Per favore non chiamatela primavera turca

La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati.
Non c’è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di re-islamizzazione della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza Taksim e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza Tahrir; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.

Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.

Non è strano che la maggiore (ma non l’unica) sfida all’autorità del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti.
In Turchia (qui una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di come funziona una democrazia svuotata.
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata che si protrae già da lungo tempo. Ma da qui a parlare di primavera turca ce ne corre.

Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni.

Nei primi di giugno Lorenzo Posocco su Limes spiegava a caldo perché il Gezi Park è soltanto un pretesto:

È importante ripetere che questa rivolta consiste nella lotta contro le politiche del governo, nella paura che si possa andare alla deriva verso una Repubblica Islamica, nella perdita delle libertà di cui l’attuale costituzione, frutto di una guerra di liberazione, è diretta emanazione e garanzia. L’ultimo esempio riguarda le bevande alcoliche, prima aumentate di prezzo poi proibite tra le 22 e le 6 di mattina.

L’Atatürk Cultural Center (Akm), anch’esso in Taksim Square, dev’essere demolito, annuncia il premier. Il messaggio è chiaro a tutti: Atatürk è stato il fondatore della Repubblica e, nonostante la sua figura sia controversa, rimane il simbolo di una Turchia che guarda a Occidente, ispirata da valori democratici.

La sterzata non è soltanto islamica. Come già scritto, lo spazio urbano viene ripianificato secondo il modello americano. Siamo di fronte a un capitalismo di matrice islamica: un centro commerciale e una nuova moschea. Tra gli accademici si parla di postmoderno, di modello Akp, fully modern and fully religious, ma c’è una differenza tra la teoria e la pratica. I dimostranti parlano di dittatura, di repressione, di negazione dei diritti di espressione.

L’editoriale di Eric Maurice su Presseurop spiega le differenze tra le proteste turche e le primavere arabe, nel quadro dei negoziati (infiniti) per l’adesione di Ankara alla UE:

Assicurare la prosperità al suo popolo non gli è bastato a evitare la contestazione. Secondo le previsioni della Commissione europea la Turchia dovrebbe registrare una crescita del 3,2 per cento nel 2013 e del 4 per cento nel 2014, contro una media dell’eurozona di -0,4 e +1,2 per cento, eppure centinaia di migliaia di turchi sono scesi in piazza percontestare il loro primo ministro, Recep Tayyip Erdoğan. Le manifestazioni sembrano destinate a durare a lungo, anche senza le violenze eclatanti dei primi giorni.

La situazione economica e sociale non è il primo motivo della protesta, scatenata da un progetto di riqualificazione urbana a Istanbul. Questa è la prima differenza tra le proteste turche e la primavera araba, a cui il movimento di piazza Taksim viene spesso paragonato.

Una seconda differenza con le rivoluzioni arabe è che Erdoğan non è un tiranno che si è impossessato del potere per conto di un clan e senza riguardi per il benessere del paese. Il leader dell’Akp, il Partito giustizia e sviluppo, è stato eletto per tre volte consecutive con votazioni regolari, e gode di una popolarità che farebbe invidia a molti leader europei.

Sembrerebbe paradossale identificare la situazione turca con quella del mondo arabo, soprattutto dopo aver sottolineato più volte la vocazione europea del paese. Il fatto è che da dieci anni i difensori dell’adesione della Turchia all’Ue confondono la politica di modernizzazione attuata da Erdoğan con un tentativo di europeizzare il paese.

A meno che non vogliamo ridurre la civiltà europea alla crescita economica e alla costruzione di centri commerciali, o credere che l’Europa possieda il copyright sulla democrazia all’esterno dell’Ue, la politica del primo ministro turco non ha fatto del paese un candidato ideale all’adesione. I manifestanti di piazza Taksim ci hanno appena ricordato che il progetto dell’Akp è basato su un percorso particolare, conforme all’identità multipla e spesso contraddittoria della Turchia: un ponte tra due continenti, un incrocio di culture islamico, post-ottomano e kemalista.

La politica di Erdoğan ha avuto il grande merito di far superare alla Turchia la condizione di pedina strategica della Nato e fornitore di manodopera a buon mercato. Oggi Ankara è un partner commerciale importante e una potenza politica affidabile. La diaspora turca, con i suoi giovani multiculturali e spesso con la doppia cittadinanza, può finalmente tornare indietro e trovare un paese dinamico.

Ma è proprio questa gioventù cosmopolita, che gode i frutti della crescita avviata da Erdoğan, a guidare la contestazione contro il primo ministro. I giovani aspirano a una qualità della vita che non si riduce alle opportunità, e insieme ai manifestanti di tutte le età che si sono uniti a loro parlano di ambiente e vogliono sfuggire al giogo della religione, essere ascoltati e rispettati dal potere.

Per l’Unione europea, che quattro giorni prima delle manifestazioni a Istanbul annunciava di voler discutere l’adesione della Turchia, la situazione è scomoda. Davvero Erdoğan, che definisce “terroristi” i manifestanti e incarcera più giornalisti di quanto non facciano la Cina o l’Iran, è ancora un garante credibile delle buone relazioni Ue-Turchia? Il suo interesse per i modelli russo e cinese è ancora compatibile con gli obiettivi strategici e i principi dell’Ue?

Project Syndicate, tradotto da Presseurop spiega come le manifestazioni in corso sia conseguenza di un conflitto tra classi sociali:

Le dimostrazioni antigovernative in corso nelle città turche potrebbero essere interpretate come un’imponente protesta contro l’islam politico. Quella che era partita come una manifestazione contro la proposta, appoggiata dallo Stato, di radere al suolo un piccolo parco nel cuore di Istanbul per far posto a un centro commerciale di dubbio gusto, si è rapidamente trasformata in uno scontro di valori. La disputa sembra apparentemente riflettere due concezioni diverse e opposte della Turchia moderna: secolare e religiosa, democratica e autoritaria. Si sono fatti paragoni con “Occupy Wall Street”; si parla addirittura di una “primavera turca”.

All’apparenza, al cuore della questione turca vi sarebbe la religione. L’islam politico è considerato dai suoi oppositori come intrinsecamente antidemocratico.

Naturalmente, però, la faccenda non è così semplice. Lo Stato secolare kemalista non era infatti meno autoritario del regime islamista populista di Erdoğan. Tutt’al più è vero il contrario. Ed è inoltre significativo il fatto che le prime proteste di piazza Taksim, a Istanbul, non siano sorte a causa di una moschea, ma di un centro commerciale. La paura della shari’asi accompagna alla rabbia suscitata dalla rapace volgarità dei costruttori e degli imprenditori sostenuti dal governo di Erdoğan. La primavera turca sembra animata da sentimenti di sinistra.

Così, anziché soffermarsi sui problemi del moderno islam politico, che sono certo considerevoli, sarebbe forse più proficuo osservare i conflitti in atto in Turchia da una prospettiva diversa, e oggi decisamente fuori moda: quella legata alle classi sociali. I dimostranti, che si tratti di persone di ampie vedute o di gente di sinistra, appartengono di norma all’élite urbana, occidentalizzata, istruita e secolare. Erdoğan, dal canto suo, rimane invece assai popolare nelle zone rurali e provinciali del Paese, tra i cittadini meno scolarizzati, più poveri, più conservatori e più religiosi.

L’alleanza tra uomini d’affari e populisti religiosi non è certo un fenomeno esclusivamente turco. Molti dei nuovi imprenditori, così come le donne che si coprono il capo, provengono dai villaggi dell’Anatolia. Sono nuovi ricchi di provincia, e nutrono nei confronti della vecchia élite di Istanbul un risentimento paragonabile all’odio che un uomo d’affari del Texas o del Kansas prova nei confronti dell’élite liberal di New York e di Washington.

L’Indro sottolinea gli scarsi meccanismi di partecipazione popolare nelle scelte di pianificazione urbanistica:

Nei fatti, la qualità della democrazia turca non è particolarmente elevata: grandi progetti – come quello che interessa il parco di Taksim – vengono decisi senza una pianificazione razionale, con troppe concessioni al cemento e scarsa attenzione al verde, senza informare in modo adeguato la popolazione e senza attivare canali di feedback verso le istituzioni. Il sindaco di Istanbul, l’architetto Kadir Topbaş, lo ha riconosciuto pubblicamente, esprimendo timori che la candidatura a ospitare i giochi olimpici del 2020 possa naufragare. Ma ha anche aggiunto che le operazioni al momento previste – l’abbattimento di due alberi, il trasferimento di altri dieci – riguardano solo l’allargamento dell’area pedonale e che nessuna decisione è stata definitivamente presa sul progetto complessivo della zona (un tribunale amministrativo ne ha bloccato l’iter proprio in questi giorni). Erdoğan, nelle sue esternazioni, ha contribuito a creare confusione: confermando la ricostruzione della caserma, ma smentendo la destinazione esclusiva a centro commerciale («vi si potrebbe realizzare un museo di Istanbul»); e ha anzi proposto in modo estemporaneo la distruzione dell’adiacente centro culturale Atatürk – dotato di teatro e altri spazi – per sostituirlo con un vero e proprio teatro d’opera e la costruzione di una moschea a ridosso della piazza.

In effetti, la pur presente sensibilità ecologista passa in secondo piano davanti alla guerra dei simboli (politici) che si è scatenata: perché piazza Taksim – il suo parco, il centro culturale che ha il nome del “padre dei turchi” – è percepito dalle fazioni kemaliste come l’incarnazione più visibile dei valori della repubblica laicista e nazionalista che l’Akp sta mettendo sempre più in discussione. La lista delle rimostranze si è allungata proprio negli ultimi due anni, dopo che l’ampio mandato elettorale – il 50% dei voti il 12 giugno 2011 – ha dato a Erdoğan legittimità e sfrontatezza: legge sull’insegnamento religioso nelle scuole, progressiva (ma ancora non completa) abolizione del divieto d’indossare il “velo” islamico per studenti universitarie e impiegate del settore pubblico, aumento della tassazione sulle bevande alcoliche e restrizioni sulla loro vendita, smantellamento dei rituali ufficiali appartenenti al regime autoritario kemalista, ridimensionamento del ruolo politico delle forze armate che di quel regime era il perno, avvio del processo di pace con il Pkk di Öcalan che secondo gli ambienti nazionalisti metterebbe a rischio l’unità del paese.

Queste rimostranze hanno poche speranze di trovare ascolto: da una parte, le forze politiche che le condividono sono minoritarie nel Paese; dall’altra, lo stile di governo adottato dal leader dell’Akp non lascia troppo spazio alle manifestazioni di dissenso. Le proteste di piazza Taksim in sostanza saldano diversi punti di vista: quello ecologista, originario e minoritario, che punta a preservare la città da alcuni progetti molto discutibili (ma tra costoro c’è anche chi dice no per principio ai progetti infrastrutturali invece indispensabili); quello più ampio ma sempre spontaneo di chi vorrebbe l’emergere di una democrazia autenticamente avanzata e partecipataquello ideologico delle forze politiche frustrate perché consapevoli di non poter diventare in tempi ragionevolmente brevi maggioranza: e che allora cercano la scorciatoia anti-democratica della piazza. La tenuta del governo non sembra al momento a rischio, ma solo un cambiamento di rotta – più democrazia, più libertà, più ascolto, più compromessi – potrà garantire all’Akp nuovi mandati per realizzare i grandi obiettivi di crescita, sviluppo, modernizzazione e pacificazione interna fissati per il 2023.

Questa lunga analisi di Dario Cristiani su Limes spiega che le proteste non sono dovute a motivazioni ambientaliste o alla natura islamista dell’Akp, ma alla mancanza di alternanza politica al potere:

La radice di questa protesta va cercata in una dinamica più propriamente politica, non legata alla natura islamista dell’attuale governo. Essa riguarda la totale mancanza da 10 anni a questa parte di contrappesi politici ed elettorali significativi, unita a un certo stile leaderistico e iperdecisionista di Recep Tayyip Erdoğan.

Questi elementi, nel corso degli ultimi anni, hanno esacerbato la sensazione che si fosse dinanzi a un crescente autoritarismo che si traduce in iniziative politiche audaci e divisive: non solo il piano di riconversione urbana del parco di Gezi, ma ad esempio la ben più grave detenzione di svariate decine di giornalisti accusati di appartenere adErgenekon e rei di aver criticato il governo sui propri giornali.

L’Akp è al potere da 11 anni, sostanzialmente incontrastato, con un’opposizione totalmente incapace di rappresentare una minaccia elettorale. Una situazione del genere farebbe emergere tendenze egemonico-decisioniste-autoritarie ovunque, non solo in Turchia. Quì, però, queste tendenze si sono declinate con un’asprezza difficilmente riscontrabile altrove.

L’adagio per cui “una democrazia funzionante necessità di un’opposizione funzionante” in sostanza si riferisce a questa dinamica perversa di autoritaritarizzazione di una democrazia in cui mancano alternanza e contrappesi. Da un punto di vista elettorale e di consenso, il partito di Erdoğan rimane estremamente saldo e gli eventi degli ultimi giorni non sembrano averne scalfito le certezze.

Questo malcontento di una parte della popolazione è stato poi esacerbatoulteriormente da due elementi specifici legati al dispiegarsi delle dinamiche della protesta.

 In primo luogo, la durezza dell’intervento della polizia ha causato la radicalizzazione dello scontro e dello scontento.

• In secondo luogo, una certa reticenza delle emittenti televisive turche nel coprire gli eventi con dovizia di particolari e la crescente discrepanza che stava rapidamente emergendo tra le foto, i video e le testimonianze postate sui vari social network e la programmazione delle televisioni – bastava fare un po’ di zapping tra i principali canali turchi la settimana scorsa per rendersene conto – ha in qualche modo gettato ulteriore benzina sul fuoco del discontento.

La reticenza dei media nello scontentare i potenti non è esclusivamente turca o legata alla natura islamista dell’Akp: è una componente comune a tante democrazie in cui i media sono espressione di poteri economici le cui fortune dipendono in larga parta dalla relazione con il potere politico.

Questo fattore si collega alle tendenze egemoniche di cui sopra: se non esiste un’alternativa credibile che possa creare alternanza, la tentazione del bandwagoning – saltare sul carro del vincitore – rimane la più forte. Erdoğan, da estremista del pragmatismo e del consenso quale è (più che estremista islamista) cerca sempre di avere il carro più grande possibile per accogliere più “saltatori” possibili.

Tutto ciò però non ha nulla a che vedere con la natura conservatrice-islamista di Erdoğan e del suo partito. Vederla in questi termini significa ridurre orientalisticamente il campo politico turco a una frattura tra conservatori di stampo religioso e laici. Una frattura che certamente esiste, ma che è solo una delle tante e soprattutto è comune anche a paesi non islamici.

Quella di parco Gezi e di piazza Taksim è stata la reazione di una coalizione estremamente variegata di gruppi sociali turchi che non sempre trovano sfogo nei canali della politica parlamentare – anche a causa di un sistema elettorale con uno sbarramento del 10% – e che invece, dopo anni di un certo, strano silenzio di piazza, si sono risvegliati dal torpore.

È innegabile che la caratterizzazione dell’azione politica e la retorica di Erdoğan siano più conservatrici che in passato. Però questo non dipende staticamente dal fatto che l’Akp sia un partito di ispirazione islamista.

L’Akp è tutto tranne che un partito culturalmente e ideologicamente omogeneo e monolitico: al suo interno vi sono gruppi con ispirazioni e visioni politiche diversissime, in cui l’ispirazione islamista rappresenta solo una macrocornice dove al suo interno si declinano varie sensibilità.

Per esempio, molti membri dell’Akp sono contro l’applicazione della sharia e hanno un approccio su determinate questioni di tipo sociale (dai diritti di genere alla caratterizzazione della morale nello spazio pubblico) eterodosso rispetto a subgruppi di ispirazione islamista più rigidi.

Questa eterogeneità è tenuta insieme dal carisma e dal pragmatismo di Erdoğan. Il suo piglio decisionista, il suo protagonismo personale e le venature populiste di molti suoi atteggiamenti – ad esempio la contrattazione pubblica durante le inaugurazioni dell’inizio dei lavori delle grandi opere con i gruppi che dovranno costruirle per ottenere l’opera in tempi più brevi del previsto, elemento che fa divertire molto anche i turchi che non lo amano – più che legati alla natura islamista della sua ideologia politica sono riconducibili a un fenomeno globale: la ventennale crescita della personalizzazione della politica.

Il mito di una Turchia laica e secolare maggioritaria che si risveglia dal torporedopo essere stata messa sotto scacco da una minoranza di fanatici religiosi, quello di un’improvvisa coscienza ambientalista che emerge rumorosamente, quello di Taksim come Tahrir o quello dell’inizio della fine di un partito che al momento rimane incontrastato elettoralmente non funzionano analiticamente.

Certamente, queste manifestazioni esprimono un malessere serio che ha trovato una valvola di sfogo nelle piazze e non in parlamento. Di sistemico, però, hanno ancora ben poco.

Il punto fondamentale che ha provocato tale risveglio è stato il crescente stile autoritario con cui Erdoğan si è mosso e le dinamiche di degenerazione della crisi hanno spinto gruppi sociali e politici anche distanti tra loro a unirsi contro tale deriva. La protesta della birra è folkore, niente di più.

La Turchia non è una dittatura né una teocrazia in fieri: è solo una democrazia con limiti più evidenti di altre, i quali derivano dagli eventi storici che negli ultimi 200 anni ne hanno modellato il profilo sociale, politico, culturale e ideologico e dalla scarsa capacità strutturale di gestire, veicolare e assorbire il dissenso.

Ricapitolando:

1) Non è una Primavera turca, piazza Taksim non è piazza Tahrir;
2) La Turchia è pur sempre una democrazia, benché più limitata di altre;
3) Le proteste, più che all’islamizzazione propugnata dal premier, sono dovute alla deriva autoritaria del suo governo, le cui decisioni prescindono troppo spesso dalle reali esigenze della popolazione;
3) Piazza Taksim è divisa: ci sono kemalisti ma anche curdi e altre minoranze, oltre ovviamente ai laici. Tutti insieme contro il governo, ma senza una leadership capace di comporre le varie anime della manifestazione traghettandole dalla protesta spontanea all’opposizione politica organizzata;
6) Erdogan mantiene comunque un ampio consenso. Ha vinto le elezioni per tre volte, l’ultima delle quali superando di poco il 50% dei suffragi. E sebbene  gli ultimi provvedimenti legislativi  gli hanno alienato il favore di una parte della popolazione, il tasso di popolarità suo e del partito che rappresenta restano comunque molti alti. Come alto rimane saldo il consenso di quella larga fetta del tessuto economico che ha beneficiato della forte crescita economica dell’ultimo decennio.

Come detto, da qui a parlare di una primavera turca ce ne corre.

So di aver tralasciato un aspetto importante. Sulle proteste pesa anche la crisi siriana: l’onda d’urto della guerra civile in Siria si propaga fino ad Ankara, la quale non riesce ad attutirne i colpi. Ho spiegato più volte che la Turchia voleva porsi come modello per il dopo-primavere ma la situazione regionale ha preso un altro corso rispetto al previsto, aprendo la strada all’attivismo del Qatar per lasciare i turchi al palo.
Delle ambizione neo ottomane di Erdogan, così come della dottrina “Zero problemi con i vicini” teorizzata dal Ministro degli Esteri Davutoglu, è rimasto ben poco, visto che nel giro di un paio d’anni Ankara si è ritrovata ad avere molti problemi con tutti i vicini.
Tuttavia, in questo post ho preferito cercare di capire ciò che avviene in Turchia concentrandomi sulla situazione interna, senza per questo sminuire l’importanza dei fattori esterni.

PS: concludo questa esposizione con una nota di casa nostra. Tempo fa Beppe Grillo ha rilasciato un’intervista alla tv di Stato turca. Com’è noto, Grillo non parla ai media italiani “perché siamo 57esimi nella classifica mondiale della libertà di stampa” di Reporter senza Frontiere. Bene, prescindendo dalla metodologia e da qualunque giudizio sull’attendibilità del rapporto di RsF, andate a vedere quale posizione occupano i turchi nella stessa classifica. Quando si dice la coerenza.

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