Altro che Gezi Park, la vera minaccia per la Turchia è la bolla economica

Come ho già detto, Gezi Park non sarà il principio di una primavera turca: difficile credere che le manifestazioni in corso ad Istanbul porteranno alla caduta del governo di Erdogan.
Tuttavia, il premier ha poco da star tranquillo, così come la sua nazione in generale.

Facciamo un salto indietro di un anno per rileggere un articolo pubblicato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso nel giugno dello scorso anno:

Durante la campagna per le ultime elezioni politiche che hanno segnato l’ennesimo trionfo del suo partito, L’AKP, Erdoğan ha reso pubblico un ambizioso programma da realizzare entro il 2023 quando la Repubblica turca compirà 100 anni: “La nostra economia sarà tra le 10 più importanti del mondo, il reddito pro-capite raggiungerà i 25 mila dollari, le esportazioni i 500 miliardi di dollari e l’industria darà il via alla produzione di automobili, velivoli e mezzi militari 100% made in Turkey”, ha annunciato il premier.

Il 28 maggio, ossia appena tre giorni prima che esplodesse la protesta ad Istanbul, il Guardian aveva definito quella turca un’economia fiorente in una zona pericolosa, basata sui fondamentali macroeconomici piuttosto che bolle o scoperte di risorse. Apparentemente la Turchia è dunque in rapido sviluppo procede come un treno in corsa verso gli obiettivi stabiliti per il centenario.

Ma lo sviluppo turco è davvero così irrefrenabile, e soprattutto, così solido?

In realtà, i dati macroeconomici mostravano qualche crepa già quando gli ambiziosi propositi di Erdogan furono pronunciati. Dopo due anni di crescita “cinese” – con ritmi del 9,2% nel 2010 e dell’8,8% nel 2011 – l’economia turca ha subito una brusca frenata l’anno scorso, cresciuta “solo” del +2,2%. Un risultato peraltro inferiore alle previsioni già in ribasso del governo di Erdogan, che aveva pianificato un +3,2%.

La repentinità e la dimensione di questa battuta d’arresto rivela la verità dei fatti: contrariamente a quanto sostenuto dal Guardian, l’economia turca è in gran parte gonfiata, e la rivolta del Gezi Park ne ha messo a nudo le contraddizioni. La prova è data dal crollo della borsa di Istanbul nell’immediatezza delle proteste.

Secondo l’International Business Times:

Ma se la protesta ha motivi sociali e culturali, prima che politici, se non vi è un pericolo di rivoluzione come in altri Paesi arabi nel corso della storia recente, e se l’economia è solida, come mai la borsa turca ha reagito con un tonfo dell’8 per cento in apertura nel corso della giornata di lunedì?

La risposta è che l’economia turca non è poi così solida come potrebbe sembrare e il governo sembra aver perso la spinta riformatrice che lo ha caratterizzato nei primi anni di attività, concentrandosi principalmente su provvedimenti di carattere “etico”, come il divieto di consumo di alcool, quello relativo alle effusioni in pubblico, la mano dura sulla stampa e altro. Sembra, insomma, che il governo abbia perso di vista l’economia, preoccupandosi invece di questioni di poco conto, almeno a livello economico, quando non addirittura negative per l’economia.

Nonostante la crescita ancora relativamente forte, infatti, il Paese inizia a scricchiolare: una crescita intensa come quelli degli anni passati è ovviamente insostenibile e, come nel caso cinese, è lecito attendersi un rallentamento nel passaggio da economia emergente a economia emersa. Vi sono poi alcuni indicatori statistici che destano preoccupazione: la Turchia è diventata sempre più dipendente dal finanziamento estero, il suo deficit nelle partite correnti è il peggiore fra quelli considerati nel database Eurostat (10 per cento, peggiore addirittura di quello greco, sia pure di poco), e ciò ha inevitabilmente approfondito una caratteristica tipica dell’economia turca.

La Turchia è una zona piuttosto turbolenta quando si tratta di movimenti di capitale: in una fase positiva di mercato gli alti tassi di profitto offerti da un motore che gira a pieno ritmo, come la Turchia, provocano l’afflusso di capitali esteri, facendo apprezzare la lira turca, aumentando l’import, quindi peggiorando la bilancia commerciale, senza dimenticare il rischio di gonfiamento di una bolla finanziaria; quando invece si teme di inizio di una fase negativa, i capitali invece spariscono rapidamente dalla territorio turco, causando una contrazione dei consumi, un rallentamento della crescita e ovviamente maggiori difficoltà a ripagare debiti.

I capitali, insomma, entrano ed escono vorticosamente da un Paese interessato da crescita turbolenta, con il rischio bolla sempre in agguato, pesantemente esposto alla volatilità globale per via del suo enorme deficit e che ha visto parte della sua strategia internazionale (quella rivolta ai Paesi arabi) spazzata via dalla Primavera. Ora le proteste mettono in discussione un governo già “distratto” da altre faccende, e questo non sembra il migliore biglietto da visita per richiamare e trattenere finanziamenti esteri. E questo è ancora più grave se si considera che l’economia turca è naturalmente più lenta nel rispondere agli shock, per via di vistose carenze sia per quanto riguarda il capitale fisico che quello umano. Non sembra il caso di creare preoccupazioni anche per quello finanziario.

Linkiesta spiega che i rischi per l’economia di Ankara trovano origine nel peso eccessivo dell’edilizia e della manodopera a basso costo sul totale del PIL:

L’immobiliare, cioè, non è un male – ci mancherebbe – ma se rappresenta una componente eccessiva del sistema economico, così come sta succedendo in Turchia, i problemi potrebbero arrivare presto. Prima di tutto, si potrebbe creare una bolla immobiliare. A seguire, la bolla immobiliare potrebbe scoppiare a seguito dell’esaurimento della scorta di turchi che accorrono a Istanbul. Non è un caso se la domanda di abitazioni si è stabilizzata, ma i prezzi immobiliari continuino a salire.

È quello che sta succedendo in Turchia? Sembra che il premier Recep Tayyip Erdogan avrà presto a che fare con problemi economici anch’essi di tipo cinese. Il paese offre manodopera a basso prezzo per produzioni estere, e sta cercando contatti con l’Europa per poter espandere la propria rete commerciale. Così, è incontestabile che l’economia turca sia cresciuta a passi rapidissimi negli ultimi anni (quasi al 10% nel dopo-crisi), ma dalla crisi stessa l’approccio adottato per la crescita è cambiato di molto. Tra il 2008 e il 2012, il Pil turco è passato da 742 a 786 miliardi di dollari, crescendo quindi di 44 miliardi; ma lo stock di debito verso l’estero è cresciuto di 56 miliardi, cioè più del Pil. Di questi 56 miliardi di aumento, ben 48 sono debiti a breve, a forte sensibilità speculativa.

Se ciò non bastasse, si può anche citare quanto sta succedendo nel settore bancario. La crescita ha una dipendenza molto evidente dall’espansione del credito – non ultimo perché esiste un sistema di banche “sharia compliant” che hanno interesse a seguire le politiche dell’AKP, il partito islamico-riformista di Erdogan. Il credito privato è cresciuto molto. La banca centrale ha dichiarato dalla fine del 2011 di voler stabilizzare la crescita del credito, ma ha agito poi in maniera equivoca: alla luce di un’espansione economica deludente nel 2012 (appena il 2,2%), il tasso d’interesse principale della banca centrale turca è stato ridotto dal 5,7% al 4,5 per cento. Nonostante questo, l’inflazione è rimasta bassa, scendendo addirittura al 6,13% in aprile – rispetto ad attese del 6,5%. I libri di economia vorrebbero che se si abbassa il tasso, l’inflazione rimanga almeno stabile, e l’economia cresca, ma il +1,6% registrato nel primo trimestre del 2013 non sembra promettere bene, soprattutto dopo due trimestri al +0,1 per cento.

La debolezza turca risiede nei fondamentali: dipende troppo dall’offerta di manodopera a basso prezzo e dai mercati esportativi. Un sussulto internazionale potrebbe portare al tracollo economico, e soprattutto sociale. Il paese è privo della rete di assistenza presente in Europa, e licenziamenti di massa non potrebbero essere assorbiti politicamente. Non si dimentichi che dalla crisi il tasso di povertà ha smesso di scendere – segno, in presenza di crescita, di polarizzazione economica. Più precisamente, con l’AKP in Turchia i più ricchi hanno ceduto quote di ricchezza alla classe media, ma gli altri sono rimasti indietro.

La Turchia potrebbe poi essere vittima del suo stesso successo: le esportazioni potrebbero far aumentare la lira turca, riducendo le esportazioni stesse. Se la banca centrale reagisce abbassando il tasso di cambio (che dovrebbe anche svalutare la lira turca sui mercati), è anche in reazione a questo fenomeno.
C’è quindi molta Turchia da scoprire oltre Istanbul. Non bisogna credere alla Taksim lucida dello shopping-mile e degli alberghi di lusso, ma a quella delle proteste. La reazione violenta di Erdogan è dovuta a questo: la consapevolezza che il suo partito fortemente ideologico può rimanere al potere solo con la crescita economica. Se il modello zoppica, il suo potere annaspa. C’è da sperare che la Turchia riesca a proseguire nel suo cammino di stabilità, ma per ora non c’è da fidarsi della Turchia.

E tutto ciò non è affatto una novità dei nostri giorni.

In sostanza, la crescita economica di Erdogan è solo una versione della “crescita” degli Stati Uniti post 2001 in salsa turca: l’espansione è avvenuta grazie alle laute elargizioni di denaro a buon mercato, alimentando un bolla edilizia e speculativa che un governo saggio avrebbe fatto bene a raffreddare, ma che al contrario Erdogan ha addirittura incentivato per garantirsi la rielezione. Ma per la stabilità di un sistema economico l’espansione creditizia non può – e non deve – mai durare a lungo. In Turchia, invece, va avanti da un decennio, e tutti i nodi stanno pian piano venendo al pettine.

Già nel gennaio 2012 Europa scriveva:

Il lato oscuro del miracolo economico turco sta cominciando a scalfire l’immagine scintillante del paese che Recep Tayyip Erdogan e i suoi uomini erano riusciti a creare. Dopo anni di crescita sensazionale, condita da primati in classifica e numeri da capogiro, l’economia turca sembra essere arrivata al punto in cui non è più possibile nascondere le crepe che il suo successo strabiliante, accecando, celava.
Il valore della lira, la moneta di Ankara, è via via sempre diminuito negli ultimi mesi. Sino a toccare il suo minimo storico nei primi giorni del 2012, quando è precipitato a quota 1,898 rispetto al dollaro. Goldman Sachs, preoccupata, aveva già fatto arrivare le sue raccomandazioni alla più grande banca del paese, la Garanti Bankasi, scrivendo nel suoreport che la Turchia «è esposta a un deterioramento delle dinamiche bancarie che possono portare l’economia turca sino alla recessione».
La Turchia si potrebbe così trovare a passare, nel giro di pochi mesi, dall’essere il paese che cresce di più dopo la Cina a dover innestare forzosamente la marcia indietro della decrescita. Dall’euforia dei primi della lista precipiterebbe, repentinamente, alla depressione degli ultimi della classe. Con conseguenze sociali drammatiche, e con una potente diminuzione delle sue ambizioni politiche.

Il ridimensionamento del successo economico turco, però, potrebbe avere delle conseguenze politiche altrettanto dolorose. La volontà di potenza di Ankara, la sua ambizione di diventare il centro nevralgico di un nuovo Medio Oriente, ne uscirebbe senz’altro ridimensionata. E il fascino del suo modello – che coniuga islam, istituzioni moderne ed economia di mercato – perderebbe molta della sua potenza di seduzione una volta che le piazze arabe si trovassero di fronte a un altro paese in preda a una crisi economica, come un qualsiasi paese dell’occidente capitalista. Finendo per rafforzare le obiezioni alla modernità degli integralisti islamici.
I problemi però non rimarrebbero confinati all’estero, ma avrebbero un risvolto immediato anche in patria. Dove in realtà sono già iniziati. Il processo di menomazione delle libertà e dei diritti che si sta registrando negli ultimi mesi in Turchia, con arresti ai danni di giornalisti e studenti, nonché l’imbarbarimento della lotta contro il terrorismo curdo, è il rovescio politico più evidente di una situazione economica che sta andando verso il peggio (unita allo stallo del processo di adesione all’Unione europea).
Il modo in cui Erdogan cercherà di togliersi dai guai – centralizzando ancora di più sulla sua persona il sistema turco, oppure aprendolo e correggendolo insieme alle altre forze della società – definirà non solo il suo terzo mandato alla guida del governo, ma l’intero senso della sua avventura politica. Per questo, l’economia non è solo economia.

Sempre nel gennaio 2012, l’Asia Times riportava un’analisi (da leggere per intero) di cui sottolineo questo passaggio:

Tra tutte le stupidaggini dette a proposito della cosiddetta primavera araba dello scorso anno, forse la più stupida è stata l’idea che le nuove democrazie del mondo arabo potessero seguire il modello turco.

In realtà, se aveste investito nel modello turco (cioè, sul mercato azionario turco) allo scoppio delle rivolte arabe, oggi avreste perso circa la metà del vostro denaro. Se lasciate il denaro in Turchia, probabilmente perderete il resto. La Turchia non è un modello. Si tratta di una bolla, e sta per rompersi, a cominciare dal mercato azionario e dalla moneta nazionale. Sto lasciando la Turchia non per una qualsiasi motivazione politica, ma perché è la politica economica del governo turco ad essere uno spettacolo di pagliacci.

Torniamo ora all’articolo dell’Osservatorio Balcani e Caucaso citato in apertura:

Scricchiolii

“Sebbene molti paesi europei che passano di crisi in crisi si ucciderebbero a vicenda pur di avere i problemi che ha la Turchia, tuttavia lo sviluppo economico degli ultimi anni è insostenibile” scrive Daniel Dombey sul Financial Times. Secondo il giornalista il principale problema dell’economia turca sarebbe rappresentato da un “disavanzo nella bilancia commerciale che rappresenta l’8-8,5% del Pil”. In altre parole Ankara esporta poco e importa troppo, soprattutto dall’Europa, e quindi si indebita. “L’UE rimane il primo partner commerciale del paese e la principale fonte di investimento” e considerando che la maggior parte dei paesi UE sta attraversando un periodo di crisi “la Turchia è in balia di eventi esterni che influiscono sulla quantità di investimenti che interessano il paese”.

Secondo l’Economist quella turca sarebbe un’economia “estremamente vulnerabile”. “Quando l’economia, a livello globale, attraversa una fase positiva c’è un forte afflusso di denaro verso la Turchia che offre alti tassi di profitto e la lira turca acquista valore, aumentano gli import e il disavanzo nella bilancia commerciale, ma quando gli investitori hanno paura allora i capitali escono dal mercato turco più rapidamente rispetto ad altri paesi, spingendo in basso la lira turca e provocando una riduzione della domanda interna”.

In altre parole gli investitori dei paesi ricchi dove i tassi d’interesse sono bassi investono “soldi caldi” in Turchia creando una situazione di benessere effimera, destinata a dissolversi quando, cambiato il clima, gli stessi investitori ritirano i fondi che prima avevano investito.

Inoltre l’economia turca, dopo anni di crescita a doppia cifra, dal 2012 ha cominciato a rallentare. Dopo l’aumento record dell’11,9% nel primo trimestre 2011, il Pil turco ha cominciato a crescere di meno fino ad arrivare a un ben più ridotto aumento del 3,2% nel primo trimestre del 2012. La locomotiva Turchia quindi ha rallentato, ma il paese di Atatürk continua a crescere. Lo sviluppo degli ultimi anni ha reso davvero la vita di tutti migliore?

Crescita e benessere

“Il tenore di vita e il livello di ricchezza delle famiglie dell’alta borghesia è sicuramente aumentata – spiega a Osservatorio Balcani e Caucaso Sevket Pamuk, storico dell’economia di fama mondiale e Presidente del Dipartimento di studi sulla Turchia della London School of Economics ­– allo stesso tempo è nata una nuova piccola borghesia, formata da coloro che sono emigrati dalle campagne dell’Anatolia verso le grandi metropoli turche come Istanbul, Ankara e Izmir per cercare un futuro migliore. Divenuti principalmente commercianti e piccoli imprenditori si sono arricchiti grazie alle politiche del Akp di Erdoğan di cui sono i più forti sostenitori. Diversa invece la condizione di operai, lavoratori non qualificati e dipendenti pubblici – sottolinea Pamuk – che non è migliorata di molto. Inoltre a un aumento seppur ridotto dei loro stipendi, fa da contraltare l’aumento del costo della vita nelle città e un’inflazione all’8,9% che rende impercettibile questo cambio”.

Per chi fosse interessato a grafici e tabelle, consiglio di leggere – e confrontare – due articoli sul Middle East Forum, think tank con sede a Philadelphia che segue le vicende mediorientali, sia pur dal punto di vista degli interessi americani:

1) Il “miracolo economico” di Ankara collassa, pubblicato nell’inverno del 2012;

2) L’economia della primavera turca, pubblicato nei primi di giugno;

concludendo con le ultime righe del secondo contributo:

Col senno di poi, gli analisti della politica turca potrebbero concludere che l’islamismo di Erdogan non è stato un nuovo inizio per la Turchia, ma piuttosto un ritardato tentativo di versare della colla islamica nelle crepe che minacciano di fratturare la società turca. Erdogan potrebbe avere già fallito. Una quota crescente di elettori turchi si è resa conto di aver fatto un patto con il diavolo, e che il diavolo non ha mantenuto la sua parte dell’accordo.

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