Il lato oscuro del miracolo tedesco

In tedesco si dice Wirtschaftswunder; in italiano si traduce «miracolo economico». È il fenomeno che descrive la rapida ricostruzione e lo sviluppo dell’economia della Germania Ovest nel dopoguerra, nonché l’espressione con cui gli organi d’informazione sono soliti sintetizzare la vitalità dell’apparato produttivo di Berlino, in stridente contrasto con un resto d’Europa tuttora impantanato nella crisi. Il parallelo con gli anni della rinascita appare giustificato, se pensiamo che, fino a dieci anni fa, le finanze tedesche non godevano affatto di buona salute. Nel 2003, Berlino fu la prima in Europa a sforare quel Patto di Stabilità e Crescita da essa fortemente voluto. Inoltre, nel triennio 2002–05, la sua economia è cresciuta in media dello0,37%, e il rapporto debito/PIL è passato dal 60% al 68%. Eppure, la Germania è tornata a esser la locomotiva d’Europa, attraversando gli anni della crisi praticamente indenne.

La ripresa è avvenuta soprattutto grazie alle misure dell’Agenda 2010, un pacchetto di riforme voluto dall’allora Cancelliere, il socialista Gerhard Schröder, il cui nucleo centrale è noto come Hartz IV, dal cognome di Peter Hartz, all’epoca capo del personale dellaVolkswagen, incaricato di presentare proposte per la riduzione della disoccupazione. L’Agenda intendeva modernizzare sia il mercato del lavoro sia lo Stato sociale, e negli effetti pratici si risolveva in una cura da cavallo da propinare al Paese. La quale sarebbe costata la rielezione al suo fautore, ma avrebbe consentito all’apparato produttivo tedesco uno spettacolare recupero di competitività. Questo mentre nel resto d’Europa si dava spazio a politiche demagogiche – come la «legge delle 35 ore» in Francia – sull’onda degli ultimi anni di vacche grasse che precedettero la crisi. Il risultato è che oggi la quota di disoccupati in Germania è del 5,4%, in costante discesa rispetto al 6,7% del 2011 e al 7,5% del 2010, a fronte d’una media europea del 12,2%. Di questo passo, Berlino s’avvia a raggiungere il traguardo della piena occupazione entro il 2015. Ed ecco che orde di disoccupati vi si riversano da ogni angolo del Vecchio Continente, in particolare dalla sua sponda mediterranea. Tantoché, nel marzo 2012, il Premio Nobel per l’economia MichaelSpence sosteneva che gli americani avessero molto «da imparare dalla Germania» in merito alle politiche occupazionali.

Questo è il lato luminoso del «miracolo» tedesco. Sennonché le riforme di Schröder hanno generato anche dei lati oscuri, di cui si parla poco o nulla. Ciò che le statistiche nascondono è che dietro al miracolo occupazionale si cela una forte polarizzazione delle situazioni lavorative, coi precari da una parte e gli assunti con contratto dall’altra, e con scarsissime possibilità di mobilità sociale per i giovani.

Innanzitutto, in Germania non esiste alcun salario minimo, per cui è normale che un lavoratore percepisca un reddito di 2 euro l’ora o perfino di 0,55 centesimi, come segnalato dalla stampa estera già nel 2012. Berlino ha la piú alta quota di lavoratori a basso reddito d’Europa: addirittura il 20% dei lavoratori a tempo pieno, contro il 13,5% in Grecia e l’8% in Italia. In totale, nel 2010, oltre quattro milioni di persone hanno lavorato per meno di 7 euro l’ora. Per scomparire dalle statistiche di disoccupazione, basta che il lavoratore accetti un impiego pagato fino a 165 euro al mese. La riforma Hartz IV ha cancellato milioni di persone dalle liste di disoccupazione per poi farle riapparire nelle liste di «lavoratori poveri» – piú d’un milione e mezzo di persone che si recano almeno settimanalmente alle mense di beneficenza, nonostante abbiano formalmente un lavoro.

Ma perché c’è gente che accetta di lavorare a meno d’un euro l’ora? Perché altrimenti perderebbe i sussidi previsti dallo Hartz IV. Prima della riforma, i disoccupati che durante il lavoro avevano versato i contributi avevano il diritto a un’indennità di disoccupazione (Arbeitslosengeld I ALG I) che durava due – o, in certi casi, tre – anni. I disoccupati di lunga durata che avevano esaurito il diritto all’ALG I potevano poi ricevere l’ALG II, benché piú modesto, oltre a una pubblica assistenza (Sozialhilfe, «aiuto sociale») per le persone con maggiori difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro. Col pacchetto Hartz, la durata dell’ALG I è stata ridotta a un anno soltanto, mentre l’ALG II e la Sozialhilfe sono stati fusi in un unico sussidio. Il sistema ha cosí favorito la proliferazione di lavoretti da meno di 15 ore settimanali e pagati anche meno di 400 euro, limite al di sotto del quale lo Stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari. Ecco spiegata la convenienza per i datori di lavoro, come ricostruito da un rapporto del Comité d’études des relations franco-allemandescomparso nella primavera del 2012.

E si tratta solo d’un primo sguardo s’una realtà scarsamente divulgata, con buona pace della retorica filotedesca.

Altri numeri testimoniano come in Germania vi sia anche una scarsa mobilità sociale. Secondo i più recenti dati OCSE, appena il 20% dei giovani tedeschi raggiunge un livello professionale superiore a quello dei genitori, a fronte d’una media europea praticamente doppia. Tra le contraddizioni del miracolo occupazionale tedesco v’è poi il fatto che, nonostante la disoccupazione diminuisca, il numero di disoccupati cronici – cioè quelli che da più di 24 mesi non lavorano nemmeno per una settimana – negli ultimi anni è praticamente rimasto inalterato: circa tre milioni di persone, su quattro milioni di disoccupati totali. Dilaga poi il precariato: i lavoratori interinali hanno ormai superato quota un milione, praticamente il triplo rispetto al 2007.

La verità è che in Germania i ricchi accrescono il proprio patrimonio privato, mentre i poveri scivolano in una povertà sempre piú pesante, aggravata dalla mancanza di chance. Ma, questo, il governo tedesco non vuol farlo sapere. Nel settembre scorso, Business Insider rivelava il contenuto d’un documento commissionato dal governo tedesco, il «Rapporto sulla povertà» (Lebenslagen in Deutschland – Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung, noto – appunto – coll’abbreviazione Armutsbericht), consultabile qui. Preparato e diffuso dal Ministero del Lavoro guidato da Ursula von der Leyen (CDU) in collaborazione con altri dicasteri, esso ci offre la fotografia d’un Paese ricco e allo stesso tempo in fase di sfaldamento sociale. Per la verità, si tratta d’una pubblicazione periodica a cura del Ministero: lo scoop di Business Insider sta nell’averne divulgata la bozza originaria, poi ritoccata dal governo Merkel prima della sua diffusione.

Secondo lo studio, tra il 1992 e il 2012 il patrimonio netto privato delle famiglie tedesche è aumentato da 4.600 a circa 10.000 miliardi d’euro: 250.000 euro a famiglia, in teoria. In pratica, invece, se nel 1998 il 50% piú povero della popolazione tedesca possedeva il 4% della ricchezza, dieci anni dopo è arrivato a possederne appena l’1%, mentre il 10% piú ricco è passato dal 45% al 53%. Nel mezzo sta il 40% «di ceto medio» (la definizione è riduttiva, vista la variegata composizione economico-sociale, ma preferiamo indicarla cosí per ragioni di mera comodità), che nel 2008 possiede il restante 46% del patrimonio privato, in calo rispetto al 48% del 2003 e al 52% del 1998. Non va meglio per quanto riguarda le retribuzioni, separate da una forbice salariale in costante aumento: mentre i salari piú alti sono cresciuti, quelli piú bassi sono crollati. Il divario diventa abissale se consideriamo il solo lavoro dipendente: mentre le retribuzioni reali sono aumentate appena, i profitti delle aziende sono cresciuti del 50%.

Il preoccupante aumento della disuguaglianza dimostra che il modello tedesco è imperfetto, nonostante le statistiche sul rischio di povertà collochino la Germania in una posizione migliore rispetto alla media europea. Un problema d’iniquità sociale esiste, ed è per questo che nello scorso autunno l’Alleanza Umfairteilen (gioco di parole tra il tedesco umverteilen, «ridistribuire», e l’inglese fair, «equo»), un cartello d’associazioni e organizzazioni religiose, politiche, economiche e sindacali, ha lanciato un appello per chiedere di ridurre il crescente divario tra ricchi e poveri attraverso una maggiore tassazione sulla ricchezza privata. Il Parlamento, secondo l’Alleanza, deve porre fine all’ostruzionismo contro l’innalzamento delle aliquote verso i ricchi – esattamente come avviene nel Senato americano, dominato dalla maggioranza Repubblicana, vicina a quell’«1%» contro cui i giovani d’Occupy Wall Streeterano scesi in strada.

La denuncia dell’Umfairteilen non poteva non avere riflessi sul dibattito pubblico, ora che i partiti scaldano i motori in vista dell’imminente campagna elettorale. E qui torniamo al succitato Armutsbericht. La versione definitiva del documento è stata oggetto d’un duro scontro tra il vicecancelliere Philipp Rösler, liberale, e la Ministra del Lavoro von der Leyen. Rösler e il suo partito – tradizionalmente vicino agl’interessi delle fasce di reddito piú alte – non hanno gradito il passaggio del rapporto in cui si parla d’una maggiore tassazione sulla ricchezza. Col pretesto che il rapporto non era «concordato col suo dicastero» e che «non rappresentava l’opinione del governo», il vicecancelliere ha fatto la voce grossa,minacciando di non approvarne la bozza cosí come inizialmente formulata. Quando anche la cancelliera Merkel s’è schierata coll’esponente liberale, la ministra von der Leyen s’è vista costretta a scendere a piú miti consigli.

L’esito del confronto Rösler–von der Leyen è stato, per l’appunto, la pubblicazione d’una variante edulcorata dell’Armutsbericht, in cui alcune espressioni scomode, come rischi socialiricchezza privata ripartita in modo iniquo, sono scomparse. Tantoché, a marzo, quando il rapporto è stato approvato, la stessa stampa tedesca ha apertamente accusato il governo d’aver truccato i dati nella versione definitiva.

Difficile esprimere un giudizio complessivo sulle riforme avviate da Schröder, nell’anno in cui cade il decimo anniversario dell’Agenda 2010. La razionalizzazione della spesa pubblica e la graduale diminuzione della disoccupazione non sembrano tener conto degli elevati costi sociali che la riforma ha riversato sulle fasce meno abbienti. È vero che in Germania il costo della vita è inferiore a quello di Francia e Italia (per inciso, anche grazie alla presenza d’un mercato ad hoc per i sottoccupati). Tuttavia, la fetta di popolazione a rischio di povertà è passata dal 15,2% del 2008 al 15,8% del 2011. E l’esistenza di quei «disoccupati mascherati» che prendono meno d’un euro l’ora o ingrossano le file della Caritas getta un’ombra sinistra sugli altri numeri, quelli piú lusinghieri sulla disoccupazione ai minimi storici, che il governo tedesco tende a esibire con orgoglio.

La vera domanda è: che cosa succederebbe se la Germania interrompesse il proprio ciclo di crescita, fondato principalmente sull’esportazione (poiché la domanda interna si mantiene tradizionalmente bassa)? Il successo del modello tedesco, infatti, dipende fin troppo dalla salute dei mercati esteri – e in particolare di quelli europei. La Cina non potrà mai sostituire il Vecchio Continente in cima alle destinazioni del made in Germany: Pechino assorbe appena il 15% dell’esportazioni tedesche, mentre il resto dell’UE ne riceve oltre il 40%. Essendo l’Europa alle prese con la trappola dell’«austerità», le merci tedesche tendono sempre piú a rimanere sugli scaffali. Già nel medio termine, un’eventuale flessione del saldo commerciale – coi suoi inevitabili riflessi sul piano occupazionale – potrebbe metter a nudo le contraddizioni del tanto decantato miracolo tedesco, squarciando cosí il velo s’un inquietante scenario che le statistiche del governo hanno fin qui occultato.

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English versionThe dark side of miracle-Germany

In German it is calledWirtschaftswunder; in English it translates as «economic miracle». This phenomenon describes the rapid reconstruction and development of the economy of Western Germany after the war, as well as the expression with which the media synthesise the vitality of Berlin’s productive apparatus, in a striking contrast with the rest of Europe, which remains stuck in the undergoing crisis. The parallelism with the years of rebirthseems justified considering that, up to ten years ago, German finances did not enjoy a proper health. In 2003,Berlin was the first in Europe to exceed the Stability and Growth Pactlimit, a pact it had strongly requested. Moreover, in the three years between 2002 and 2005, its economy grew at an average of 0.37%, and the debt/GDP ratio rose from 60% to68%. Yet, Germany has returned to being the European locomotive, wading through the crisis unscathed.

The recovery occurred mainly because of the 2010 Agenda, a set of reforms wanted by the former Chancellor, the socialist Gerhard Schröder, which core is known as Hartz IV, from the surname of Peter Hartz, former Volkswagen staff chief, in charge of making proposals on unemployment reduction. The Agenda was intent on modernising both the labour market and the welfare state, and the practical effects resolved into a strong cure to which the country would be subjected. Said cure would cost the re-election to its advocate, but it would grant the German productive apparatus competitiveness recovery. In the meanwhile, the rest of Europe made ​​room for populist policies – such as the «35 hour law» in France – in the wake of the recent prosper years which preceded the crisis. The result is that, today, unemployment in Germany is 5.4%, constantly decreasing compared to the 6.7% in 2011 and the 7.5% in 2010, whilst the European average rests at 12.2%. At this rate, Berlin runs towards achieving the goal of total workforce employment by 2015. And this is how hordes of unemployed will flock from every corner of the continent, especially from Mediterranean countries. Insomuch that, in March 2012, the economics Nobel Prize MichaelSpence argued that Americans had quite a lot to «learn from Germany» in respect to employment policies.

This is the bright side of the German «miracle». Schröder’s reforms, however, have also created a dark side, on which little or nothing has been said. What statistics conceal beneath the miracle veil is the fact that employment has a strong polarisation of work positions, with the precarious on one side and the contract workers on the other, with small chances of social mobility for the young.

Firstly, in Germany the minimum wage does not exist, thus it is normal that a worker may receive an income of 2 Euro per hour, or even 0.55 cents, as reported by foreign press as early as 2012. Berlin has the highest number of low-income workers in Europe: as much as 20% of full-time workers, compared to the 13.5% of Greece and the 8% of Italy. In 2010 as many as four million people have worked for less than 7 Euro per hour. To disappear from unemployment statistics, it is sufficient for a worker to accept an employment of up to 165 Euro per month. The Hartz IV reform wiped out millions of people from the unemployment lists to have them, subsequently, reappear in the lists of the «working poor» – more than a million and a half people go, at least weekly, to charity canteens, despite – officially – having a job.

How come there are people who agree to work for less than 1 Euro per hour? Because if they didn’t, they’d lose the benefits provided by the Hartz IV. Before the reform, the unemployed who had paid taxes during their employed period were entitled to unemployment benefits (Arbeitslosengeld I or ALG I) which lasted for about two – or, in some cases, three – years. The long-term unemployed, who had used up the ALG I, were entitled to the ALG II – although a more modest benefit – as well as a welfare support (Sozialhilfe or «social assistance») for people who experience greater difficulty in re-entering the job market. The Hartz reduced the duration of ALG I to a year, whilst the ALG IIand Sozialhilfe were merged into a single benefit. The system has, thus, encouraged the proliferation of jobs below 15 hours per week and paid less than 400 Euro, the limit beneath which the State doesn’t require the payment of social security and health insurance contributions. This explains why the system is convenient for employers, as reconstructed from a report of the Comité d’études des relations franco-allemandes released in the spring of 2012.

And this is but a first look at a poorly disclosed reality, regardless of pro-German rhetoric.

Other numbers prove that Germany lacks a fluid social mobility. According to the most recent OECD data, only 20% of young Germans reach a professional level higher than that of their parents, compared to a European average which is almost double the percentage. Amongst the contradictions of the German miraculous employment there is the fact that, despite an unemployment decrease, the number of the chronically unemployed – i.e. those who for more than 24 months do not even work for a week – in recent years has practically remained unchanged: almost three million people on four million of total unemployed.Precariousness rampages: temporary workers have exceeded one million, almost three times the figures of 2007.

The truth is that in Germany the rich increase their private wealth, whilst the poor slip into deeper poverty, aggravated by lack of chances. The German government does not want it known. In September 2012, Business Insider revealed the contents of a document commissioned by the German government, the «Report on Poverty» (Lebenslagen in Deutschland – Armuts- Reichtumsbericht und der Bundesregierung, known – in fact – abbreviated as Armutsbericht), available here. Prepared and published by the Ministry of Labour, led by Ursula von der Leyen (CDU) in collaboration with other departments, it offers the photograph of a rich country, which, at the same time, undergoes social disintegration. In truth, it is a periodical publication by the Ministry: Business Insider’s scoop lays in the fact that it disclosed the original draft, which was afterwards retouched by theMerkel government, prior to its release.

According to the study, the net asset of private households in Germany between 1992 and 2012 has increased from 4,600 to about 10,000 billions of Euro: € 250,000 per family, theoretically. Practically, instead, if in 1998 the poorest 50% of the German population owned 4% of the wealth, ten years later it owned only 1%, whilst the richest 10% increased from 45% to 53%. In the middle is the 40% «middle class» (the definition is faulty, given the varied socio-economic composition, but we prefer to indicate it as such for the sake of mere convenience), which in 2008 owns the remaining 46% of private assets, decreasing compared to the 48% in 2003 and the 52% in 1998. It’s no better on salaries, divided by a steadily increasing income gap: whilst wages have grown higher, the lowest have plummeted. The gap becomes abysmal if we consider only the employee: whilst real wages have slightly increased, corporate profits have grown by 50%.

The alarming increase in inequality shows that the German model is imperfect, althoughstatistics on poverty risk position Germany in a better rank than the European average. The problem of social inequity exists, and that’s why last Autumn the Umfairteilen Alliance (a wordplay between German umverteilen, «redistribute», and the English fair), a group of associations and religious, political , economic and trade unions, launched anappeal demanding the reduction of the growing gap between rich and poor, by the application of an increased taxation on private wealth. The Parliament, according to the Alliance, must end the filibuster against a tax rate increase for the rich – the same occurs in the U.S. Senate, dominated by the Republican majority, close to that «1%» against which the young of Occupy Wall Street protest.

The complaint of Umfairteilen had an impact on the public debate, seeing as the parties warm up their engines for the forthcoming election campaign. And here we go back to the aforementioned Armutsbericht. The final version of the document was the subject of asevere conflict between the Vice-Chancellor Philipp Rösler, libertarian, and Labour Minister, von der Leyen. Rösler and his party – traditionally close to the interests of the high income groups – did not like the passage of the report in which higher taxes on wealth are contemplated. With the pretext that the relationship was not «in agreement with his Ministry» and that «it didn’t represent government’s opinion» the Vice-Chancellor remarked his position by threatening to not approve the draft as initially formulated. When Chancellor Merkel deployed with her vice executive, the Minister von der Leyen saw herself forced to retreat on a milder report.

The outcome of the contrast Rösler–von der Leyen was, as a matter of fact, the publication of a sweetened version of the Armutsbericht, in which some thorny expressions, such associal risks and private wealth distributed unfairly, simply disappeared. Insomuch that, in March, when the report was approved, the very same German press openly accused the government of rigging the data in the final version.

It is quite difficult to express an overall opinion on the reforms initiated by Schröder, in the year that marks the tenth anniversary of 2010 Agenda. The rationalisation of public spending and the gradual decrease in unemployment do not seem to account for the high social cost that the reform has burdened upon the poorer segments. It is true that in Germany the cost of living is lower than in France and Italy (also because of the presence of a market specifically intended for the underemployed). However, the portion of population at risk of poverty increased from 15.2% in 2008 to 15.8% in 2011. And the existence of those «disguised unemployed» who earn less than one euro per hour or swell the queues of the Caritas, cast sinister shadows on the other numbers, the more flattering ones on unemployment at historical lows, which the German government tends to proudly display.

The real question is: what would happen if Germany interrupts its growth cycle, which is mainly based on export (since domestic demand remains traditionally low)? The success of the German model, in fact, depends too much on the health of foreign markets – and in particular to those in Europe. China will never replace the old continent as the top destination of the made ​​in Germany: Beijing absorbs only 15% of the German exportation, whilst the rest of the EU receives more than 40%. Seeing as Europe is struggling with the «austerity» trap, German goods are left – more and more – on the shelves. In the medium term, a possible decline in the trade balance – with the inevitable impact on employment – could bare the contradictions of the much praised German miracle, tearing the veil on a disturbing scenario that government statistics have so far duly concealed.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder; in versione inglese qui.

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