Senza Chávez in America Latina cambia tutto

Per capire da che parte va l’America Latina del dopo Chávez, partiamo da un evento recente. Si è concluso giovedì 23 maggio a Cali, in Colombia, il settimo vertice dell’Alleanza del Pacifico, organizzazione che comprende Messico, Colombia, Perù e Cile. All’incontro hanno partecipato anche diversi altri Stati (quasi tutti latinoamericani, più Canada, Giappone e Spagna) in qualità di osservatori. Secondo Niccolò Locatelli su Limes:

L’Alleanza del Pacifico è unica e interessante per tre motivi. Innanzitutto, la geografia: come suggerisce il nome, fanno parte dell’Ap esclusivamente paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che, in virtù di ciò, si proiettano anche commercialmente verso i dinamici mercati dell’Asia Orientale, a cominciare naturalmente da quello della Cina. Poi, l’economia: non solo nel senso che l’Alleanza nasce con obiettivi economici quali garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e favorire la crescita, lo sviluppo e la competitivà dei paesi membri. Ma anche nel senso che chi ne fa parte è un convinto sostenitore dell’economia di mercato, deve aver stretto accordi di libero commercio con gli altri membri e punta sull’export (percentuale export/pil: Colombia 19%, Perù 29%, Messico 32%, Cile 38%; nessuna grande economia regionale ha valori più alti). Infine, la politica: per essere membri dell’Alleanza del Pacifico basta essere uno Stato di diritto, democratico, con separazione dei poteri. L’Ap non si pone obiettivi politici nè nasce in antagonismo ad altre organizzazioni regionali – almeno, non dichiaratamente. Il fatto che i 4 paesi che la compongono siano retti da governi di destra (Cile, Colombia), di centro (Messico) o nazionalisti (Perù) conta fino a un certo punto. Sicuramente nessuno di quei presidenti è un seguace di Hugo Chávez

L’America Latina è una delle regioni economicamente più dinamiche del mondo in questo periodo storico. Assieme all’Africa, è l’unica area del pianeta ad aver registrato un incremento netto degli investimenti esteri nel 2012 rispetto all’anno precedente, in gran parte provenienti dalla Cina ma di cui non è possibile avere dati certi (perché Pechino investe attraverso paradisi fiscali o in paesi avari di dati come il Perù e il Venezuela). Basta questo ad avere un’idea di quanto Estremo Oriente e America del Sud puntino forte al processo di integrazione economico-commerciale in corso – per quanto le conseguenze di questo boom di investimenti non siano tutte positive.

Corollario di queste considerazioni è che al momento l’Alleanza del Pacifico si contrappone all’altro grande blocco commerciale del continente, il Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay (sospeso lo scorso anno), Venezuela e in procinto di accogliere la Bolivia.  Un mercato comune sudamericano in realtà controllato dai suoi azionisti di maggioranza (Argentina e Brasile), che non esitano a ricorrere a misure protezionistiche per tutelare economie meno aperte di quelle dei membri dell’AP. Pensiamo proprio al Brasile. E’ la prima economia latinoamericana, che tuttavia rischia di rimanere intrappolata nelle stesse politiche restrittive volte a difenderla: il protezionismo alla Lula, utile nelle fasi iniziali di sviluppo di un settore industriale, nel lungo periodo è insostenibile. E senza cambiamenti strutturali, la ripresa della crescita (dopo le difficoltà palesate nell’ultimo biennio) potrebbe tardare.

Emerge così la spaccatura che si sta creando in America Latina: mentre Messico, Colombia, Perù e Cile puntano sull’integrazione e sul commercio con i mercati emergenti dell’Asia, gli orfani di Chávez si trovano costretti fare i conti con la nuova realtà economica e politica che va profilandosi nel continente.

Che l’asse bolivariano si stia sgretolando è dimostrato da un altro evento simbolico avvenuto durante la scorsa settimana, e precisamente venerdì 24 maggio, all’indomani della chiusura del vertice dell’AP. A Quito, Rafael Correa si è insediato per la terza volta alla presidenza dell’Ecuador.
Il filo conduttore che lega i due eventi è la scelta del presidente di entrare proprio nell’AP (attualmente il Paese gode dello status di osservatore) rifiutando di far parte del Mercosur. Se da un lato Correa è indicato come il naturale erede di Chávez come leader del blocco dei governi latinoamericani di sinistra più radicale, dall’altro sta mostrando doti di grande pragmatismo, testimoniate appunto dalla volontà di avvicinare il Paese alla sponda del Pacifico e alle opportunità che questa offre, allontanandolo dalle – almeno in teoria – più affini Bolivia e Venezuela.
Due Paesi i cui presidenti non attraversano un grande periodo di forma.

In Bolivia, Evo Morales potrà correre alla presidenza per la terza volta, ma è messo alle strette dalla recente ondata di scioperi. Raggiunto l’accordo con i minatori per l’aumento delle pensioni, che ha consentito la ripresa dell’attività nel principale sito minerario del Paese (quello di Huanuni) dopo 18 giorni di blocco, il presidente non ha trovato di meglio che accusare gli Stati Uniti di aver finanziato le proteste antigovernative attraverso l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale Usaid, espulsa dal Paese all’inizio di maggio.

Analoga la situazione del Venezuela, non soltanto a causa del comprensibile smarrimento per aver perduto la guida del comandante Chávez . Il presidente Maduro vede complotti ovunque: da parte della CNN, accusata di fomentare un colpo di stato; della compagnia Alimentos Polar, il maggior produttore di alimenti del Paese, colpevole di nascondere gli alimenti di base per destabilizzare il suo governo; di Obama e della vicina Colombia, fautori di piani cospiratori rivolti allo stesso fine. Inoltre, ha appena ordinato la costituzione di una nuova milizia dei lavoratori a difesa della “rivoluzione bolivariana” del Paese, in un momento in cui il governo deve affrontare un periodo di problemi economici e incertezza politica.
In realtà, si tratta solo di folcloristici annunci per distrarre la popolazione dal vero problema del Venezuela: l’incapacità del neopresidente di governare un Paese bisognoso di riforme che vadano oltre la semplice redistribuzione delle rendite petrolifere.

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