Il bluff della Corea del Nord

Dunque la Corea del Nord ha comunicato di essere pronta ad un attacco nucleare contro gli Stati Uniti in tempi brevi. Il Segretario alla Difesa Usa  Chuck Hagel ha detto che il Pentagono prende “molto seriamente” le provocazioni del Nord, annunciando che nei prossimi giorni installerà un nuovo sistema di difesa sull’Isola di Guam nel Pacifico. Precisamente si tratta del Terminal High Altitude Area Defense System (THAAD), un sistema che comprende diverse soluzioni integrate per intercettare il passaggio dei missili nemici e abbatterli, prima che possano causare danni esplodendo al suolo.

Secondo Limes, la minaccia non va sottovalutata: benché Pyongyang non disponga (ancora) di missili capaci di raggiungere la costa occidentale dell’America, infatti, il suo potenziale bellico nordcoreano resta di tutto rispetto. Inoltre, l’insidia nordcoreana pone all’amministrazione Obama un problema finanziario, oltre che strategico, posto che il sistema antibalistico statunitense risulta tecnologicamente obsoleto e complessivamente sottofinanziato.
Tuttavia l’America non sembra veramente spaventata. In Italia la stampa sta dando ampio risalto al rischio di una guerra atomica innescata dal regime nordcoreano, trascurando il fatto che la Corea del Nord minaccia da anni il Sud e gli Stati Uniti. Peraltro la realtà dei fatti parla di una macchina bellica meno temibile di quanto si pensi, nonostante le ingenti risorse che il regime investe nel suo mantenimento.
Il Post riassume perché non c’è davvero molto di cui preoccuparsi:

CNN e altri media hanno citato diversi funzionari di Washington che hanno in sostanza dichiarato che nella retorica bellicosa nordcoreana non c’è niente di nuovo. In Corea del Sud – che è di sicuro molto più a rischio degli Stati Uniti – sembra che al momento ci sia più o meno lo stesso atteggiamento di scarso allarme.
Le relazioni tra le due Coree, infatti, sono state di recente a livelli anche peggiori di quelli raggiunti in questi giorni.

Ma c’è anche un altro motivo per questa “tranquillità” degli Stati Uniti e della Corea del Sud. Secondo molti analisti e commentatori, la retorica bellicosa dei leader nordcoreani sarebbe rivolta in primo luogo agli stessi nordcoreani. Kim Jong-un è un leader giovane – pare che abbia 29 anni – in un paese dove si dà una grande importanza al rispetto per i più anziani. Inoltre è arrivato al potere da poco. In molti ritengono che i militari potrebbero, in ogni momento, rovesciare la sua leadership e quindi Kim sarebbe, di fatto, costretto a questa retorica per tenersi vicino l’esercito.

Cosa accadrebbe e quanto ci sarebbe da preoccuparsi se la Corea del Nord dichiarasse comunque guerra alla Corea del Sud?
Possedere una bomba atomica, di per sé, significa poco. Il raggio distruttivo di una bomba nucleare – anche di una piccola – è così grande che per trasformarla in un’arma efficace bisogna essere in grado di trasportarla sul territorio nemico, possibilmente il più lontano possibile dal proprio.

La Corea del Nord non possiede aerei abbastanza grandi da trasportare bombe nucleari, e anche se li possedesse non sarebbero in grado di inoltrarsi troppo nello spazio aereo della Corea del Sud o del Giappone (per non parlare degli Stati Uniti) prima di essere abbattuti. Possiede però numerosi missili di vari tipi. Il problema è che i nordcoreani non sono molto abili nella scienza dei razzi.
Gli allarmi comparsi un po’ in tutti i giornali a proposito di missili nordcoreani in grado di arrivare dall’Europa orientale fino agli Stati Uniti sono falsi. I missili più diffusi e probabilmente anche i più affidabili a disposizione dell’esercito nordcoreano sono gli Hwasong-5 e 6 con una gittata di circa 700 chilometri. Sono alti 12 metri e derivano dal progetto di un vecchio missile russo, lo Scud, il tipo di missile che colpiva Israele dall’Iraq durante la prima Guerra del Golfo. Si tratta di missili testati con successo e in grado di colpire la Corea del Sud, la Cina e il Giappone.
Qui finiscono i successi missilistici del paese.

Come spiegavo un anno fa, in occasione dell’accordo con gli Usa (poi violato) che prevedeva una moratoria ai test nucleari, al lancio di missili a lungo raggio e all’arricchimento dell’uranio da parte di Pyongyang, la Corea del Nord non ha sviluppato l’arma atomica per usarla:

Il gioco della Nord Corea è stato semplice: prima si è adornata di un piccolo arsenale nucleare e poi ha cercato il dialogo con gli USA per negoziarne la dismissione. Ovviamente, in cambio di un generoso tornaconto.
Sessant’anni di regime hanno reso la Corea del Nord uno dei Paesi più poveri del mondo. L’unico speranza di migliorare una situazione ormai insostenibile sono gli aiuti internazionali, che in genere i governi totalitari vedono con diffidenza perché normalmente condizionati dalla promessa di riforme e di aperture democratiche. A meno che la parte più debole non abbia un asso nella manica che le garantisca maggiore forza contrattuale. Ed ecco che entra in gioco l’arma atomica, brandita da Pyongyang come strumento negoziale e assicurazione sulla vita. Di fronte al collasso economico e ai travagli della successione tra il “caro leader” Kim Chong-Il e suo figlio Kim Chong-Un, il regime ha pensato bene di giocare la carta della bomba al plutonio in cambio di grano per offrire una boccata d’ossigeno ad una popolazione ridotta alla fame.

L’escalation retorica di cui oggi vediamo sarebbe partita poco dopo. In maggio, ossia due mesi dopo l’accordo con Washington, la Corea del Nord ha ripreso i test missilistici:

Il voltafaccia del regime nordcoreano può avere molte spiegazioni. L’annuncio del lancio del satellite potrebbe riflettere una lotta di potere in atto all’interno del regime, o meglio all’interno della famiglia (de facto) regnante, dove la leadership di Kim Jong-Un non è pienamente condivisa. Potrebbe altrimenti essere un piano studiato a tavolino fin dall’inizio per creare divisioni all’interno dei suoi principali interlocutori, Corea del Sud e Stati Uniti, il primo ansioso di disinnescare la minaccia del Nord e i secondi che preferirebbero pensare solo alle questioni interne a pochi mesi dall’appuntamento elettorale. Oppure potrebbe essere un mero tentativo di attirare l’attenzione: Pyongyang può accettare il disprezzo, ma non l’indifferenza.

Ma è nel febbraio di quest’anno che l’atmosfera ha iniziato a surriscaldarsi. Non a caso, proprio nei giorni in cui si svolgeva un’esercitazione congiunta tra le marine militari del Sud e degli Stati Uniti:

Analizzando il contesto internazionale dell’eventorisalta come il regime di Kim Jong-un abbia scelto di effettuare il test in un momento molto delicato, visto che in diversi Stati la leadership politica è cambiata da poco (Giappone) o sta per cambiare ufficialmente (Corea del Sud, Cina). Ciò rappresenta un messaggio molto negativo per le future ipotesi di denuclearizzazione della regione.

Questo aspetto ci aiuta a comprendere la valenza del gesto. Più che un risultato militare, la Corea del Nord sembra perseguire un duplice obiettivo politico. Primo: rimarcare agli occhi di amici (Cina) e nemici (Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone) l’intangibilità della nazione nordcoreana. Secondo: consolidare l’immagine di Kim Jong-un, ricompattando una popolazione le cui condizioni di vita rimangono molto dure.

Dal punto di vista politico, poi, la bellicosa retorica di Pyongyang sembra essere speculare all’insediamento a Seul della nuova presidente Park Guen Hye. Per rafforzare i propri minacciosi propositi, il regime ha interdetto l’accesso al distretto industriale di Kaesong ai lavoratori sudcoreani. Anche qui, la proclamazione dello “stato di guerra” da parte del Nord non è altro che un esercizio di stile, visto che le due Coree sono formalmente in guerra da sessantanni.
Ancora Limes spiega come mentre la presidente Park indica la crescita economica e culturale tra le priorità di governo, aprendo al dialogo con Pyongyang, quest’ultima risponde con l’escalation di minacce che conosciamo:

Questa progressiva crescita di minacce, iniziata con il lancio missilistico e proseguita nel terzo esperimento nucleare, sembra aver raggiunto il suo apice con l’annuncio di un possibile attacco nucleare e, infine, con il proclama della cessazione dell’armistizio fra le due Coree.
Sul piano giuridico quest’ultimo proclama incide poco. Le due Coree, come noto, sono ancora in un teorico stato di guerra, per cui il semplice “ritiro” dall’armistizio non per questo significa l’inizio di un conflitto convenzionale. Il disconoscimento della tregua renderebbe più ardua la negoziazione di un futuro trattato di pace, ma questa opzione è sempre stata difficile anche quando i rapporti bilaterali erano migliori e l’armistizio in vigore.
Sul piano politico, invece, le conseguenze sono ben maggiori: confermano il deciso aggravamento delle relazioni bilaterali Nord-Sud, nonché la progressiva distanza che si sta generando fra la Cina e il regime nordcoreano.
Gli ultimi proclami nucleari di Pyongyang, infatti, sono stati apertamente contestati da Pechino, dato che segna l’ulteriore allentarsi della presa che la Cina ha sul piccolo alleato. Ormai, infatti, sembra che solo una pressione economica cinese sia capace di influenzare le scelte nordcoreane, stante la palese disparità di vedute politiche fra Pyongyang e Pechino.
Il piano militare, paradossalmente, presenta meno criticità, o, meglio, pone la Corea del Nord di fronte a un vero e proprio aut aut. Dati i toni categorici delle ultime dichiarazioni del Nord, se alle parole seguissero i fatti la penisola scivolerebbe in un conflitto armato di tipo convenzionale, o addirittura nucleare. Questa mossa, oggettivamente poco realistica, sarebbe un suicidio per Pyongyang.

La politica estera di Pyongyang ha abituato gli analisti ad un’altalenante serie di minacce e toni distensivi, il monito agli Usa non rappresenta che l’ultimo capitolo di questa retorica muscolare a cui il regime ci ha abituato. In America lo sanno, e al di là delle precauzioni del caso, non si sono scomposti più di tanto. Se dunque l’obiettivo di Kim Chong-un era innescare una guerra (psicologica), il giovane leader lo ha mancato completamente.
Fermo restando che un conflitto stavolta non metaforico, ma vero e proprio, su larga scala, probabilmente non ci sarà mai: nessuno dei combattenti trarrebbe beneficio dalla guerra. E sfortunatamente per i nordcoreani, neppure dalla riunificazione.
Insomma, lo status quo conviene (quasi) a tutti.

2 thoughts on “Il bluff della Corea del Nord

  1. Pingback: Corea del Nord, Kim Jong Un punta al consenso interno | Homo Monitor

  2. “Dati i toni categorici delle ultime dichiarazioni del Nord, se alle parole seguissero i fatti la penisola scivolerebbe in un conflitto armato di tipo convenzionale”
    – Ecco, questo potrebbe essere utile alla potenza dietro tutti i troni. C’è bisogno di rinnovare le zone di conflitto. Per molte ragioni, non si può sempre e solo insistere sul Medio Oriente. Non dico che questo lo scopo diretto dei contendenti, ma in ogni questione vi sono mille rivoli decisionali e di interessi, le cose cominciano avendo una certa apparenza, poi vi si inseriscono altre regie e i risultati cambiano. Le primavere arabe, il Mali sono esempi recenti.

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