l’arresto e l’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia di Ablyazov, riscontrando una similitudine con la pratica illegale della extraordinary rendition.

Se però può consolarci, non si tratta di un’esclusiva del Belpaese. Secondo un rapporto di EUobserver, il Kazakistan si avvale nientemeno che dell’Interpol, il corpo di polizia comune con sede a Lione, per perseguitare i dissidenti politici esiliati nei Paesi della UE.
Alla faccia dei principi di libertà e democrazia di cui Bruxelles ama ergersi ad alfiere.

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