Venti di guerra nel Borneo

Martedì 5 marzo l’esercito della Malesia ha sferrato l’attacco all’Esercito reale del sultanato di Sulu, una formazione di 200 miliziani filippini asserragliata da un mese nello Stato di Sabah, nella parte nordorientale del Borneo. L’azione è giunta dopo diversi tentativi di mediazione compiuti dal premier malesiano Najib Razak e dal presidente filippino Benino Aquino, che nelle settimane precedenti avevano più volte invitato i ribelli islamici guidati da Jamalul Kiram – conosciuto come “il sultano di Sulu” – ad abbandonare le armi.

Secondo Asia Files:

All’inizio c’è stata soltanto curiosità per l’azione di un centinaio di filippini armati, decisi a rivendicare la regione di Sabah in Malaysia come parte di un antico sultanato. Con i morti dello scorso fine settimana, i bombardamenti aerei e la caccia all’uomo lanciata della truppe malaysiane nelle ultime ore, quello nel Borneo è diventato un caso diplomatico e politico, che coinvolge tanto il governo di Kuala Lumpur quanto quello di Manila e rischia di risvegliare rivendicazioni sopite da decenni.

Le rivendicazioni del 73enne sultano Jamalul Kiram III mettono inoltre Kuala Lumpur davanti a un altro dilemma, scrive Asia Sentinel. In questa vicenda il governo malaysiano sembra essersi dimostrato più assertivo nel rivendicare la propria sovranità, abbandonando a esempio il basso profilo tenuto verso le rivendicazioni territoriali cinesi nelle acque che quasi lambiscono le coste settentrionali del Borneo in cui ha sempre evitato la linea dura seguita invece da Vietnam e Filippine nelle proprie dispute con Pechino.
È opinione, sottolinea il sito, che a Kuala Lumpur guardino allo Stato orientale come un mero serbatoio di voti cui lasciare maggiore autonomia e margine d’azione per gli affari delle élite locali e centrali per lo sfruttamento delle risorse energetiche .
L’invasione guidata dagli uomini dell’autoproclamato Esercito reale di Sulu rischia inoltre di far riaffiorare rivendicazioni sopite da decenni. Le stesse Filippine, che oggi invocano la calma, negli Sessanta del secolo scorso provarono ad avanzare rivendicazioni sulla regione in quanto parte fino al diciannovesimo secolo del sultanato di Sulu, ora in territorio filippino.
Ogni disputa con la Malaysia è stata però di fatto abbandonata da decenni.

Sempre Asia Files rivela questo background:

Sullo sfondo della vicenda si intreccia una doppia tornata elettorale sia nelle Filippine, dove a maggio si andrà ai seggi per il Senato, sia in Malaysia, dove entro qualche settimana il primo ministro Najib Razak dovrà evitare alla coalizione del Fronte nazionale e soprattutto al partito Umno una replica del voto del 2008, quando per la prima volta non raggiunse la maggioranza di due terzi.
Per questo il premier malaysiano giustifica la linea dura con la morte degli agenti e con la necessità di ristabilire la sicurezza. Gli occupanti si affidano, al contrario, alla storia e ai soldi. Sabah e le isole meridionali delle Filippine erano parte del regno almeno fino al diciannovesimo secolo. Nel 1878 Sabah fu data in affitto alla British North Borneo Company, i britannici ne fecero un protettorato. Un’altra versione aggiunge un passaggio precedente, con l’affitto concesso nel 1876 a commercianti olandesi che cedettero i diritti ai britannici. Con l’indipendenza della Malaysia nel 1963 la sovranità passò a Kuala Lumpur, che continuò a pagare un seppur simbolico affitto di 1.500 dollari l’anno al sultano. Uno di quei casi in cui il nodo sta nella diversa interpretazione del termine “pajak”, vendita per Londra, affitto in perpetuo per Sulu.
Per Manila e il presidente Benigno Aquino la partita è invece doppia. Da una parte si deve considerare il voto e la sorte dei circa 800mila filippini, molti dei quali immigrati irregolari, che ora si sentono in pericolo e a rischio espulsione, come già avvenuto domenica ad almeno 300 di loro.
Dall’altra l’occupazione e l’assedio rischiano di minare il processo di pace con i separatisti del Fronte islamico di liberazione Moro, con cui il governo filippino ha raggiunto un accordo quadro di pace lo scorso ottobre, proprio con la mediazione di Kuala Lumpur.

Secondo Terre sotto vento, che ricostruisce la genesi storica della contesa:

Gli eredi del Sultano da tempo fanno pressione sui presidenti filippini di perseguire attivamente le richieste di sovranità su Sabah. Mantenere viva l’istanza incrementerà la loro richiesta di essere giustamente compensati come proprietari privati di diritto di un territorio. La richiesta filippina si ancora soltanto sui diritti di proprietà asseriti dai discendenti del sultano di Sulu, richiesta che fu avanzata nel 1962 dal Presidente Diosdato Macapagal, l’anno prima che gli Inglesi formalmente abbandonarono la loro colonia su Malaya, Borneo Settentrionale, Sarawak e Singapore, lasciando la strada per lo stato indipendente della Malesia.
Lo storico Onofre Corpuz scrive: “Il Borneo settentrionale era fondamentale alla nuova Melsia senza del quale avrebbe avuto una maggioranza cinese nella sua popolazione, poiché Singapore doveva essere parte della Malesia. UK, USA e Giappone avevano interessi nel nuovo stato basati su considerazioni globali strategiche. La richiesta sarebbe stato portata avanti semmai in isolamento diplomatico. Il futuro della richiesta filippina negli anni 80 non era chiaro”.

Sudestasiatico aggiunge:

Secondo l’analisi di Noel Tarrazona, giornalista e membro della facolta’ dell’Universidad de Zamboanga, dietro i recenti negoziati di pace siglati tra il governo filippino e il Fronte Islamico di Liberazione Moro (Moro Islamic Liberation Front, da cui l’acronimo MILF)–gruppo nato dalla scissione avvenuta nel 1977 in seno al Fronte di liberazione nazionale Moro (Moro National Liberation Front – MNLF)–si nascondo accordi segreti tra Manila e Kuala Lumpur per il riconoscimento definitivo dei territori di Sabah in cambio dell’apertura di un consolato filippino. Accordi che avrebbero mandato su tutte le furie quello che ancora oggi viene riconosciuto come il Sultano di Sulu, Jamalul Kiram III, nonche’ la leadership di MNLF.

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