Giulio Andreotti, il potere che logorò la Prima Repubblica in nome dello status quo

Il senatore Andreotti risponde dinanzi alla Storia, scrivevano i giudici della Corte nell’epilogo del processo per mafia che lo vide coinvolto. Nessuno più di Andreotti è stato sospettato di complotti e macchinazioni. Ed è per questo che tutti, dai giornalisti più autorevoli fino ai dilettanti della rete, si dilettano in questi giorni a cercare una risposta alla più retorica delle domande – quale posto gli riserverà la storia? – senza rendersi conto della vacuità di qualunque analisi che tratti la figura di Andreotti prescindendo dal contesto storico in cui essa ha operato. Quello che in virtù degli accordi di Jalta vedeva l’Italia assegnata alla sfera occidentale del mondo.

Secondo Lucio Caracciolo, Andreotti  ha incarnato perfettamente l’Italia della Guerra fredda: un paese a sovranità limitata, stretto tra i due blocchi. Non è stato un politico visionario, ma un raffinato gestore dello status quo. Immobilismo dettato dalla necessità di allontanare il Paese dalle sirene dell’Est, oltre la Cortina di ferro.

Nella visione andreottiana, l’interesse nazionale consisteva in un difficile gioco d’equilibrio tra l’inevitabilità di mantenere l’Italia saldamente al guinzaglio degli USA – e dell’Europa, motori della nostra rinascita economica -, cercando tuttavia di ampliare i margini d’azione del nostro Paese. Per questo mentì a Washington per vendere un centinaio di carri armati a Gheddafi, allo scopo di favorire l’ENI nelle concessioni petrolifere in Libia, e dopo la strage di Fiumicino (17 dicembre 1973: 32 morti e 15 feriti provocati da un commando di cinque terroristi palestinesi) strinse una serie di taciti accordi con i palestinesi e gli stati mediorientali per tener fuori l’Italia dalle operazioni terroristiche.

E sempre per questo, comprese l’indispensabilità di trattare anche con la mafia (fino al 1980, secondo quanto ricostruito dai giudici), di cui egli rappresentava la parte più debole: lo Stato. Perché se la mafia aveva bisogno dello Stato per continuare i suoi affari, lo Stato aveva bisogno della mafia per tenere l’elettorato meridionale nell’orbita democristiana, o comunque alla larga dalle tentazioni comuniste. Nel 1994 il giudice Luca Pastorelli raccontava sulle pagine di Limes:

Il crollo della Prima Repubblica travolge definitivamente l’equilibrio geopolitico che per quasi mezzo secolo, dall’epoca dello sbarco americano in Sicilia, aveva strutturato la precaria coesistenza fra Stato e Cosa Nostra. I politici siciliani che avevano operato come luogotenenti del Palazzo non sono più in grado di garantire il patto di non belligeranza che, quasi come una legge non scritta ma molto più cogente di qualsiasi codice, aveva legato Roma e Palermo. In sostanza: nel mondo diviso dalla frattura Est-Ovest, comunismo-anticomunismo, alla mafia spettava di orientare il voto e il potere politico siciliano per evitare rischi di slittamento verso il campo comunista. In cambio, il potere centrale evitava con cura di stimolare lo sviluppo economico e sociale dell’isola, e del Sud in genere, che considerava un serbatoio di voti essenziale per bilanciare l’avanzata delle sinistre al Nord. Di questo scambio geopolitico hanno fruito per decenni i potenti di Roma, i loro rappresentanti a Palermo e naturalmente Cosa Nostra.

La storia (ripeto: a prescindere di quale posto gli riserverà) non glielo perdonerà mai. Ma lui era un pragmatico, e del resto la realtà dei tempi lo richiedeva. Lui che è stato simbolo di un potere che ha lentamente logorato il nostro Paese. Il monologo dell’Andreotti – magistralmente interpretato da Toni Servillo – ne Il Divo esprime tutta l’essenza di questo freddo pragmatismo:

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.”

Per riassumere l‘idea che aveva dello Stato e delle sue regole basterebbe comunque una frase sola: l‘infelice battuta con cui commentò l’omicidio Ambrosoli. Se l’è andata a cercare. Come dire che, pur di sopravvivere, tanto vale affidarsi a qualsiasi persona che “non se le va a cercare” e quindi disponibile a scendere a patti con chiunque e con qualsiasi cosa. Tutto in nome del pragmatismo. In nome della Guerra fredda. Dell’interesse (inter)nazionale che lui declinava come lo status quo a tutti i costi. Economici, sociali e umani compresi.

D’altra parte, era lui a dire che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

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