Appunti sul (presunto) colpo di Stato in Ciad

Presidente del Ciad Idriss Deby ha proclamato per lunedì 13 maggio una giornata di festa nazionale per celebrare il ritorno dei primi 700 soldati inviati in Mali. Nella capitale N’ Djamena la folla si è riversata in strada per accogliere i propri militari.
Ma, a parte questo, il Ciad ha ben poco da festeggiare.

Secondo Persone e dignità, il blog di Amnesty International sul Corriere della Sera:

Decine e decine di parlamentari, giornalisti, militari e semplici cittadini colpevoli di aver espresso critiche nei confronti del governo sono stati arrestati in Ciad all’indomani di un presunto tentativo di colpo di stato denunciato e neutralizzato dal governo del presidente Idriss Dèby. Non sarebbe la prima volta dall’ascesa al potere di Dèby, autore a sua volta di un colpo di stato nel 1990.

La vicenda è comunque oscura. Quello che appare certo è che il 1° maggio, nella capitale N’Djamena, sono morte almeno otto persone. Di lì a poco, sono iniziate le retate.

Non è chiaro quanti siano gli arrestati e dove si trovino. La maggior parte di loro, denunciano gli attivisti locali per i diritti umani, sono detenuti in isolamento e non possono incontrare familiari, avvocati e medici.

Agli arresti, già dalla sera del 1° maggio, sono finiti molti esponenti dell’opposizione parlamentare.

Arrestati anche due alti generali e un deputato vicino al presidente Deby. Il quale vede nemici ovunque.
In marzo i ribelli dell’Unione delle Forze di Resistenza (UFR), che avevano deposto le armi nel 2010, hanno minacciato di riaccendere le ostilità se il governo ciadiano non riaprirà presto i negoziati di pace.
La settimana scorsa, Deby ha accusato la vicina Libia di aver permesso a un gruppo di mercenari ciadiani di installare un campo di addestramento proprio a ridosso dei confini, in vista di un’eventuale offensiva ai danni di N’Djamena. Accusa che le autorità di Tripoli hanno respinto.

A parte i nemici (veri o presunti), Deby sa però di avere un fedele alleato. Quella Francia – che dispone ancora di una base militare in territorio ciadiano – ora in debito con l’ex colonia per aver sostenuto attivamente l’operazione Serval nel Nord del Mali.
Non c’è allora da stupirsi che Parigi, per bocca del Ministro degli Esteri Laurent Fabius, si sia  limitata ad “esprimere preoccupazione” per l’ondata di arresti in corso a N’Djamena.

Ad ogni modo, la notizia del tentato golpe ha stupito gli analisti della politica ciadiana. L’ipotesi più probabile è che il presidente stia dunque sfruttando il suo coinvolgimento militare in Mali e il riconoscimento internazionale che ne deriva per continuare a governare il Paese col pugno di ferro.

Dal 1990, quando ha assunto le redini del potere (anche lui) attraverso un colpo di stato militare, il presidente Deby sempre ha cercato di porsi come un  un leader democratico a capo di un Paese stabile. Un’immagine fasulla, visto che è la storia stessa a descrivere il Ciad come una nazione intrinsecamente instabile e che, sotto il regime di Deby, povertà e corruzione sono costantemente aumentate. Una situazione peggiorata dalle gravi crisi umanitarie che premono ai confini: in Libia, in Mali e nel Sahel in generale. Gli scioperi dei mesi scorsi testimoniano l’insoddisfazione sociale che serpeggia nella capitale.

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