Nemici finti e problemi veri: perché la Russia ha dichiarato guerra a gay e Ong

Non è facile la vita delle Ong nell’ex URSS, specialmente in Paesi tuttora sorretti da un regime autocratico come in Bielorussia e Azerbaijan. E dalla scorsa primavera anche la Russia ha deciso di puntare il dito contro questi soggetti.
Dal mese di marzo, in linea con il generale inasprimento del regime seguito al ritorno di Putin alla presidenza, Mosca obbliga le organizzazioni no profit che ricevono finanziamenti esteri a sottoporsi a controlli speciali. Nel dettaglio, secondo una legge approvata lo scorso anno, tutte le associazioni attive in campo “politico” (basta influenzare l’opinione pubblica per esser definite tali) si dovevano iscrivere su un’apposita lista, il registro degli “agenti stranieri”, per esser sottoposte a sorveglianza speciale. A novembre, quando la legge è entrata in vigore, tutte le Ong hanno rifiutato di ottemperare al provvedimento. Così, a marzo di quest’anno, è partita un’ondata di “controlli”, di chiaro carattere intimidatorio, da parte della polizia. E come nella migliore tradizione sovietica, i controlli sono stati accompagnati da una violenta campagna diffamatoria: ogni ente è stato presentato come un potenziale covo di spie.

Oltre alle associazioni no profit, da qualche tempo Putin ha preso di mira un altro soggetto debole della società russa: i gay. Nei giorni scorsi, l’uomo forte del cremlino ha fatto votare una legge che vieta di parlare bene dell’omosessualità ai minori e proibisce i gay pride. Questo proprio mentre in Europa (tranne in Italia, ovviamente…) le coppie dello stesso sesso stanno combattendo (e vincendo) per ottenere il diritto di sposarsi e adottare bambini. In proposito, Putin ha anche minacciato di interrompere la collaborazione con gli Stati europei che consentono ai gay di metter su famiglia.
Del resto, la Russia del 2013 è questa: secondo un sondaggio Levada Center di quest’anno, la metà della popolazione russa ha un’opinione molto dispregiativa dei gay; alla domanda “pensa che vada soppressa ogni forma di propaganda o di difesa dell’omosessualità?”, il 73% ha risposto sì. Nemmeno un deputato della Duma ha votato contro la legge antigay. E quando il 9 giugno, nel corso di una manifestazione di protesta organizzata dalle organizzazioni lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), i gay che hanno provato a baciarsi in pubblico sono stati aggrediti e malmenati, ma a finire in galera però sono stati gli attivisti per i diritti degli omosessuali.

Perché tanto accanimento contro gay e Ong? Per provare a rispondere dobbiamo tornare indietro di alcuni mesi.

Nella sua campagna elettorale, Putin si è sbilanciato in una serie promesse realizzabili a prezzo di un gravoso salasso sulle finanze pubbliche. Innanzitutto perché il presidente sta cercando di tenere il passo con gli USA per quanto riguarda le spese militari, nonostante la recente offerta del suo omologo Obama a negoziare un piano di riduzione congiunta degli armamenti nucleari. Se Invece Putin vuole una Russia sempre più militarizzata: se nel 2012 il bilancio della Difesa è stato di 61 miliardi di dollari, entro il 2015 toccherà i 97 miliardi.
Tuttavia la coperta è corta e, non riuscendo a trovare i denari necessari, Putin aveva bisogno di un capro espiatorio sul quale scaricare la colpa.

Così, nello scorso autunno, in piena bagarre per la formulazione del bilancio triennale 2013-15, l’uomo forte del Cremlino ha fortemente criticato alcuni dei suoi ministri (licenziandone uno: quello per lo Sviluppo Regionale) perché recalcitranti a destinare finanziamenti ad alcune misure sociali, come l’aumento delle pensioni. In verità, mancano i soldi per poterle mettere in pratica. Nella redazione del documento non solo il governo non è stato in grado di tagliare la spesa, ma è inoltre stato costretto a trovare fonti aggiuntive per sostenere i suoi piani. In particolare i proventi della statale Rosneftegaz, di cui il numero uno è l’ex ministro dell’Energia e architetto della politica energetica putiniana, Igor Sechin; fondi fino a quel momento ritenuti intoccabili. C’era poi sul tavolo un sontuoso piano di privatizzazioni voluto proprio da Putin, che tuttavia secondo Linkiesta nasconde un modo per garantire comunque gli interessi di gruppi ristretti, privando comunque lo Stato di un introito sicuro garantito dai dividendi. Il risultato è che i negoziati per il bilancio sono diventati un aspro terreno di scontro tra la presidenza e il governo russo.

Sistemata la questione nelle alte sfere, Putin ha poi cercato di intervenire in basso, arginando sul nascere una nuova – e inevitabile – ondata di malcontento popolare con una sana iniezione di populismo. Si sa che nei momenti di maggiore incertezza, nulla compatta una popolazione delusa dal presente e intimorita dal futuro come l’esistenza di un nemico comune.
La legge antigay si spiega in questo senso. Il leader del Cremlino si è inventato un provvedimento che raccoglie il consenso della stragrande maggioranza degli elettori e che mette in risalto la distanza tra il popolo russo e l’opposizione liberale che ha manifestato in piazza contro di lui negli ultimi due anni. Due piccioni con una fava.
Dall’altro lato, la stretta sulle Ong consente di bendare e imbavagliare il principale testimone oculare – la cooperazione internazionale – del progressivo scadimento della qualità della vita dei russi. D’altra parte, è anche vero che i media occidentali non si lasciano mai sfuggire occasione per ritrarre Putin a tinte fosche in segno di rappresaglia per l’ostinazione con cui la Russia continua a sostenere il regime di Assad in Siria. La campagna di massa in favore delle Pussy Riot ne è stato l’esempio più lampante, a cui si sommano alcune inchieste – dall’evidente contenuto denigratorio – trasmesse da al-Jazeera.
Ma a Putin sembra non importare: sa di avere il popolo dalla sua. O meglio, il populismo. Perché non c’è modo migliore di distogliere l’opinione pubblica dai problemi veri che quello di canalizzarne il malcontento verso nemici finti.

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