Serbia, il Kosovo è più vicino ma l’Europa ancora lontana

Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.

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