Austrocentrismo, il mondo secondo Canberra (Pechino e Washington permettendo)

L’ascesa cinese e il pivot to Asia americano stanno causando una serie di mutamenti strategici e politici e sociali che avranno conseguenze complesse e difficilmente prevedibili. Di sicuro le medie potenze della regione dell’Asia-Pacifico avranno un peso sempre maggiore sugli equilibri globali, a cominciare dall’Australia.

La Cina da minaccia a partner strategico

Due anni fa scrivevo come le tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale preoccupassero anche Canberra, intimorita dalla possibile espansione della Cina. Tali preoccupazioni avrebbero trovato espressione nel white paper del 2012 “Australia in the Asian Century” approvato dal governo guidato da Julia Gillard.
Secondo questo documento, l’Australia stava cambiando completamente orientamento dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale attraverso una graduale e inesorabile apertura nei confronti dell’Asia. Un processo che se da un lato avrebbe favorito una maggiore inderdipendenza economica e culturale del Paese col sud-est asiatico, facendone un punto di contatto tra Occidente e Asia, dall’altro lo investiva di un ruolo più attivo dal punto di vista politico e militare, in conseguenza del quale Canberra non avrebbe potuto evitare di fare i conti con l’ascesa militare cinese.

A distanza di un anno, lo scenario pare cambiato: la Cina non è più considerata una minaccia ma come un’opportunità.

Come spiega l’analista Matteo Dian in una lunga analisi (da leggere per intero) su Limes:

Il white paper del 2013 approvato dal governo Gillard è diverso nella sostanza e nei toni. La Cina non è più dipinta principalmente come una minaccia militare ma soprattutto come un partner strategico. La nuova versione definisce l’incremento delle capacità militari cinesi come una “conseguenza naturale dell’ascesa economica del paese e del suo nuovo status di potenza economica.”

In sintesi il white paper 2013 disegna un Australia più asiatica, più accomodante verso l’ascesa cinese, con un budget militare ridotto e probabilmente insufficente per ricoprire il ruolo di security provider regionale promosso dai governi Howard ed ereditato dai laburisti Rudd e Gillard.
Tutto questo rappresenta “un inclinazione verso la Cina”? Una sconfitta per gli Stati Uniti che vedono il propri alleati “cambiare campo” e schierarsi con una potenza in ascesa e magari futuro egemone regionale come la Cina?
La risposta ad entrambe le domande è no. E la spiegazione è da individuarsi sia nei mutamenti degli equilibri globali e regionali sia nel “pivot verso l’Asia” dell’amministrazione Obama e nei suoi molteplici effetti.

L’Australia punta a una nuova partnership strategica con la Cina e propone manovre navali congiunte a tre che comprendano anche gli Stati Uniti. Per la premier australiana Julia Gillard, che a settembre correrà per un terzo mandato, l’occasione di proporre manovre trilaterali è stato il Forum di Boao, in Cina, considerato la Davos d’oriente.

In altre parole, per evitare di trovarsi di fronte ad un bivio, l’Australia prova a formare un triangolo, ponendosi come trait d’union tra Pechino e Washington.

Il rafforzamento del legame con Pechino dopo quarant’anni relazioni diplomatiche si inserisce nella strategia “per il secolo asiatico”, delineata ad ottobre dalla premier australiana affinché il Paese tragga vantaggio dalla crescita del continente, attraverso una serie di 25 obiettivi da realizzare entro il 2025.
Per approfondire il tema, si veda il numero di Orizzonte Cina dello scorso dicembre.

Perché l’Australia ha bisogno della Cina

Tale scelta è inevitabile. Non soltanto per ragioni strategiche. Se è vero che l’Australia è dal 2010 il Paese con la più alta qualità della vita al mondo, non va dimenticato che la crescita registrata negli ultimi anni è avvenuta – almeno parzialmente – in funzione di quella cinese.

L’interesse cinese per l’Australia è scolpito nei numeri. Nel quinquennio 2006-2011 gli investimenti cinesi sono cresciuti in media del 90% all’anno, un ritmo senza precedenti. E nei primi due mesi di quest’anno l’incremento è stato addirittura del 282%. Ad oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia.

In prima fila sono soprattutto metalli e materie prime (come il carbone e il litio).
Circa un terzo dell’export di Canberra è diretto in Cina, trainato dal settore alimentare (pensiamo all’uva e agli altri prodotti agroalimentari), con volume complessivo in crescita.
Per garantirsi un flusso sempre maggiore di alimenti di base, Pechino nella Terra dei canguri sta anche facendo incetta di terreni agricoli.
Vanno forte anche i legami energetici: in maggio il colosso energetico cinese CNOOC ha firmato un accordo per importare 8 milioni di tonnellate di gas liquefatto dall’Australia.
Ed è sempre in Australia che i cinesi investono nella ricerca per lo sviluppo dell’illuminazione a tecnologia LED.

La relazione tra i due Paesi è stata recentemente consacrata da due importanti decisioni dal punto di vista finanziario. In aprile Cina e l’Australia hanno raggiunto un’intesa per convertire direttamente le proprie valute: dopo Stati Uniti e Giappone, anche l’Australia ha quindi stretto un accordo valutario con la Cina. La convertibilità Aud/Cny faciliterà gli scambi tra le aziende, con minori costi per le imprese stesse. Nello stesso tempo, Canberra ha deciso di investire il 5% delle sue riserve valutarie in titoli di Stato cinesi.

I rischi della relazione con Pechino

Tuttavia, la presenza cinese a Canberra ha anche risvolti controversi. In novembre la polizia australiana ha sequestrato un grosso carico di droga proveniente dalla Cina dal valore di 235 milioni di dollari; due mesi prima Canberra aveva vietato la vendita di oltre 23 mila automobili made in China a causa della presenza di amianto nelle guarnizioni del motore e nello scarico.
Ci sono poi delle conseguenze economiche

C’è poi un altro punto. Nel mio articolo citato più sopra spiegavo come l’economia australiana sia stata assorbita dalla bolla speculativa della Cina(per approfondire il tema della bolla cinese si veda qui). Pertanto ogni scricchiolio in quel di Pechino dispiega un’onda lunga capace di propagarsi fino a Canberra.
Lo scorso settembre il dollaro australiano è precipitato tra le preoccupazioni per la crescita della Cina. In aprile, i deludenti dati relativi alla bilancia commerciale e alla produzione manifatturiera in Cina hanno creato nervosismo sul mercato giapponese ed anche su quello australiano.

Inoltre, sul piano politico non mancano le divergenze di vedute. Giovedì 21 marzo, il Senato australiano ha approvato, all’unanimità, una mozione che si oppone all’espianto forzato di organi in Cina. Ha inoltre esortato il Governo australiano a sostenere le iniziative del Consiglio europeo e delle Nazioni Unite per contrastare il traffico di organi e a seguire gli Stati Uniti – imponendo nuovi obblighi sui visti, che richiedano di dichiarare il coinvolgimento o meno nel trapianto coercitivo di organi o tessuti del corpo.

Cattive notizie anche dal punto di vista della sicurezza. Hackers cinesi avrebbero sottratto informazioni segrete anche allo spionaggio australiano, in un grande attacco informatico agli uffici degli Esteri dei Paesi oltreconfine.

Americanista o sinica? No, austrocentrica

L’evoluzione della politica estera australiana mette Canberra di fronte ad una scelta di campo: continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico, ma a costo di rinunciare gradualmente al traino della Cina; oppure, invece, completare lo spostamento dell’asse economico in atto già da tempo verso l’Asia. Nell’ultimo white paper, il premier Julia Gillard sembra però manifestare l’intenzione di cercare una terza alternativa alle due sfere di influenza.

L’idea di Gillard è rispolverare un vecchio concetto mai passato di moda: l’austrocentrismo, ossia una politica estera volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici. L’Australia sta acquistando sempre più consapevolezza del proprio legame – economico e geopolitico – col continente asiatico, senza mai dimenticare la propria adesione ai principi e alle politiche che la vedono da sempre vicina all’Occidente.

Dal punto di vista geopolitico, ciò si traduce in una relazione triangolare con Pechino e Washington di cui Canberra aspira ad essere il vertice alto. Sempre che le geometrie variabili di Pechino e Washington, che prima o poi la non inducano l’Australia ad abbandonare questa  visione  bidimensionale per procedere ad una definitiva scelta di campo.

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