Afghanistan, dove la droga ha vinto

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo “Afghanistan Opium Risk Assessment 2013“, pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando  i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.
Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre (si veda anche qui).
Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimo per il grano e 1,25 dollari per il riso.
Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist:

Analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l’andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l’oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e il 600 dollari, mentre l’oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.
Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all’oppio sostengono che il problema principale sia l’accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell’azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.
Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l’effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull’incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori “consegnate” a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti. Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo “Opium-brides”.
Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del “debt marriage” legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l’uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti. A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?.

Secondo Osservatorio Iraq:

Nel complesso, le province di Farah, Baghdis e Nimroz sono quelle in cui è stato registrato un incremento moderato nella produzione di oppio, mentre un aumento significativo ha caratterizzato la provincia di Herat (area di Shindand).
In sintesi, riporta lo studio dell’Onu, le aree rurali classificate come “meno sicure” hanno una probabilità maggiore di coltivare l’oppio di quelle con migliori condizioni di sicurezza.
Le comunità rurali periferiche, dovendo scegliere tra il debole governo afghano e gli insorti, sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, tenderebbero ad optare per la parte che è davvero in grado di sostenere l’economia locale.

L’Afghanistan produce il 90% di tutte le droghe oppiacee al mondo, sebbene sino a tempi recenti non ne fosse un importante consumatore.
Al contempo, in un anno la produzione di eroina è aumentata del 18%, portando da 131.000 a oltre 154.000 gli ettari di terreno agricolo dedicati alla coltivazione del papavero da oppio.

Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione dell’insurrezione proverrebbe proprio dal narcotraffico.
Oggi l’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio.
Il paese, con una popolazione teorica di 35 milioni di abitanti, presenta un preoccupante livello di tossicodipendenza: oltre un milione di individui – poco meno della metà (40%) sarebbero donne e minori.
Le ragioni di questo fenomeno?
Data l’elevata quantità, l’oppio è un diversivo a buon mercato – meno di cinque euro/grammo (il prezzo dell’oppio grezzo è di poco superiore ai 200 euro al chilogrammo): domanda e offerta si incontrano sostenendosi vicendevolmente.
A poco, o nulla, sono serviti i numerosi tentativi di sostituirlo con altri prodotti agricoli: al fine di limitare la produzione di oppio, nella seconda metà del 2010 sono state distribuite oltre 50 tonnellate di bulbi di zafferano (a cura del Provincial reconstruction team italiano di Herat), destinate alla coltivazione di almeno trenta ettari.
I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti:
– produzione, lavorazione e mercato dello zafferano non sono stati sviluppati in maniera coordinata;
– l’assenza di specifici processi di trattamento – causa della perdita di colore e profumo dello zafferano – ne ha precluso la vendita all’estero (a fronte di una sostanziale assenza di mercato interno);
– le vie di accesso ai mercati regionali e internazionali sono limitate e di difficile praticabilità;
– gli aiuti economici promessi ai coltivatori afghani sono stati disattesi – convincendo molti di questi a proseguire o a riavviare la coltura dell’oppio.
In sintesi, “l’offensiva dello zafferano” è fallita.

Circa il 15% del PNL afghano dipende dall’esportazione di droga, per un totale di 2,4 miliardi di dollari l’anno (fonte Onu).

Secondo il Servizio federale russo per il controllo degli stupefacenti (Fskn), la produzione di eroina in Afghanistan è aumentata di 40 volte dall’inizio dell’operazione della Nato in questo Paese nel 2001.
Ancora oggi l’oppio è il migliore alleato dei talebani, e non vi è dubbio che il ritiro delle truppe internazionali nel 2014, porterà un’ulteriore impennata di questo commercio. Il rapporto Undoc citato all’inizio mostra peraltro una correlazione tra l’andamento delle coltivazioni e l’insicurezza nel Paese, oltre che con la mancanza di politiche agricole di sostegno.
Il generale Fernando Termentini spiega che gli USA nemmeno distruggono più i campi di coltivazione. Anzi, pare che le forze armate americane restino attivamente a guardia di quei campi di papaveroPossibile? Sì.
Un anno fa spiegavo:

Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

La cosa non dovrebbe stupirci. Controllare il commercio globale della droga, significa controllare la liquidità nei circuiti bancari mondiali. E controllare i flussi finanziari, vuol dire controllare il mondo.
In ogni caso, l’unico vero vincitore del conflitto afghano è e resta il narcotraffico.

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