La Chiesa dopo Ratzinger: istruzioni per l’uso

1. Per la cronaca, Ratzinger non è stato il primo pontefice a dimettersi. Il successore di Pietro (non il vicario di Cristo, titolo che spetta a tutti i battezzati), dunque, può scendere dalla croce. Ma questo dato interessa più gli storici che gli analisti. Più rilevante è cercare di capire il perché di una scelta così improvvisa.
Al di là delle svariate interpretazioni (anche queste destinate ad appassionare più gli studiosi del passato che gli osservatori del presente), si nota che la rinuncia di Benedetto XVI è giunta dopo che egli stesso aveva proclamato il 2013 Anno della fede e nel mezzo dell’elaborazione di un’attesissima enciclica, destinata a rimanere incompiuta. Dati che paiono smentire l’ipotesi di una deliberazione lungamente ponderata. C’entra forse qualcosa il dossier Vatileaks, di cui proprio in questi giorni Dagospia ha pubblicato una sintesi? Forse. E’ possibile che, dalla lettura del documento, Ratzinger abbia potuto apprendere l’effettiva ampiezza dell’opposizione domestica che tuttora lo osteggia, prendendo coscienza dell’impossibilità di proseguire il suo magistero.
Benché in otto anni abbia pensionato ben 77 vescovi (chi per cattiva amministrazione economica, chi per problemi di natura sessuale, oppure per difficoltà dottrinali e aperta ribellione verso il Papa stesso), la sua “azione purificatrice” non è stata sufficiente ad epurare il marcio dalle sacre gerarchie. Se questa chiave di lettura è corretta, le dimissioni restavano allora l’unico strumento per provocare un azzeramento e favorire un grande ricambio generazionale ai vertici della Chiesa. Nella speranza che il suo successore abbia la tempra necessaria per completare tale azione: che sia cioè quel “Papa-sceriffo” oggi invocato dai media, in alternativa al Papa-pastore atteso dalla cristianità. In ogni caso, mai come in questi giorni la Chiesa, se si guarda alla storia del’ultimo secolo, si era trovata tanto smarrita e piena di dubbi.
In generale, Benedetto XVI ha avuto un pontificato difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine probabilmente generate dalle stesse modalità in cui avvenne la sua elezione.
La conclusione repentina del suo regno ha chiuso un’esperienza purtroppo caratterizzata più da incidenti e sconfitte che da successi. Dal punto di vista geopolitico, la sua terra di missione, nonché centro delle sue riflessioni politiche e diplomatiche è stata l’Europa (come testimonia la scelta del proprio nome: quello di San Benedetto, patrono del continente), invitando i fedeli ad un maggior peso nel gioco politico europeo. Questo eurocentrismo ha però frustrato le speranze delle altre aree del mondo a maggioranza cattolica, a cominciare dall’America Latina, delusa dall’ultimo pontefice da cui si è sentita trascurata.
Sarà ricordato come il pontefice dalla bibliografia più lunga di sempre. Requisito che, post mortem, gli varrà probabilmente il titolo di Dottore della Chiesa, elargito solo 33 volte nell’arco di due millenni e destinato solo a chi ha già concluso la sua vita terrena.

2. Se io dico Mameli, tutti pensiamo a Goffredo, poeta e autore del nostro inno nazionale. La storia, tuttavia, ci consegna il ricordo di un altro Mameli, ambasciatore italiano presso la Santa Sede al tempo di Pio XII, che pochi anni prima della elezione di Giovanni XXIII aveva indicato in un rapporto al ministero degli Esteri i parametri attorno ai quali sarebbe stato eletto il prossimo titolare del ministero petrino: secondo lui i cardinali avrebbero dovuto scegliere se eleggere un italiano o uno straniero, se eleggere un uomo nell’età media del collegio o no, se eleggere un pastore o un curiale. Per quanto sembri un’osservazione scontata, è proprio su questa griglia d’opzioni che si sono svolti tutti i conclavi del secolo XX.
Questo ci induce a tracciare una breve analisi in merito al conclave e alla sua composizione.

La nazionalità

La questione italiani vs stranieri si è oggi spostata su un piano più elevato: europei vs resto del mondo. Ne è un esempio il frequente interrogativo se la cristianità sia pronta o meno ad accogliere un Papa nero.
Al momento, il 42% dei fedeli cattolici di tutto il mondo vive in America Latina: mezzo miliardo su 1,2 miliardi totali. Con l’Africa e l’Asia arriviamo al 77%. Eppure nel conclave la sola Liguria conta lo stesso numero di cardinali elettori (5) di tutto il Brasile. E’ evidente che c’è un problema di rappresentatività, riflesso delle divisioni interne alle sacre gerarchie tra italiani e stranieri, da un lato; conservatori e liberali, dall’altro. La sfida quotidiana della Chiesa consiste nel tenere a bada la maggioranza emergente senza però alienarsi le simpatie degli europei, nel quadro di un complesso equilibrio di potere nelle segrete della Curia. Nessun Capo di Stato al mondo ha tra le mani una realtà tanto complessa.
Nell’ultimo mezzo secolo, si è registrata nel cuore della Chiesa cattolica universale (collegio cardinalizio, curia romana, personale della diplomazia della Santa Sede) una progressiva diminuzione della presenza di italiani che tradizionalmente, negli ultimi secoli, ne costituivano il nerbo. Iniziato con Pio XII, momentaneamente frenato con Giovanni XXIII, accelerato da Paolo VI soprattutto sulla scia del Concilio Vaticano II, il processo di internazionalizzazione degli organismi centrali della Chiesa cattolica ha subito un’impennata sotto i due pontificati stranieri di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Se si vede come è composto il conclave che eleggerà il nuovo Papa, risulta lampante il crollo del peso della componente italiana, passato dalla maggioranza assoluta prima dell’ultimo conflitto mondiale ad appena 28 unità su 117 (49 su 207 tenendo conto del collegio cardinalizio in generale).
La perdita di egemonia del Belpaese nel papato così come nelle strutture della Curia non è piaciuta alla componente più tradizionalista, la quale nel tempo è stata tenuta buona attraverso il mantenimento di alcune prerogative e rendite di posizione. Una su tutte: la carica di Segretario di Stato – praticamente il numero 2 della Chiesa universale – andata quasi sempre stato appannaggio di porporati italiani. Dalla sua istituzione nel 1605 ci sono stati solamente due Segretari di Stato stranieri: lo spagnolo Rafael Merry del Val y Zulueta (1903-1914) ed il francese Jean-Marie Villot (1969-1979).
E si dice che sia proprio questa la figura che controlla davvero la macchina politica del Vaticano.

L’età

Il conclave si apre quando muore il Papa e le norme sono severe nel proibire contatti e consultazioni preventive fra gli elettori. È l’eco di una vigilanza antica a tutela del sovrano, che però oggi lo sviluppo delle nuove tecnologie e della comunicazione in tempo reale ha caricato un suono diverso. La differenza è che stavolta il Papa non è morto affatto, sollevando non pochi dibattiti sulla liceità del passo indietro di Ratzinger. Sappiamo infatti che il vescovo di Roma viene eletto a vita. Ciò era la norma per tutti i vescovi, finché il canone 411 del Codice di diritto canonico ha fissato a 75 anni l’età alla quale si chiede al vescovo diocesano di lasciare l’ufficio. Il canone non include (ma neppure esclude) la cogenza di questa norma per il vescovo di Roma, il quale tuttavia non l’aveva mai applicata a se stesso fino alla decisione di Benedetto XVI.
Oggi, a differenza di quanto poteva accadere in passato, la scienza è in grado di prolungare consistentemente la vita umana rispetto a quanto era immaginabile solo pochi decenni fa. Pertanto un pontefice, ancorché anziano, può restare in carica per un periodo molto più lungo di quanto preventivato al tempo dell’elezione. Stesso discorso per i cardinali e gli altri membri della Curia.
L’allungamento della vita media crea un curioso paradosso che si ricollega alla sopraesposta questione della nazionalità. Se all’inizio di ogni pontificato tocca così ai «grandi» cardinali, quelli che hanno audience mediatica, accompagnare il nuovo Papa nella sua missione pastorale, col tempo il pontefice che invecchia ha bisogno di collaboratori e sostegni, oggi reperibili soprattutto nel mondo curiale. Oggi è appunto il segretario di Stato a coprire questa funzione indispensabile per un anziano. Aumentando l’influenza della pur ridotta componente italica.

L’esperienza

C’è una discriminazione tra cardinali curiali e quelli pastorali. Abbiamo già menzionato che i vescovi diocesani cattolici devono dare le dimissioni al compimento dei 75 anni: ne consegue che, a dimissioni accettate, i cardinali a capo di diocesi vengono a creare una fascia separata di elettori. In teoria essi hanno un handicap rispetto ai cardinali di Curia, ai quali il papa può confermare il mandato fino agli 80 anni: ma di fatto tutto il cospicuo gruppo degli ultrasettantacinquenni siede nella Sistina avendo quasi perso l’elettorato passivo, poiché sarebbe singolare che un cardinale che secondo il diritto canonico non può governare una diocesi, possa essere chiamato a reggere proprio quella di Roma.
Inoltre, ricollegando col discorso sull’età, dato che il papa crea ormai solo cardinali in età ben matura, ogni anno si liberano da 5 a 7 posti di cardinali elettori. Dunque le ripartizioni per nazione, leva e funzione subiscono variazioni facilmente superiori al 10% dei membri su base annua. Ad una sommaria approssimazione, possiamo ipotizzare che in media un porporato parteciperà verosimilmente ad un solo conclave nella sua vita, presupponendo un pontificato della durata di 10-15 anni. Quando fu eletto Ratzinger, il collegio nel suo complesso superava i 77 anni; tra i soli elettori l’età media superava di poco i 73. Sono valori che sottolineano la distanza tra il Sacro collegio e gli abitanti di quei tre quarti – extraeuropei – del mondo cattolico a cui si accennava, dove la natalità è alta e l’età media molto bassa.

3. Quale sarà allora l’identikit del nuovo successore di Pietro?
Mai come in questi giorni la Chiesa, se si guarda alla storia del’ultimo secolo, si era trovata tanto smarrita e piena di dubbi. I tre grandi scandali emersi in questi anni (lotte di potere, conti in rosso e pedofilia) sono i sintomi di un male più profondo, che investe la Chiesa nel suo rapporto con il mondo. E la fine così anomala di un grande pontificato ha aumentato lo smarrimento di un laicato che pure si sentiva invogliato a partecipare, ma che si arrestava davanti alle contraddizioni e alla oggettiva difficoltà di esprimersi negli schieramenti. L’ombra degli scandali ha già mutato i rapporti di forza all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, e non è insensato pensare che la fine del conclave, per quel poco che dalle mura della Sistina trapelerà in seguito, potrebbe scoperchiare nuove verità nascoste.

Forse è ancora presto per un Papa nero. Non tanto perché, come spesso si dice, “cristianità non è pronta” (quale cristianità poi, se l’80% di essa è fuori dall’Europa?), ma piuttosto perché non siamo pronti noi europei. Tuttavia, in un quadro così complesso come quello sin qui tracciato, oggi più che mai la bussola sente il richiamo di terre lontane, in direzione di altri emisferi, attratta da intensi segnali geopolitici. La Chiesa cerca una nuova Polonia, che potrebbe trovarsi in terre ben lontane dal Vecchio continente: in Africa, Asia (Tagle?) o Sud America (Aviz o Scherer?). Sebbene nelle dichiarazioni dei cardinali la geografia non appaia prioritaria, gli ultimi due conclavi hanno dimostrato come questa abbia il suo peso nella scelta del successore di Pietro. Pertanto, il dilemma che i cardinali elettori affronteranno non è trovare l’accordo sul nome del successore, bensì sulla sua agenda.

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  1. Pingback: Papa Bergoglio, molte luci e qualche ombra | GeoPoliticaMente

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