Il mito delle guerre per l’acqua / 2

Il 22 marzo si celebra la Giornata Internazionale dell’acqua. A 21 anni dalla sua istituzione, questo appuntamento diventa occasione per ricordare che di acqua dolce sulla Terra ce n’è veramente poca, e il mondo ha sempre più sete. Si tratta di un dato allarmante la cui percezione è debole in un Occidente, che non è immune al problema ma che si sente e si vede come tale.
Un’occhiata ai numeri dà una certa tristezza. Le persone che continuano a non avere accesso all’acqua potabile sono circa un miliardo e in totale 2,5 miliardi di esseri umani non dispongono di servizi igienico-sanitari decenti. Eppure è proprio nello scellerato uso delle risorse idriche che lo sfruttamento senza scrupoli della natura ad opera dell’uomo trova una delle sue massime (e più drammatiche) espressioni. La mancanza d’acqua uccide di più di una guerra. Per la sua importanza, l’acqua è fonte non solo di vita, ma anche di progetti, sviluppo e, purtroppo, conflitti.
Alcuni mesi fa le Nazioni Unite hanno inaugurato un progetto che studia 30 Paesi che per il 2025 soffriranno la scarsità d’acqua. Di questi Stati, 18 appartengono al Medio Oriente e al Nord Africa, tra cui l’Egitto, Israele, la Somalia, la Libia e lo Yemen. Paesi già affetti da cronica instabilità, che la mancanza di questa risorsa non potrà che aggravare.
La terza guerra mondiale si combatterà dunque per l’acqua? No. Il rischio di idroconflitti esiste, ma va contestualizzato senza lasciarsi andare a facili allarmismi.

Idroconflitti

Su come questo problema potrebbe evolversi ci sono due diversi punti di vista. Il primo prende le mosse dallo studioso del Settecento Thomas Malthus, secondo cui in presenza di scarsità di risorse è inevitabile arrivare alla guerra.

Nella prima metà del 2011, il Segretario di Stato USA Hillary Clinton  aveva commissionato all’intelligence americana uno studio sulle possibili guerre innescate dall’acqua. Il National Intelligence Estimate che ne è scaturito lanciava l’allarme sulle future minacce alla sicurezza globale. Non a caso, la decisione di diffonderne l’indice nel marzo 2012 coincise con il lancio della “Water Partnership“, un’iniziativa con cui l’amministrazione Obama intendeva creare un network di cooperazione fra governo, Ong e privati – aperta anche a Stati stranieri – per tentare di prevenire gli scenari da incubo descritti nel rapporto.

Che i governi siano consapevoli di questa prospettiva è convinto anche Gianni Tarquini, curatore del testo “La guerra dell’acqua e del petrolio”, il quale in un’intervista sul tema delle risorse naturali afferma:

Esistono documenti ufficiali della maggior potenza mondiali, gli Stati Uniti, che dichiarano esplicitamente che l’acqua dolce da bene percepito come rinnovabile e inesauribile è ormai da alcuni anni da considerare scarso e quindi altamente strategico. In una relazione segreta del 2004, resa nota dal The Guardian, il consigliere del Pentagono Andrew Marshall avvertiva sui pericoli legati al cambiamento climatico sottolineando in particolare la scarsezza dell’acqua potabile e la necessità che gli Stati Uniti agissero per appropriarsi di questo bene nei luoghi di maggior presenza e il più in fretta possibile.

Lettera43 illustra le conclusioni di una ricerca condotta dal dott. Peter Gleick, cofondatore e presidente del Pacific Institute di Oakland, in California, secondo cui negli anni che vanno dal 2010 al 2013 si sono contate 41 guerre combattute anche per l’acqua: una in Oceania, sei in Asia, otto in America Latina, 11 in Africa e 15 nell’area mediorientale. Tutte scontri nati per motivazioni religiose, politiche ed economiche, ma sfociati poi in battaglie per l’oro blu. La sua conclusione è che: “Meno acqua c’è, più aumenta il rischio di guerre per contendersela anche all’interno degli stessi Stati, per esempio tra gruppi sociali con interessi economici differenti”. Di seguito l’articolo esamina tre contesti: Cina, India e Stati Uniti – qualcuno si stupirà, ma le controversie sullo sfruttamento non lasciano indenni neppure i cittadini americani.

Altri luoghi caldi: Asia Centrale, bacino del NiloKenyaMedio Oriente, bacino del Mediterraneo. Neppure l’Italia risulta estranea alle controversie idriche: da sette secoli, ad esempio, i comuni veneti di Acquanegra e Asola si disputano lo sfruttamento del canale Seriola.

Più un mito che una realtà

Malthus aveva ragione? Non è detto. I numeri diffusi da Gleick sono preoccupanti, ma trascurano un fatto: storicamente i momenti di cooperazione sul tema dell’acqua sono stati più frequenti di quelli di scontro.
Come spiegavo due anni fa:

Tra il 1948 e il 1999, secondo l’UNESCO, si sono registrate 1.831 “interazioni internazionali”, compresi 507 conflitti, 96 eventi neutrali o non significativi, e 1.228 importanti istanze di cooperazione, a dimostrazione che nei bacini condivisi la cooperazione è più probabile del conflitto.
Ma allora perché si parla così spesso di “guerre per l’acqua”? Semplicemente perché un conflitto (rectius: l’affermazione di un possibile conflitto), trova spazio sui media molto più facilmente rispetto ad un accordo. “Le guerre dell’acqua fanno notizia, gli accordi di cooperazione no”, dichiarò a margine del meeting Arunabha Ghosh, idrologo, coautore del Rapporto per lo sviluppo umano del 2006 sul tema della gestione dell’acqua. Un altro esperto, il prof. Asit K. Biswas, intervistato dall’IPS dichiarò che le guerre dell’acqua “Non hanno assolutamente senso, perché non ci saranno – almeno non per i prossimi 100 anni”. Biswas spiegò che la vera causa delle carenze idriche nel mondo non è tanto la scarsità della risorsa quanto la sua cattiva gestione.
Ci sono anche casi in cui le deficienze di gestione diventano oggetto di strumentalizzazione, soprattutto nei paesi non democratici, dove la colpa della scarsità della scarsità idrica viene riversata sugli Stati vicini accusandoli apertamente di “rubare” l’acqua. Emblematici furono gli anatemi di Mubarak contro l’Etiopia dopo la riunione di Entebbe dello scorso anno, offerti in pasto al popolo per distogliere l’attenzione dall’inefficienza della sua amministrazione. Accuse quasi sempre seguite da minacce di possibili ostilità contro i Paesi vicini per rafforzare il consenso della gente attorno al regime di turno. Peraltro, in buona parte dei paesi autoritari l’acqua viene offerta gratuitamente proprio per ragioni di propaganda, incentivando gli sprechi e peggiorando così la situazione.

Il problema chiave è la gestione della risorsa. Contrariamente a quanto si creda, la disponibilità di acqua – sia per la quantità che per la qualità – dipende innanzitutto dall’uomo e non dalla natura. Il motivo è semplice: gli usi dell’acqua, nel corso dei millenni, sono andati diversificandosi e moltiplicandosi nella quantità richiesta; ma allo stesso tempo l’ingegno dell’uomo ha fatto sì che nel contempo si sviluppassero tecnologie in grado di soddisfare tali crescenti necessità. Tuttavia, non tutta l’umanità è riuscita a beneficiare uniformemente di tali innovazioni.
Di recente alcuni esperti tra cui Thomas Homer Dixon, direttore del Center for Peace and Conflict Studies all’Università di Toronto, hanno analizzato diversi casi di studio sul degrado ambientale e hanno concluso che non esiste un legame diretto tra la scarsità di risorse e la violenza. Al contrario Dixon ritiene che la disuguaglianza, l’esclusione sociale e altri fattori determinano la natura e la ferocia della lotta.

Un interessante speciale su Tempi (da leggere per intero) conferma questa visione:

Il Rapporto 2008 sugli Obiettivi del Millennio afferma giustamente che «attualmente non c’è ancora una penuria globale d’acqua». Il motivo è semplice: l’acqua rinnova la sua disponibilità attraverso le precipitazioni, che in un anno sono pari mediamente a 113 mila km cubi che, al netto di tutti i fenomeni naturali di dispersione, significano una disponibilità globale pro capite di 5.700 litri al giorno: nell’Unione Europea il consumo medio pro capite è attualmente di poco meno di 600 litri, negli Usa è di 1.400 litri.
Da questi dati capiamo che non esiste una scarsità d’acqua in quanto tale. Vale a dire che il problema allora non sta nella finitezza della risorsa acqua – e quindi nell’aumento della popolazione che la rende ancora più ridotta – ma nei motivi che ne impediscono il godimento da parte di ampi strati della popolazione. Detto in parole povere, il problema non è la scarsità ma l’accesso all’acqua.

Non è poi secondaria la distribuzione per settore dei consumi d’acqua: globalmente l’uso domestico assorbe appena l’8 per cento dei consumi, mentre il 22 per cento è usato dall’industria e il 70 per cento dell’acqua globalmente consumata va per le attività agricole. Si pone dunque una “questione agricoltura”, a maggior ragione se si considera che nei paesi poveri questa percentuale arriva al 95 per cento.
Ma qui entra in gioco il fattore umano, ovvero la capacità degli uomini di rispondere con il proprio ingegno e creatività ai bisogni che via via si presentano.

Se, ad esempio, prendiamo il caso di Israele, che ha una disponibilità di appena 969 litri di acqua pro capite al giorno, dovremmo trovare che sperimenta una assoluta scarsità d’acqua. Il che invece non è vero: Israele non ha problemi di accesso all’acqua e anzi, giardini sono nati dove c’era il deserto. Come mai? La estrema limitatezza nella disponibilità di acqua ha fatto sì che si usasse l’acqua in modo molto più efficiente, al punto che oggi Israele non solo ha risolto i suoi problemi interni in materia, ma ha sviluppato una tecnologia per la gestione dell’acqua che a sua volta – vendendola ad altri paesi – è diventata fonte di ricchezza essa stessa.

Il vero problema nell’accesso all’acqua è dunque il sottosviluppo, perché la povertà – economica, ma anche di conoscenze e di capacità manageriali – non mette gli uomini in condizione di usare il loro ingegno e lavoro, o di sviluppare attività economiche che diano la possibilità di acquistare i servizi di cui hanno bisogno. Più che delle guerre per l’acqua, dunque, dobbiamo preoccuparci delle guerre che impediscono l’accesso all’acqua.

Faremmo meglio a prenderne coscienza alla svelta. Altrimenti, ora che la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e dei beni comuni è diventata la nuova frontiera del capitale, il sottosviluppo e le diseguaglianze non potranno che aumentare.

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