Da che parte va l’Albania del dopo Berisha

Nelle elezioni parlamentari in Albania del 23 giugno, l’opposizione del partito socialista del sindaco di Tirana Edi Rama (Partito Socialista) ha vinto sulla maggioranza di centro-destra del premier conservatore Sali Berisha (Partito Democratico), già al secondo mandato.
All’Alleanza per un’Albania europea, la coalizione di Rama, andranno 84 seggi contro i 56 della compagine uscente. Nello specifico, i socialisti si sono aggiudicati 66 seggi, che ne fanno la prima forza politica del Paese, mentre il Movimento Socialista per l’Integrazione (LSI) di Ilir Meta si è accaparrato 16 mandati, quadruplicando quelli presi nel 2009. Gli altri due mandati sono andati ai partiti minori della coalizione: uno all’Unione per i Diritti Umani (PDBNJ) dei minoritari di Vangjel Dule e l’altro al Partito Cristiano Democratico (PKDSH), formazione di centrodestra ma alleata con i socialisti.

Per tutto quello che riguarda gli schieramenti e lo svolgimento del voto si veda questo articolo su Limes, dove si cerca anche di ipotizzare gli scenari futuri:

Edi Rama, dopo il verdetto, ha dichiarato che sarà il primo ministro e servitore del popolo albanese. Con questa dichiarazione ha tolto ogni dubbio su chi avrebbe rivestito riguardo il ruolo di premier tra lui e Ilir Meta. Con i suoi alleati, Rama promette di porre in atto le riforme necessarie per avvicinare l’Albania all’Ue e di far uscire l’economia albanese dalla profonda crisi in cui versa.

Il Pd, sconfitto, esce drasticamente ridimensionato. Si prefiggono grossi cambiamenti al suo interno: dopo 23 anni di guida autoriaria e indiscussa, Berisha abbandona anche le sue funzioni all’interno del partito. Gli 8 anni al governo hanno logorato il Pd, al quale mancano nuove personalità che possano prendere in mano la situazione per avviare le riforme di cui esso ha bisogno. Finora non sono emerse nuove figure; il primo nome che viene invocato è quello dell’attuale sindaco di Tirana, Lulezim Basha, ma anche lui non rappresenterebbe niente di nuovo, essendo cresciuto sotto l’ala protettrice di Berisha.

Gli osservatori internazionali hanno dato un parere positivo sull’andamento di queste elezioni. Una transizione pacifica del governo dalla maggioranza uscente guidata da Berisha a quella nuova di Rama e Meta rafforzerebbe le credenziali democratiche ed europee del paese delle aquile e potrebbe influire positivamente sul parere di Bruxelles.

Un ulteriore approfondimento è svolto da Albania News (che qui analizza anche il voto nelle singole circoscrizioni):

In molti sono rimasti sorpresi dal successo del LSI di Meta che fino al Primo Aprile scorso ha governato insieme a Berisha. Sembra che Meta abbia preso tutti i meriti degli ultimi quattro anni di governo al contrario del suo ex-alleato che ne è uscito sbaragliato. Ciò, oltre all’assoluto protagonismo ed autoritarismo di Berisha, potrebbe derivare anche dal fatto che il suo partito ha sempre deciso sulle politiche nazionali incluso gli investimenti strategici e la distribuzione delle risorse. Invece, il LSI di Meta le ha semplicemente ratificate, senza prendersi sulle proprie spalle nessuna responsabilità per le grandi politiche del Paese. Dall’altra parte, il LSI ha diretto alcuni dei Ministeri di peso durante l’ultima legislatura, accumulando un capitale politico immenso grazie ai favori politici concessi ai suoi militanti.

Oramai è indubbio il fatto che Meta sia considerato la via di mezzo tra Berisha e Rama, l’ago della bilancia tra le due grandi forze politiche, ovvero un elemento di freno per le loro ambizioni illimitate, constatazione che si è sicuramente tradotto in un ulteriore raffica di voti dagli indecisi e non solo. Tuttavia, non stiamo parlando della Norvegia: si deve tener conto anche di una zona grigia, ossia dei fondi pubblici appropriati dal suo partito e utilizzati come mezzo per allargare il proprio elettorato. Per capirlo basta andare in giro per Tirana e chiedere ai votanti del LSI il movente del loro voto.

Ora che Berisha “non c’è” dobbiamo stare attenti a non permettere che Rama presenti gli stessi orientamenti semi-dittatoriali del suo predecessore, sempre tenendo d’occhio Meta, che rischia di diventare una sorta di Tayllerand, il ministro presente in ogni governo francese sia ai tempi della Monarchia sia durante la Repubblica napoleonica. Come sostiene Fatos Lubonja, il voto albanese ha condannato le tendenze dittatoriali ed autoritarie, ma non il sistema di corruzione, un modello societario nell’Albania di oggi. Per quest’ultimo servirebbe una rivoluzione democratica alle urne che si spera l’Albania sarà pronta ad accoglierla alle prossime elezioni politiche. Fin ad allora, si deve segnare al taccuino, che – forse – dal 1992, quelle del 2013 sono state le elezioni più democratiche e libere in Albania, e se a questo progresso il nuovo parlamento ci mette anche il dialogo e la collaborazione interpartitica, lo status di Paese candidato concessa da parte del Consiglio Europeo non sarà che una formalità.

In generale, nella complicata storia dell’Albania l’instabilità politica sembra essere una costante. Secondo Il Post, che ripercorre le tappe salienti della cronologia del Paese, a Tirana il voto è stato spesso un semplice evento tra una crisi e l’altra:

Dalla fine del regime comunista, nel 1991, in Albania non si è mai svolta un’elezione considerata completamente libera e giusta. Nonostante il voto di domenica 23 giugno fosse considerato una prova per il paese, un’opportunità per rompere con il passato, non sembrano esserci segnali positivi di novità e cambiamento. E non solo perché la giornata è stata segnata da un grave episodio di violenza (c’è stata una sparatoria a Lac, a circa 50 chilometri da Tirana, in cui è morto un attivista dell’opposizione e un candidato del Partito democratico è rimasto ferito), ma anche perché durante la campagna elettorale le due coalizioni si sono presentate con un programma molto generico e basato soprattutto su critiche e accuse reciproche.

Eppure, come nota l’Osservatorio Balcani e Caucaso (che sulle elezioni del 23 giugno propone un dossier), da questo voto è emersa una situazione che nessuno si aspettava:

Come non era mai successo nella storia del pluralismo albanese, tutte le forze politiche – tranne i nazionalisti di Kreshnik Spahiu – hanno accettato i risultati delle urne. Una maggioranza da record, ben 84 deputati, andrà alla coalizione di centro-sinistra con a capo il Partito Socialista di Edi Rama. Mentre sono rimasti solo 56 deputati alla coalizione di centro-destra guidata dal Partito Democratico di Berisha.

Non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento i nazionalisti di Kreshnik Spahiu, gli esponenti della nuova destra scissi dal PD qualche mese fa, FRD, e nemmeno i candidati indipendenti come l’ex LSI Dritan Prifti, e l’ex PS Arben Malaj.

Una vittoria quindi molto netta della coalizione di sinistra che ha stupito gli albanesi, ha smentito tutti i sondaggi e anche gli analisti che prevedevano un testa a testa con pochi punti percentuali di differenza tra le due coalizioni principali.

Il Partito Democratico ha perso persino nelle sue roccaforti come la città settentrionale di Scutari, ed è riuscito a mantenere le proprie posizioni solo nella regione di Tropoja, al confine con il Kosovo, zona di provenienza del premier uscente Berisha. Una sconfitta senza precedenti.

Non sono riusciti invece a superare la soglia di sbarramento i nazionalisti di Alleanza Rosso-nera. Nonostante la grande grinta e le spese esorbitanti con cui hanno iniziato la loro campagna elettorale, non ha funzionato la loro retorica anacronistica arrivata con almeno 20 anni di ritardo rispetto a quanto è avvenuto – e tragicamente funzionato – nei paesi vicini.

Gli albanesi possono vantarsi di nuovo di essere l’unico paese nei Balcani a non avere in parlamento dei rappresentati apertamente nazionalisti e fascistoidi.

Con il voto del 23 giugno i cittadini dell’Albania hanno dimostrato di essere pragmatici, di non meritare i vecchi schemi della politica degli ultimi anni, e di poter decidere democraticamente sulle proprie sorti. Nonostante nessuno ci credesse realmente, le ultime elezioni, sicuramente grazie anche alla cospicua presenza internazionale, hanno apportato il cambiamento che ci si augurava.

Quello che si può dire sicuramente fin da ora è però che l’Albania ha inaugurato una nuova fase di rottura con un passato semi-autoritario e che gli albanesi si sono dimostrati cittadini più consapevoli e reattivi di quattro anni fa.

Una consapevolezza che il popolo ha dimostrato di possedere già in aprile, quando una straordinaria mobilitazione dei cittadini ha consentito di promuovere un referendum per dire “no” ad una controversa disposizione, approvata dalla maggioranza di governo nel 2011, che contemplava la possibilità di importare circa 400 tipi differenti di rifiuti dall’estero.

A rama spetterà il compito di dare avvio alle riforme necessarie a portare Tirana nell’Unione Europea, ma prima ancora di sistemare le precarie condizioni dell’economia, dopo che il rallentamento della crescita del PIL da un 6,1% del 2008 all’1,8% previsto per il 2013 ha dato un severo colpo alle prospettive di impiego nel Paese.

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