Grazie alla povertà il land grabbing colpisce anche l’Europa

Abbiamo già parlato della piaga del land grabbing intorno al mondo, ossia l’odioso fenomeno generato dall’impossessamento – magari pagando o corrompendo governi – di preziose terre coltivabili nel Terzo mondo da parte di importanti soggetti finanziari. Secondo i termini di questa equazione, l’accaparramento è più forte dove i Paesi sono più deboli e il governo corrotto.

Qualche esempio?
Dal 2009 in Africa circa 60 milioni di ettari di territorio sono stati venduti o affittati a multinazionali occidentali. Il 70% delle acquisizioni è concentrato nell’Africa subsahariana. Si vedano i casi di CamerunEtiopia Madagascar, e Liberia.

Oggi però emerge che l’accaparramento delle terre non colpisce più solo i Paesi in via di sviluppo. 

Se in un primo momento l’Europa era soggetto attivo di land grabbing – per i biocarburanti e per sostenere il regime della PAC -, oggi sempre più vasti tratti di terra del Vecchio continente sono finiti in mano a speculatori di varia natura (si va dai colossi industriali ai fondi pensione), favorendo così la concentrazione delle ricchezze terriere in poche mani e impedendo alla gente comune di dedicarsi all’agricoltura.

E se parliamo di Paesi deboli e governi corrotti, non c’è allora da stupirsi se il fenomeno, manco a dirlo, riguardi i Paesi dell’ex blocco sovietico e i più recenti PIIGS.

Globalresearch parla della privatizzazione e della svendita a banchieri e latifondisti delle terre migliori in Catalogna e nel sud della Spagna.

Il rapporto di Via Campesina segnala la crescita, anche in Europa, del processo di speculazione e concentrazione in poche mani delle terre fertili.

Questo articolo del Guardian approfondito da Presseurop, spiega come l’Europa stia tornando al latifondismo:

metà dei terreni agricoli dell’Ue è concentrata nel 3 per cento delle grandi aziende che superano i cento ettari (247 acri). In alcuni paesi Ue l’iniquità della distribuzione dei terreni raggiunge i livelli del Brasile, della Colombia e delle Filippine.

La concentrazione della proprietà della terra sta accelerando. In Germania, terriere 1,2 milioni nel 1966-67 si è ridotto a soli 299.100 aziende agricole entro il 2010. Di questi, la superficie coperta da aziende con meno di due ettari, si è ridotta da 123.670 ettari nel 1990 a solo 20.110 nel 2007.
In Italia, 33.000 aziende agricole ora coprono 11 milioni di ettari, e in Francia più di 60.000 ettari di terreni agricoli sono persi ogni anno per fare spazio a strade, supermercati e alla crescita urbana. In Andalusia,  il numero delle aziende agricole è diminuito di più di due terzi a meno di 1 milione nel 2007. Nel 2010, il 2% dei proprietari terrieri possedeva metà della terra.
Nessuno della nuova ricerca è stato fatto in Gran Bretagna, che ha alcune delle più alte concentrazioni di proprietà della terra in qualsiasi parte del mondo, con il 70% delle terre riferito di proprietà di meno dell’1% della popolazione.

Secondo Limes:

Da qualche tempo, gli accaparratori di terre hanno messo gli occhi sui suoli più fertili d’Europa. È quanto mette in evidenza Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggle in Europe, lo studio realizzato dal Coordinamento europeo Via Campesina e da Hands off the land, che mette in guardia sul pericoloso innalzamento del livello di concentrazione della proprietà delle terre europee.
Dal rapporto emerge un dato insospettabile: in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie; una situazione paragonabile a quanto avviene attualmente in paesi come il Brasile, la Colombia e le Filippine. Dopo Ungheria, Romania, Serbia e Ucraina, multinazionali e fondi sovrani stranieri hanno infatti spostato il mirino verso l’Europa occidentale: dapprima i cosiddetti Pigs, con in testa regioni come l’Andalusia e la Catalogna, poi Germania, Francia e Austria sono diventati oggetto di speculazione economico-finanziaria da parte dei colossi attivi nell’agro-business, degli hedge fund, delle aziende cinesi in espansione e degli oligarchi russi.
E l’Unione Europea? Certo in questi anni, con la Politica agraria comune, non ha frenato il diffondersi del fenomeno; anzi, lo ha favorito tramite l’elargizione di sussidi destinati quasi esclusivamente alle grandi aziende agricole. Una politica non lungimirante che da un lato ha di fatto impedito l’ingresso nel mercato agricolo di nuovi soggetti (piccoli proprietari in grado di contrastare lo strapotere dei “big”), dall’altro ha confermato una volta di più quanto il Vecchio Continente sottostimi il problema della terra, che non viene considerata alla stregua di un bene comune. Ovviamente il fenomeno ha già avuto ripercussioni considerevoli, con alcune derive violente.

TMNews il fenomeno sta interessando anche paesi come la Romania (che Bruxelles sperava di rendere il granaio d’Europa), l’Ungheria e la Polonia, con grossa responsabilità della PAC:

In Europa dell’est la concentrazione della proprietà fondiara è stata particolarmente marcata dopo la caduta del Muro di Berlino”, ma ha registrato un’accelerazione dopo che molti di questi Paesi sono entrati nell’Ue nel 2004. A favorire questa concentrazione ha contribuito anche la politica agricola comune (Pac) col suo sistema di sussidi.

In Romania, quinto Paese dell’Ue quanto a superficie agricola – con una quota di circa la metà di questi terreni che sono “terre nere” particolarmente fertili – si registra che “almeno il 6,5 per cento delle terre arabili, vale a dire 700mila ettari, sono nelle mani di investitori stranieri”, ha spiegato Szocs.

La Stampa aggiunge:

Il rapporto rivela come alla base dell’accaparramento e della concentrazione della terra in Europa ci sono anche i sussidi elargiti dalla Politica Agricola Comune (PAC), che favorisce esplicitamente grandi aziende agricole, emargina quelle di piccole dimensioni e impedisce l’ingresso di nuovi agricoltori. Ad esempio, il 75% delle sovvenzioni, assegnate nel 2009 nello Stato spagnolo è stato monopolizzato dal 16% di produttori. Altri fattori guida che favoriscono il fenomeno dell’accaparramento dei terreni agricoli devono essere ricercate nelle industrie estrattive, nell’espansione urbana, nei mercati immobiliari, nei siti turistici.

Greenbiz riporta un caso qui in Italia:

Tra le lotte contadine, un caso emblematico italiano è rappresentato dalla comunità della città di Narbolia, in Sardegna, dove la popolazione si è mobilitata contro l’uso di terreni agricoli ad alto valore per ospitare grandi impianti di serre alimentate ad energia solare. Il rapporto conduce ad osservare come in Europa la terra non sia ancora considerata un bene comune. Contro le speculazioni e i grandi interessi commerciali, i promotori dello studio ritengano che l’accesso alla terra dovrebbe essere deciso da parte di coloro che la lavorano.

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