In morte della democrazia ungherese

La nuova Costituzione ungherese, entrata in vigore il 1 gennaio 2012, continua a far discutere. In questi giorni il Parlamento di Budapest ha adottato un’importante serie di emendamenti al testo, che secondo gli osservatori internazionali e diversi costituzionalisti ungheresi metterebbe a rischio la democrazia nel Paese. Malgrado il voto sia stato boicottato dalle opposizioni, la larga maggioranza su cui Fidesz  – il partito del controverso premier Viktor Orbán – può contare in parlamento, circa i due terzi dei seggi, ha fatto sì che gli emendamenti venissero approvati con 265 voti a favore, 11 contrari e 33 astenuti.
La scorsa settimana l’Unione Europea e il Dipartimento di stato americano avevano chiesto a Orbán di rimandare il voto, valutando di nuovo le modifiche costituzionali non compatibili con gli impegni che l’Ungheria si è presa aderendo all’UE. Fidesz si era però rifiutata.
L’opposizione socialista ha boicottato il voto, uscendo dal parlamento e sventolando delle bandiere nere dalle finestre per simboleggiare “una giornata nera per la democrazia ungherese”.

Le limitazioni alle libertà politiche e civili introdotte dalle modifiche sono diverse: è stata ridotta la possibilità per i partiti politici di fare campagna elettorale attraverso i media nazionali; gli studenti potranno ottenere delle sovvenzioni statali solo se si impegnano a lavorare in Ungheria dopo la laurea; sono state introdotte delle multe e pene detentive per i senzatetto; è stata ridefinita la categoria di “famiglia”, che non includerà più le coppie non sposate, quelle senza figli e quelle formate da persone dello stesso sesso. Inoltre, secondo Frontiere News:

Le modifiche approvate alla Costituzione. Il nuovo emendamento limita, infatti,  i poteri della Corte Costituzionale che negli ultimi due anni ha bloccato molte delle leggi approvate dal Parlamento. D’ora in poi non potrà più entrare nel merito delle leggi che potranno essere esaminate solamente da un punto di vista formale. Questo, secondo i costituzionalisti,  stravolge l’architettura istituzionale ungherese e l’equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Colpita anche la libertà di espressione che potrà essere limitata in presenza di comportamenti considerati lesivi della dignità della nazione ungherese. Sono stati inoltre vietati i dibattiti elettorali su radio e tv private: dalle prossime elezioni potranno svolgersi solamente sulle tv pubbliche controllate dall’esecutivo. Un duro colpo è stato assestato anche al partito Socialista: il vecchio partito Comunista, da cui nasce la principale forza di opposizione, è stato infatti definito una “organizzazione criminale”. Sul fronte dei diritti civili, il nuovo emendamento chiude definitivamente al riconoscimento delle coppie di fatto, riservando alle sole coppie con figli i diritti e le agevolazioni previste per le famiglie. Colpiti anche i neolaureati che hanno usufruito di borse di studio: se si trasferiscono all’estero dovranno restituire gli incentivi. Molte polemiche ha suscitato anche la criminalizzazione dei senzatetto, che d’ora in poi potranno essere perseguiti penalmente.

E davanti ad un governo che continua a indebolire la democrazia ungherese, Bruxelles si dimostra impotente, commenta la stampa europea.
Lo 
scontro con l’Unione Europea, di cui l’Ungheria è stato membro, sulla questione della riforma della Costituzione era già iniziato nel gennaio 2012, quando la Commissione europea aveva avviato ufficialmente tre procedure d’infrazione, più volte annunciate, contro l’Ungheria per le suddette modifiche al testo costituzionale giudicate non in linea con lo spirito libertario dei principi giuridici europei.
Pochi mesi dopo, in aprile, la Commissione europea si era detta disposta a discutere di un supporto finanziario per l’Ungheria a condizione che il governo di Budapest cambiasse la legge sulla banca centrale. Eppure, nonostante l’unica concessione arrivata da Orbán fossero delle promesse, alla fine è stato quest’ultimo a prevalere, ottenendo dagli eurocrati un’apertura in merito alla concessione di aiuti finanziari.
Il 27 luglio, durante una riunione dell’Associazione nazionale degli imprenditori (Vosz) a Budapest, il premier si è nuovamente esibito in una postura liberticida evocando la possibilità di un “nuovo sistema al posto della democrazia”, perché il suo popolo, “semi-asiatico”, “capisce soltanto la forza”. Due giorni dopo, in occasione di una visita alla minoranza ungherese in Romania, Orbán ha riacceso le polemiche con Bruxelles, affermando che la UE è la “principale responsabile della profonda crisi attuale, tratta i paesi dell’Europa dell’est con disprezzo” e “non può avere successo”.

Nel frattempo, più per ricevere aiuti che in virtù della decantata genesi orientale del suo popolo, Orbán ha cominciato a guardare all’Asia per davvero. Si spiega così la visita a maggio del vicepremier cinese Li Keqiang, il quale, prima di atterrare in una Bruxelles imbavagliata per l’occasione, ha fatto tappa in Ungheria dove ha siglato ben sette accordi di cooperazione.
Inoltre, a metà agosto il suo partito Fidesz ha deciso di sostenere un oscuro festival incentrato sui legami fra la nazione ungherese e le tribù dell’Asia centrale nel quadro del turanismo, una corrente ideologica che sostiene l’unione dei discendenti delle tribù di lingua turca dell’Asia centrale, legata all’estrema destra ungherese moderna e tradizionale. Questo in un Paese dove la cultura è sempre più asservita alla propaganda ultranazionalista.
Estrema destra, a proposito, oggi rappresentata dal partito Jobbik, di cui fa parte il deputato Marton Gyongyosi, che lo scorso novembre – nel silenzio della stampa internazionale – aveva proposto di schedare la popolazione ungherese di origine ebraica.
Sempre guardando ad Est, con il futuro passaggio del gasdotto South Stream sul suolo ungherese si prepara un matrimonio energetico con la Federazione russa.

Per mantenere l’attuale consenso, il primo ministro ha iniziato a preparare il campo per la sua rielezione nel 2014. In novembre il parlamento ha avviato l’esame di una legge che cambia le regole per la campagna elettorale del prossimo anno. Dopo aver soppresso l’iscrizione automatica alle liste elettorali, il governo sembra cercare il sistema per eliminare ogni concorrenza in modo da continuare la sua controversa avventura con la minor legittimità democratica possibile. Ma non è l’unica misura volta a favorire i suoi elettori.
Proprio nel 2014 dovrebbe scadere il divieto agli stranieri di acquistare terreni, imposto dal 1994 ed esteso in occasione dell’adesione dell’Ungheria all’Unione europea dieci anni dopo. L’Ungheria non ha petrolio o altre risorse naturali. Ha però terre coltivabili (circa 5 milioni di ettari) che stuzzicano l’appetito di molti. Così la nuova legge agraria, adottata nel luglio scorso, preclude agli stranieri di comperare terreni agricoli e inficia i contratti firmati in previsione dell’apertura del mercato. Ma il provvedimento, più che lasciare la terra nelle mani dei piccoli contadini ungheresi, tende a favorire i latifondisti che, manco a dirlo, spesso sono membri della cerchia del premier.

Tuttavia, le assurde decisioni del premier, unite alla crescente crisi economica e alla svalutazione del fiorino, non potevano restare senza conseguenze.  Orbán gode sempre di una forte maggioranza in Parlamento, ma il supporto dell’opinione pubblica inizia a venir meno.
L’11 febbraio il rientro universitario è stato contrassegnato da una serie manifestazioni di studenti, che hanno occupato diverse facoltà in segno di protesta contro i citati emendamenti della Costituzione. Lo stesso giorno diverse migliaia di persone hanno manifestato davanti al Parlamento di Budapest contro le nuove norme del codice del lavoro, che impone ai disoccupati e agli inattivi lavori di interesse generale in condizioni spesso durissime e degradanti.
L’Ungheria, a fronte ad un governo autoritario, soffre la mancanza di un’opposizione autorevole. Le proteste dei socialisti contro la recente riforma costituzionale si sono risolte in una polemica faziosa e strumentale all’imminente campagna elettorale. Al momento, non c’è alternativa al predominio di Fidesz.

Curiosamente, Orbán gode anche delle simpatie della controinformazione nostrana, che lo considera un “baluardo contro lo strapotere dell’Europa”. Per certa intelligentia, le critiche del premier alle politiche di austerity comandate da Bruxelles bastano a far chiudere entrambi gli occhi sulla realtà di un governo che sta allontanando sempre di più il Paese dalla democrazia. A Budapest nessuno può più criticare apertamente il premier come invece in Italia possiamo fare con Berlusconi e Monti. Eppure in rete Orbán
Secondo Altrenotizie:

Le critiche degli ambienti di potere internazionale sono comunque dovute in gran parte ai toni e alle iniziative populiste di Orbán, il quale continua a sfruttare la profonda opposizione tra gli ungheresi alle politiche di austerity dettate da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale, con il quale il governo di Budapest ha da qualche tempo rotto le trattative che erano in corso per ottenere un pacchetto di aiuti economici a favore del paese mitteleuropeo.
In risposta al coro di proteste seguite alle modifiche alla Costituzione, nella giornata di martedì Orbán ha così riproposto le consuete tirate nazionaliste e anti-UE, affermando ad esempio che l’Ungheria ha troppi creditori stranieri e promettendo alle aziende locali di convertire i loro debiti in valuta estera in prestiti in fiorini. Inoltre, il premier ha anche annunciato di volere creare un sistema bancario domestico pubblico, facendo perciò intravedere, secondo quanto riportato dalla Reuters, una svolta rispetto alle politiche neo-liberiste che hanno contraddistinto nell’ultimo decennio i governi dei paesi dell’ex blocco sovietico.
Una simile strategia non può però nascondere la vera natura del governo di estrema destra del premier Viktor Orbán, impegnato fin dal suo primo mandato alla guida del paese tra il 1998 e il 2002 a indebolire le strutture democratiche dell’Ungheria per consolidare il potere dell’esecutivo. Una tendenza marcatamente autoritaria, quella del leader di Fidesz, confermata anche dopo il trionfo elettorale del 2010 ma accompagnata ora ad una retorica populista di facciata per fare leva sul più che giustificato malcontento domestico verso le istituzioni europee e le rovinose politiche di rigore che esse continuano a promuovere senza scrupoli in tutto il continente.

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