L’Australia in transizione sceglie la svolta a destra

Il conservatore Tony Abbott, leader della coalizione liberal-nazionale e vincitore delle elezioni tenutesi sabato 7 settembre, ha giurato come 28esimo neopremier australiano. Lunedì aveva rivelato la composizione del suo governo. L’unica donna della squadra è Julie Bishop, ministro degli Esteri.

Con l’avvento di Abbott, l’Australia svolta a destra dopo sei anni di governo laburista. A giugno Julia Gillard, unico primo ministro donna nella storia del paese, si era dimessa in seguito alla sconfitta nelle primarie del suo partito, dopo aver guidato un governo con una fragile maggioranza tenuta in piedi da una manciata di voti. Il suo posto è stato preso da Kevin Rudd – da lei defenestrato appena tre anni prima – sulla scia di una serie di sondaggi disastrosi che già indicavano una pesante sconfitta elettorale per i laburisti.

Al di là delle mere vicissitudini politiche, Canberra sta vivendo un periodo di profonda transizione. La fine del boom minerario, annunciata ufficialmente da Rudd in estate, ha alzato il velo sul cambiamento in corso del Paese. Le esportazioni minerarie, che avevano al Paese di arricchirsi anche nel periodo più nero della crisi economica, erano legate a doppio filo alla crescita della Cina (ne avevo parlato qui). Il rallentamento del colosso asiatico ha ridotto la domanda per le risorse del suolo australiano.

La frenata dell’industria estrattiva non poteva che mettere a nudo il recente peggioramento dei dati macroeconomici di Canberra. Benché il Paese non abbia conosciuto una fase recessiva da 22 anni a questa parte, la crescita del PIL è rallentata, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento nel 2013 al 6,25%, In maggio la Ford ha annunciato la sua intenzione di chiudere gli stabilimenti australiani entro il 2016 perché produrre auto sull’isola costa 4 volte di più che in Asia e circa il doppio rispetto all’Europa. Il rallentamento dell’economia, combinato col minore gettito fiscale dell’ultimo anno, ha provocato un deficit di bilancio di 180 miliardi di dollari.

Ciò che invece diminuisce è il corso della valuta nazionale, il dollaro australiano, e non soltanto a causa del costo della vita sempre alto. Dal novembre 2011 la Banca Centrale ha abbassato i tassi di interesse di ben due punti, portandoli all’attuale livello del 2,5%: il minimo dalla fine degli anni Cinquanta. Tuttavia la ripresa ancora non si vede; negli Stati non minerari, i conti pubblici sono peggiorati e diverse aziende mostrano segni di debolezza.

Per invertire questa tendenza, Abbott propone 40 miliardi di tagli alla spesa pubblica nei prossimi 4 anni, che verosimilmente colpiranno anche i programmi di assistenza sociale in favore della maternità retribuita e del sostegno ai disabili. Inoltre, il piano di rilancio dell’economia prevede l’abolizione di due imposte (la mining tax sui profitti minerari e la carbon tax che impone il pagamento di 20 dollari australiani per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa nell’atmosfera) particolarmente ostiche alle grandi imprese. Nelle intenzioni, la duplice misura servirà ad incoraggiare la competitività nel settore delle risorse e favorire la crescita.

A complemento di questa ricetta populista, non poteva mancare una buona dose di proclami contro l’immigrazione clandestina. Negli ultimi anni gli immigrati irregolari sono stati in costante aumento: dai 4.500 nel 2011, si è passati agli oltre 17 mila del 2012, per arrivare agli oltre 15 mila fino al luglio di quest’anno. Abbott promette di impiegare la Marina militare per rimandare indietro i barconi. In realtà, gli immigrati non sono poi così tanti, in rapporto ai flussi che ogni anno si dirigono verso gli altri Paesi sviluppati, e il tema dell’immigrazione illegale è contornato da una serie di miti che però in campagna elettorale è difficile da sfatare. Del resto, già i laburisti avevano stretto accordi con Nauru e Papua Nuova Guinea affinché i barconi fossero dirottati lontano da Canberra per impedire che nuovi immigrati si insediassero sul territorio australiano.

Dal punto di vista geopolitico, il nuovo governo intende approfondire le relazioni con la Cina, in ossequio alla concezione dell’austrocentrismo (visione politica volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici) già inaugurata da Julia Gillard.

Nessun progresso, infine, è atteso sul tema dei diritti civili (ad es. riguardo ai matrimoni tra gay). D’altra parte, è rimasta famosa l’accusa di misoginia che l’allora premier Gillard ha rivolto ad Abbott non molto tempo fa, e che la nomina di un solo ministro donna all’interno dell’esecutivo sembra indirettamente confermare.

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