Il Portogallo torna a tremare

Ci eravamo quasi dimenticati del Portogallo e dei suoi problemi finanziari, concentrati come siamo sulla crisi di Cipro. Fino a che non è giunto un fulmine a ciel sereno a richiamare il nostro sguardo su questa sponda dell’Atlantico.

Nella notte del 5 aprile la Corte costituzionale di Lisbona ha respinto quattro delle nove misure di rigore approvate dal governo nell’ultima manovra economica. Questa decisione mette a rischio i 78 miliardi di euro di aiuti economici (pari al 50% del PIL, di cui 61 già erogati) promosso in favore del Paese dalle istituzioni internazionali.
I giudici hanno impiegato 3 mesi a deliberare l’illegittimità delle misure, tra le quali spiccano i tagli alle pensioni e agli stipendi dei dipendenti pubblici (entrambi di circa il 6,4% annuo), nonché i tagli alle indennità per i disoccupati e per i malati. Secondo Diario Economico, un influente quotidiano nazionale del settore, la decisione della corte ha aperto un buco di bilancio da circa 1,3 miliardi – su un totale di 5 miliardi presenti nella manovra – che sarà necessario coprire in un mese di tempo.

Per tutta risposta, il primo ministro Pedro Passos Coelho – del Partito Social Democratico (PSD) di centrodestra – si prepara ad annunciare una nuova serie di tagli alla spesa pubblica. Inoltre dovrà cercare nuove misure di compensazione e dovrà farlo con gli istituti di credito.
Ma quanto rischia chi dice no all’austerity? Se lo domanda Fabrizio Goria su Linkiesta:

La decisione della Corte costituzionale lusitana è destinata a fare la storia dell’austerity in Europa. Il premier socialdemocratico Pedro Passos Coelho si trova di fronte a una scelta difficile. Andare avanti con le misure finora introdotte o rinegoziare l’intero pacchetto di salvataggio con l’Ue.

La posizione della Commissione europea è chiara. Nessun deragliamento dall’attuale programma di misure economiche. Il Portogallo, in altre parole, deve continuare su questa linea.

La sostenibilità del debito portoghese è precaria. Senza un’estensione dei termini per il rientro del deficit, Lisbona potrebbe essere costretta a richiedere un altro pacchetto di aiuto. A dirlo con certezza, pochi giorni fa, è stato il numero uno della Banca centrale nazionale Carlos da Silva Costa. «Il Portogallo ha bisogno di trovare la sua via, ma questa passa anche da un allentamento dei cordoni sul deficit, dato che gli sforzi sono stati già ampi», ha detto Costa. Il disavanzo sta infatti calando meno del previsto. Secondo i dati della Commissione Ue, il 2011 si è chiuso con un deficit del 4,4%, mentre l’anno scorso è stato del 5 per cento. Per il 2013 non ci saranno miglioramenti significativi: il deficit sarà del 4,9% del Pil. Il rischio, però, è che la decisione della Corte costituzionale possa peggiorare una situazione che è già deteriorata rispetto agli ultimi mesi.

Quello che succederà nei prossimi giorni sarà cruciale per il Paese. «È facile che il governo portoghese decida di introdurre nuove tasse al fine di coprire le lacune, ma così aggraverebbe solo la recessione», spiega in una nota Goldman Sachs. E come ricorda Frederik Ducrozet, senior economist di Crédit Agricole, lo spazio di manovra del governo lusitano è limitato, dato che la Corte costituzionale ha imposto a Coelho di non introdurre nuove tasse. Via libera ai taglio strutturali, quindi. L’obiettivo è ottenere i due miliardi di euro della tranche di aiuti entro maggio. Una meta forse troppo ambiziosa.

Secondo Jornal de Negócios , un lato positivo nella vicenda c’è: se da un lato Passos Coelho (che dopo la sentenza non si è dimesso, nonostante le pressanti richiesta in tal senso) sarà costretto a ridurre ulteriormente la spesa pubblica, dall’altro le misure che si appresta a varare rappresentano un’occasione unica per procedere a una vera rifondazione dello Stato:

Passos Coelho ha voluto che il programma di aggiustamento fosse la strada per riformare lo stato e creare le istituzioni di una società più moderna, in una cultura di concorrenza e in un’economia di uguaglianza di diritti e di possibilità. Ma non ci è riuscito perché non ha mai cercato di farlo, invece di andare avanti si è limitato ad aspettare il ritorno del mercato.
Ancora non sappiamo che cosa vuole il governo in materia di riforma dello stato. Sappiamo che si dovranno tagliare le spese, ma l’obiettivo di ridurle di 2,5 miliardi di euro nel 2014 per un totale di cinque miliardi entro il 2015 è diventato politicamente e socialmente impossibile. Il governo ci sarebbe riuscito senza il suo fallimento davanti alla corte costituzionale?
Il paese non vuole altre tasse e non vuole neppure dei tagli alla spesa pubblica, perché ha capito che questo significherà dei tagli agli stipendi e alle pensioni.

Una cosa è certa: l‘austerità non ha pagato. Il Pil è sceso, lo scorso anno, del 3,2%; le proiezioni per il 2013 annunciano il terzo anno di recessione con un ulteriore -2,3%. La disoccupazione, già a livelli record (17,5%), è prevista in aumento al 18,5% per il 2014.
Per Lisbona è ancora notte fonda.

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