Brics, niente più di un acronimo

L’evento geopolitico della settimana è stato il quinto vertice dei Brics, tenutosi a Durban, Sudafrica. Niccolò Locatelli su Limes spiega perché tale incontro può considerarsi un sostanziale insuccesso:

il comunicato finale non fa che ribadire l’appiattimento dei Brics sulle posizioni russo-cinesi sulla guerra in Siria, le sanzioni contro l’Iran e la stabilizzazione dell’Afghanistan, oltre a dedicare ampio spazio alle varie crisi dell’Africa (dal Mali al Congo).
L’annuncio più atteso, quello della creazione di una banca per lo sviluppo alternativa alla Banca Mondiale, è stato rinviato: a Durban i Brics si sono dichiarati soddisfatti di sapere che l’opzione è “percorribile”, senza specificare quando, dove e con quali fondi nascerà questa nuova istituzione.

I Brics oggi rappresentano il 40% della popolazione e circa il 25% del pil mondiale: il commercio tra i paesi membri è in crescita costante, ma le differenze sembrano pesare più dei tratti in comune: Russia e Cina sono membri permanenti del CdS, quindi poco interessati a condividere questo privilegio con altri. Mosca, Pechino e Delhi sono potenze atomiche. Grandi esportatori di prodotti lavorati e servizi come India e Cina sono meno interessati alle battaglie contro i sussidi di Usa ed Ue al settore primario, che invece rappresentano una priorità per il Brasile al Wto. Brasilia ha in passato accusato Pechino di tenere artificialmente bassa la propria valuta, facendo così concorrenza sleale; d’altronde anche il gigante latinoamericano non ha esitato a ricorrere a misure protezionistiche per rilanciare il settore industriale nazionale. La geografia mette inoltre la Cina in una condizione di competizione strategica con l’India e con la Russia che per il momento è irrisolta e potrebbe rimanere tale. Per potenza economica e assertività Pechino è in questo momento di un’altra categoria rispetto ai soci del gruppo.

Troppe insomma le differenze tra i Paesi in questione perché si arrivi ad una strategia comune. E così alla collaborazione si preferisce la concorrenza. Secondo Internazionale:

In realtà dal 2009, quando in Russia si sono riuniti per la prima volta, i Brics non hanno collaborato molto tra loro. Questo perché di fatto “c’è un enorme competizione tra le cinque potenze”, ha detto Verachia.
Solo il 2,5 per cento degli investimenti che i Brics fanno in paesi stranieri è rivolto verso gli altri componenti del gruppo, mentre il grosso arriva nella Ue, negli Stati Uniti e in Giappone.
“Il progetto è lodevole, ma maschera le profonde divergenze che affliggono il gruppo”, sostiene Le Monde. “I Brics sono una potenza economica, ma non ancora una potenza politica”.

Quando nel 2001 Jim O’Neill, analista di Goldman Sachs, coniò per la prima volta l’acronimo Bric (Brasile, Russia, India, Cina; a cui nel 2011 si è aggiunto il Sudafrica) per indicare quei Paesi che, a suo parere, possedevano le maggiori potenzialità economiche su scala globale nel decennio a venire, nessuno poteva immaginare che i quattro (e poi cinque) giganti avrebbero seguito tale indicazione alla lettera per riunirsi in un nuovo soggetto geopolitico. Dal 2009 invece, il vertice annuale dei Brics è uno degli eventi clou dell’agenda geopolitica mondiale. O almeno dovrebbe.
Oggi i summit dei cinque hanno sempre più l’aria di una rimpatriata che di un consesso in cui concordare un approccio comune sui grandi temi globali.

Il quarto vertice, celebrato lo scorso anno a Nuova Delhi, ad esempio, si era chiuso con molti no e nessuna proposta sostanziale. Ma per essere una coalizione c’è bisogno di essere d’accordo non soltanto nell’opposizione a qualcosa, ma anche nella fase propositiva. Altrimenti i Brics non resteranno che ciò dovevano essere nelle intenzioni di Jim O’Neill: un semplice acronimo, e niente di più.

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