La Repubblica di Murrawarri e l’irrisolta questione degli aborigeni australiani

 

L’Australia è un Paese dalle dimensioni e la varietà di un continente, ma qualcosa in questa definizione parrebbe sul punto di cambiare. Se da un lato il continente resterebbe sempre uno, dall’altro le nazioni potrebbero diventare due. Ecco perché.

Al momento dell’arrivo degli inglesi in Australia c’erano ben 500 Stati indipendenti, ognuno dotato di una struttura politica ed istituzionale ben definita. Tra questi c’era la Repubblica di Murrawarri, entità che – secondo la filosofia aborigena – prosperava in armonia col territorio e la natura. Il Murrawarri Peoples Council afferma che le terre, all’arrivo degli inglesi nel Settecento, furono soltanto date “in prestito” alla regina, e che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica”.
Da qui l’iniziativa del MPC volta ad ottenere, anche attraverso una formale richiesta alle Nazioni Unite, il riconoscimento del Murrawarri come Stato sovrano.

Secondo Fabrizio Maronta su Limes:

La Repubblica di Murrawarri sarà pure il paese più giovane del mondo, ma per i suoi abitanti è antico di millenni.
Il suo territorio occupa una regione di circa 81 mila km² nell’Outback australiano, nota come regione del fiume Culgoa, che insiste sul distretto sudoccidentale del Queensland e sul distretto di Orana del New South Wales. Da quando gli inglesi misero piede sul continente, queste terre sarebbero “in prestito” e la loro mancata restituzione, dietro esplicita richiesta dei suoi abitanti originari, configurerebbe un’occupazione abusiva.
È quanto sostiene il Murrawarri Peoples Council in una missiva del 3 aprile scorso indirizzata alla regina Elisabetta d’Inghilterra, al primo ministro dell’Australia e ai premier del Queensland e del New South Wales.
Nella lettera si dichiara l’indipendenza della nazione Murrawarri dal Commonwealth britannico, sulla scorta del fatto che “il popolo Murrawarri non ha mai alienato la sua sovranità sulle terre, sulle acque, sullo spazio aereo e sulle risorse naturali del proprio territorio, […] ma ne ha ceduto in concessione il mero esercizio alla corona britannica” e può dunque chiederla indietro in qualsiasi momento.
Quel momento è arrivato. La lettera chiedeva provocatoriamente alla corona inglese di produrre “trattati che attestino la sovranità britannica sulle terre in questione o […] documenti attestanti una esplicita dichiarazione di guerra da parte della corona britannica contro la nazione murrawarri.”
In sostanza, si tratta di un escamotage mirante a dimostrare che gli aborigeni non si sono mai sottomessi volontariamente a Londra e non ne sono mai stati conquistati con la forza; ma anche di una contestazione del principio secondo cui, all’arrivo degli inglesi, quelle australiane erano terrae nullius. In mancanza di tale documentazione, la sovranità sul territorio della neonata Repubblica è da intendersi in capo alla stessa, che dunque si attiverà per vedersela formalmente riconosciuta con un’apposita azione presso le Nazioni Unite.
La missiva indicava un termine di 28 giorni per produrre i documenti richiesti. Il silenzio sarebbe equivalso a un’ammissione implicita che “la Repubblica Murrawarri è da considerarsi uno Stato libero e indipendente, in linea con le norme e le convenzioni internazionali.” Il termine è scaduto l’8 maggio, sicché domenica 12 maggio il Murrawarri Peoples Council ha dato ufficialmente via alla campagna di riconoscimento presso l’Onu.
Nelle intenzioni, sembra tutto fuorché un esercizio di stile. Dalla dichiarazione di “continuata indipendenza” di aprile, il Peoples Council si è attivato per creare strutture istituzionali di transizione, tra cui tribunali locali, un ministero dell’Industria e uno della Difesa civile. I suoi rappresentanti parlano di incentivi fiscali per i cittadini murrawarri e confidano che la loro mossa inneschi un revival dell’indipendentismo aborigeno.
È presto per dire quale esito avrà l’azione presso le Nazioni Unite. Di certo, non sono le dimensioni (modeste) né il potenziale economico (altrettanto limitato) della piccola repubblica a poter impensierire Canberra.
Tuttavia, l’iniziativa dimostra che i rapporti tra governo australiano e comunità aborigene restano problematici e che quella delle rivendicazioni politiche dei nativi resta una questione aperta.

Riccardo Venturi su Il referendum:

La dichiarazione di indipendenza degli aborigeni Murrawarri potrebbe costituire un pericoloso precedente per l’Australia. Nessuno sembra prenderli sul serio, ma i nativi, abitanti di una porzione di deserto al confine tra il Queensland e il New South Wales, rivendicano la sovranità su un territorio di circa ottantamila chilometri quadrati, a detta loro, mai formalmente sottoposto al controllo del Commonwealth britannico. La dichiarazione di indipendenza del Murrawarri People’s Council, datata il 30 marzo scorso, sarebbe, più precisamente, una dichiarazione di continuazione di indipendenza. Secondo gli aborigeni, prima della colonizzazione ad opera del Regno Unito, l’Australia ospitava più di cinquecento nazioni indipendenti, fra le quali quella di Murrawarri. La Corona inglese avrebbe preso possesso dei territori dell’Outback australiano in base al principio di diritto internazionale di “terra nullius, negando i diritti degli indigeni.

Al contrario, dal 1992, la dichiarazione di continuata indipendenza troverebbe il suo fondamento giuridico nella sentenza della High Court australiana che invalida tale principio. La decisione storica della Corte rientrava in un contesto di pacificazione avviato dal governo australiano nei confronti delle popolazioni locali che, fino agli anni sessanta, erano state private dei diritti civili e politici fondamentali. Ecco perché, sempre secondo il neo-istituito Murrawarri People’s Council, gli europei e i loro discendenti occupano le terre aborigene senza alcun diritto. Ad aprile, il Consiglio ha inviato una lettera alla Regina Elisabetta e al Primo Ministro australiano, con lo scopo di ottenere il riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica di Murrawarri. Nella comunicazione viene affermato che né il Regno Unito ha mai dichiarato formalmente una guerra (e quindi conquistato il territorio conteso), né i Murrawarri hanno firmato trattati sulla cessione dello stesso, portando come “prove” vari documenti ufficiali.

Ciò che emerge da questa strana vicenda di diritto internazionale va oltre l’inedita dimensione giuridica e indipendentista ed è l’emblema della complessa problematica dei diritti delle minoranze aborigene. Se c’è chi lo considera uno scherzo, c’è anche chi applaude l’iniziativa dei Murrawarri, reputandola l’unica arma in mano agli aborigeni per farsi sentire. Negli scorsi due secoli, svariate centinaia di popoli che vivono all’interno del Continente australiano hanno subìto una brutale colonizzazione che ha causato massacri e violenze e che ha ridotto la popolazione indigena del novanta percento. Con la modernità e con il graduale riconoscimento dei diritti, le loro condizioni non sempre sono migliorate: molti aborigeni subiscono forme di ghettizzazione e sono spesso abbandonati alla disoccupazione o ad un crescente disagio sociale. Tuttavia, nel 2008 è stato fatto il primo passo ufficiale in termini di presa di coscienza da parte di un governo australiano che, con l’ex Premier laburista Kevin Rudd, ha chiesto ufficialmente scusa agli aborigeni per i torti del passato e per i crimini subiti dalla cosiddetta “Stolen Generation”, istituendo il National Sorry Day. Non abbastanza per rimuovere la “Aboriginal Tent Embassy”, la tenda-ambasciata a difesa dei diritti politici e civili delle comunità aborigene, situata di fronte al parlamento australiano, né per evitare rivendicazioni come quella dei Murrawarri.

Dello stesso avviso è Mauro Indelicato de Il Faro sul mondo, secondo cui dalla vicenda

 si possono trarre almeno tre importanti considerazioni:

La prima riguarda la situazione interna dell’Australia, che evidentemente non è riuscita a risolvere la questione degli aborigeni; a nulla sono valsi gli spot delle Olimpiadi di Sydney 2000, in cui Katy Freeman, atleta aborigena, ha acceso il calderone olimpico ed è stata l’ultima tedofora, così come a poco e nulla sono serviti i tanti buoni propositi della classe politica australiana sui tentativi di riconciliazione con le popolazioni originarie dell’isola. Adesso, l’indipendenza di Murrawarri, anche se da un punto di vista economico porta via poco vista l’esiguità della grandezza del territorio, in realtà preoccupa e non poco per il timore di un effetto di emulazione degli altri popoli aborigeni presenti nel centro del paese.

L’altra considerazione ha invece un respiro più internazionale e riguarda, in generale, l’apertura forse di un’epoca in cui, sfruttando anche la debolezza dell’occidente rispetto a qualche anno fa, i popoli colonizzati vivano una stagione di emancipazione dalla madrepatria e, dopo l’indipendenza di tante colonie avvenute nell’immediato dopoguerra, adesso si arrivi all’autodeterminazione di tanti popoli inclusi all’interno del territorio della nazione dominante.

Infine, l’ultima e forse la più importante considerazione, è inerente al fatto che, in un periodo in cui si vuole mettere in crisi in tutto il mondo la funzione dello Stato nazione, visto come impedimento alla formazione del nuovo ordine mondiale ed in cui si fanno scellerati tentativi di formazione di entità sovranazionali, c’è chi ancora invece crede nella propria autodeterminazione, nel valore che può assumere un proprio Stato e resiste ai tentativi di creazione di un’unica ed universale cultura mondiale.

Il contributo più lungo e completo, comprensivo della dichiarazione d’indipendenza tradotta e nonché di opinioni che aiutano ad inquadrare la questione, è firmato da Luca Fusari su L’indipendenza, di cui segnalo questo passaggio conclusivo:

Secondo lo storico Henry Reynolds (nella foto a sinistra) la questione della sovranità aborigena non è mai stata decisa dai giudici australiani, in quanto nelle precedenti rivendicazioni i giudici hanno stabilito che essi non sono attrezzati per emettere una sentenza; la posizione dei giudici si basa sulla considerazione che la pretesa sovranità non può essere soggetta ad una decisione al di là della rivendicazione di essa. In pratica la perdita di sovranità aborigena non può essere spiegata dalla legge australiana.

Ciò nonostante per il professore, la maggior parte degli australiani accetterebbe che i popoli aborigeni avessero avuto una loro sovranità prima dell’arrivo degli inglesi e una loro definizione standard di sovranità. «Nel diritto, l’unico modo in cui la sovranità può essere persa è con la conquista mediante l’uso della forza o con un trattato, che è quanto accaduto in Nuova Zelanda con il Trattato di Waitangi. Nella legge australiana, non si afferma che l’Australia sia stata conquistata, abbiamo semplicemente evitato l’idea, così pure non ci sono mai stati dei trattati. Quindi c’è questo problema fondamentale. Qualora un gruppo di aborigeni affronti questo problema, come sembra in questo caso, un modo è quello di chiedere ai giudici australiani di dimostrare quando e come hanno perso la loro sovranità e penso che ciò sia un problema che debba semplicemente essere affrontato dai tribunali australiani».

Reynolds ritiene infine, che sia il governo australiano medesimo o una delle più grandi organizzazioni dei diritti umani possano chiedere un parere alla Corte Internazionale di Giustizia nonché fare appelli alle Nazioni Unite per dirimere la questione. Ma a suo dire, il problema in realtà dovrebbe essere affrontato dall’Alta Corte. «Ci sono voluti solo Eddie Mabo e altri due Murri Islanders per ribaltare 200 anni di leggi in materia di proprietà (Decisione Mabo Alta Corte). Non ci vogliono grandi numeri per andare in tribunale. Non riesco a vedere cosa potrebbe succedere politicamente affinché le cose cambino in poco tempo, ma i giudici possono avere a che fare con tale questione prendendo una decisione. In un certo senso, quello che ora stanno dicendo è che la più alta corte in Australia non è in grado di prendere una decisione su una questione giuridica fondamentale, il che è un atteggiamento stranamente coloniale verso il problema e penso che alla fine sia lecito aspettarsi che gli aborigeni vogliano sapere un responso su come e quando hanno perso la loro sovranità e se vi sono alcune persone disponenti residualmente di essa».

In definitiva, le rivendicazioni degli aborigeni sono una questione seria, non una goliardata come la dichiarazione d’indipendenza della Padania. Difficile dire se il tentativo avrà successo; di certo il potenziale economico e politico della Repubblica sarebbe ridottissimo, vista la sua posizione geografica (essendo l’Outback una zona prevalentemente desertica dell’entroterra australiano), pertanto non cambierebbe nulla negli equilibri politici di Canberra. Tuttavia ciò rappresenterebbe uno smacco pesante dal punto di vista dell’immagine. In ogni caso la vicenda conferma che i rapporti tra australiani ed aborigeni continuino ad essere tribolati, e non è da escludere che questa rivendicazione apra la porta a nuove pretese territoriali da parte degli antichi abitanti dell’isola o, peggio ancora, costituisca un precedente per analoghe rimostranze in Africa, America Latina o altre aree  del mondo dove i confini statuali sono stati tracciati dalla volontà dei colonizzatori, prescindendo da quella dei nativi.
Scoperchiare il vaso di Pandora della storia è sempre un grosso rischio.

Per tutti gli aggiornamenti documentali si veda su Indymedia.

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