Buone notizie dalla Somalia, ma non troppe

Le attese erano alte nei confronti della conferenza per la “Ricostruzione della Somalia e l’Esibizione delle Opportunità di Investimento”, inaugurata a Nairobi il 28 maggio scorso. Ma i risultati, a parte le promesse dei donor, sono stati modesti, nonostante la propaganda del governo di Mogadiscio che, godendo del sostegno internazionale, crede nel riscatto dopo decenni di guerra civile.

Molta strada deve essere ancora percorsa per stabilizzare definitivamente la Somalia, ma i passi compiuti nel 2012 e nel 2013 sono stati per Shirdon assolutamente straordinari. La Somalia mostra dunque alcuni segni di miglioramento, come sottolineato in questa lunga analisi di Nicola Pedde su Limes:

Il problema della Somalia, tuttavia, è strutturale, e necessita di una soluzione di lungo periodo, garantita da ingenti investimenti internazionali e dall’impegno diretto, soprattutto in termini militari, delle nazioni africane che sino a oggi si sono alternate nell’ambito della missione umanitaria promossa dall’Unione Africana. Una combinazione di fattori estremamente complessa e di non facile realizzazione – soprattutto nel mezzo della più grave crisi finanziaria mondiale dell’ultimo secolo, che impedisce di individuare le risorse necessarie per il rilancio del paese.

Scopo principale della conferenza era attrarre investimenti stranieri per realizzare infrastrutture. Missione rimasta incompiuta:

Le ambizioni di una poderosa iniezione di capitali finalizzati al massiccio intervento infrastrutturale in Somalia, quindi, si sono dovute arrestare dinanzi all’evidenza di una fase di pianificazione ben più complessa di quella ingenuamente ignorata nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Nairobi. Richiamando alla realtà le giovani autorità somale e imponendo ancora una volta una riflessione complessiva sul paese, come già emerso nell’ambito dei lavori della Conferenza di Londra sulla Somalia, tenutasi ai primi di maggio.

Due sono gli attori che vorrebbero dalla Somalia un ritorno economico, avendo peraltro speso ingenti risorse per le operazioni militari. Sono il Kenya e l’Etiopia, che in Somalia giocano una partita per la supremazia regionale (ne parlavo qui e qui). Proprio nei giorni precedenti alla conferenza i rapporti tra Nairobi e Mogadiscio e Nairobi si sono fatti improvvisamente più tesi:

Mogadiscio ha lamentato una progressiva ingerenza del Kenya sul proprio territorio. Nairobi avrebbe abusato del mandato conferito dalla missione dell’Unione Africana e si sarebbe rifiutata di riconoscere la sovranità del paese e delle sue Forze armate. Il Kenya è anche accusato di non voler trovare una formula equa e reciprocamente vantaggiosa nella definizione degli accordi bilaterali per la gestione delle attività di pesca e di esplorazione e produzione di idrocarburi, agendo – a detta di alcuni politici somali – come vera e propria forza di occupazione militare.

Perché gli aiuti siano viabili occorre garantire una sicurezza che al momento, in molte zone del Paese, è ancora un miraggio. Oggi, però, le milizie al-Shabaab fanno meno paura di un tempo:

Per quanto riguarda le milizie islamiste dell’Al Shabaab, dopo la cacciata da Chisimaio e l’iniziale vantaggio governativo e delle forze dell’Amisom nel costringerle alla fuga verso le aree rurali, alcuni gruppi sono riusciti a riorganizzarsi e a ristabilire nella regione del Basso Shabelle la propria operatività. La loro tattica è mutata nel tempo e oggi è più che altro limitata ad azioni fulminee contro convogli e pattuglie isolate, che mirano più al saccheggio che alla conquista del territorio.

Sebbene ancora presenti sul territorio, le forze dell’Al Shabaab non sono più in alcun modo paragonabili a quelle che sino allo scorso anno terrorizzarono la Somalia centro meridionale. La caduta di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un complessivo indebolimento della minaccia da loro rappresentata, pur restando alta l’attenzione stante la mutata natura delle modalità di ingaggio delle forze governative e dell’Amisom.

 Al vertice di ciò che resta dell’Al Shabaab c’è di fatto una conflittuale diarchia: da una parte Ibrahim Haji Jama Mee’ad, detto “l’afghano” e teoricamente vertice ufficiale delle milizie; dall’altra parte l’ancora carismatica figura di Abu Zubeyr, noto anche come Ahmed Cabdi Godane, che ha tuttavia ulteriormente radicalizzato la gestione delle sue milizie dopo la caduta di Chisimaio e la fuga verso le aree periferiche.

In ultimo, una nota dolente riguarda l’Italia, di cui l’articolo di Pedde rimarca il modesto ruolo svolto a Nairobi a causa dell’immobilismo politico e della  più totale mancanza di pianificazione delle prerogative di politica estera:

Il 2 giugno, un team di 23 militari italiani del Sset (Security Support Element) ha raggiunto Mogadiscio installandosi presso il quartier generale del Monitoring Advisoring Training Element (Mate-Hq).

Sebbene numericamente limitato, il team italiano costituisce un elemento di particolare importanza nella gestione dell’impegno verso la Somalia. Intervento per lungo tempo pianificato e annunciato, ma sempre alla fine disatteso in conseguenza di una politica confusa e scarsamente coraggiosa nel perseguimento dei suoi interessi regionali. Basti ricordare la vicenda senza fine relativa all’apertura della missione diplomatica italiana nella capitale somala, rimasta sino a oggi sospesa a danno della capacità di intervento diretto del paese nella gestione dei progetti di ricostruzione e degli accordi bilaterali per lo sviluppo delle attività economiche.

 La Somalia riparte e l’Italia, che potrebbe essere protagonista del rinascimento del Paese,  si lascia invece tagliare fuori. O almeno, l’Italia onesta. Perché la criminalità organizzata, al contrario, nel Corno d’Africa fa affari d’oro. Si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui.

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