Slovenia, governo nuovo e problemi vecchi

La Slovenia ha un nuovo governo. Dopo il voto di sfiducia nei confronti del governo di Janez Janša del 27 febbraio, la leader del partito di centrosinistra Slovenia positiva Alenka Bratušek è stata incaricata di formare un nuovo esecutivo. A 42 anni è la prima donna a occupare la carica di premier a Lubiana. L’Economist sintetizza in questo articolo le sfide che la attendono.
Janša, al potere dal 10 febbraio 2012, aveva perso la maggioranza a fine gennaio dopo l’uscita di diversi partiti dopo essere stato travolto da una crisi politica scatenata dalla corruzione e dall’austerity.

Il 2012 si era concluso con le proteste popolari contro la politica di rigore imposta da un anno a questa parte dal governo di Janša. E la piazza, un risultato, lo aveva pur ottenuto: il sindaco di Maribor, Franc Kangler, aveva rassegnato le dimissioni, mentre altri esponenti politici continuavano ad occupare il proprio posto, nonostante le analoghe richieste nei loro confronti. Per l’11 gennaio era in programma la cosiddetta “seconda insurrezione popolare”, organizzata tramite i social network.
A metà mese, tuttavia, la situazione sembrava essersi normalizzata. La Slovenia aveva evitato tre referendum su leggi approvate dal governo per far fronte alla crisi economica; le manifestazioni di piazza stavano calando d’intensità; il  nuovo governo guidato da Janša pareva stabile e lo spread era in calo.
La stabilità del governo era dovuta al colpo di mano con cui Janša, dopo le elezioni, era riuscito ad emarginare all’opposizione il partito Slovenia positiva del sindaco di Lubiana, Zoran Janković, che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa.
Poi è accaduto qualcosa.

In gennaio un rapporto della Commissione anticorruzione, che prendeva in esame lo stato patrimoniale dei presidenti dei partiti, ha denunciato delle irregolarità a carico dei leader dei due principali partiti: Janković e appunto Janša, sospettati di arricchimento illecito.
Il primo non avrebbe comunicato alla commissione transazioni finanziarie per 2,4 milioni di euro; il secondo avrebbe acquistato un appartamento tramite denaro di non chiara provenienza, registrando altresì un incremento patrimoniale (inspiegabile, a detta della Commissione) di 210.000 euro. A onor del vero, nessuno dei due è accusato di corruzione, ma tanto è bastato per scatenare l’ira dell’opinione pubblica.
A questo punto, Gregor Virant, rampante politico, ex Ministro della Pubblica Amministrazione e leader del partito Lista Civica, che dopo aver trattato a lungo con  si era infine alleato con Janša, permettendogli la formazione di un governo, ha chiamato a raccolta le altre forze politiche per chiedere le dimissioni del premier. In caso contrario, sarebbe uscito dalla coalizione di centrodestra, aprendo la strada a nuove elezioni. Dieci giorni, questo il tempo imposto da Virant per il passo indietro. Termine che, significativamente, scadeva a ridosso di uno sciopero generale proclamato dal pubblico impiego per il 23 gennaio.
Nonostante la scadenza del termine imposto da Virant, infatti, il premier è inizialmente rimasto al suo posto. Ad andarsene, invece, è stato stato il segretario del partito dei pensionati (Desus), Ljubo Jasnič. Anticipando Lista civica ed anche il suo stesso partito, ha lasciato l’incarico di segretario di Stato presso l’ufficio del capo del governo.
La caduta di Janša è stata formalizzata il 27 febbraio, quando il Parlamento ha votato a favore di una mozione di sfiducia nei suoi confronti, mettendo fine ad un governo ormai agonizzante. Da qui l’incarico conferito a Bratušek.

Alla fine lo sciopero è stato un successo per i sindacati, con un’adesione di 100.000 dipendenti pubblici e manifestazioni che hanno raccolto ben 20.000 persone in 13 città. Negli stessi giorni, l’indice di gradimento del governo precipitava al 16%.
Era la seconda volta, in un anno, che il comparto pubblico si fermava per protesta. Motivo del contendere, il taglio, per il 2013, del 5% degli stanziamenti per i salari.
Certo, in termini economici e sociali la Slovenia non è la Grecia. Anzi, Lubiana può esibire parametri macroeconomici pienamente nella media europea e non lontani da quelli di Paesi considerati stabili. Ma la ricetta che Janša proponeva per risollevare il Paese dalla crisi, fatta da riforme durissime e privatizzazioni repentine, il tutto accompagnato da evidenti restrizioni degli spazi democratici, aveva scontentato molto la popolazione. I recenti scandali di corruzione hanno fatto il resto. Così gli sloveni sono scesi in pazza.

La bagarre politica in corso rischiava di propagare la sua onda lunga fino a Bruxelles. Al centro della questione c’era l’adesione della Croazia alla UE, che sarà formalizzata il 1° luglio di quest’anno. A fine gennaio, Lubiana non aveva ancora iniziato l’iter di ratifica del trattato di adesione di Zagabria ai 27 e non aveva nessuna intenzione di farlo finché non sarebbe stato risolto il contenzioso legato alla Ljubljanska banka. Se il 31 gennaio le parti sembravano vicine ad un accordo, nei giorni seguenti la situazione si è complicata, per poi risolversi (al momento) l’8 febbraio, quando i ministri degli esteri dei rispettivi Paesi hanno trovato un punto d’incontro.
Non sono stati resi noti i termini dell’accordo. Tuttavia, secondo il quotidiano croato Večernji list:La Croazia ottiene meno di quanto dovrebbe, e la Slovenia paga più di quanto volesse
Considerato che la mancata ratifica da parte slovena sarebbe di per sé sufficiente a bloccare l’ingresso di Zagabria nella grande famiglia europea, anche Bruxelles si è mossa per indirizzare Lubiana e Zagabria verso un compromesso. Inoltre, la neopremier Alenka Bratušek ha dichiarato che “la ratifica del trattato di adesione della Croazia non è solo una questione di buon vicinato con la Croazia, ma rappresenta anche un interesse strategico della Slovenia” (qui l’intervista a Večernji list in inglese). Tutto risolto? Sì,  almeno fino al prossimo colpo di scena.
Intanto, nella Slovenia del 2013 c’è chi rimpiange la vecchia Jugoslavia. Come l’analista Rastko Mocnik, che in un’intervista concessa all’emittente pubblica serba “Rts” (qui la sintesi) spiega perché la federazione – ai tempi di Tito, un mercato interno da 20 milioni di abitanti – rappresentava un’alternativa economicamente molto più valida dell’UE, dove Lubiana rivestiva un ruolo dominante, mentre con l’ingresso nei 27 è stata confinata fra gli ultimi posti del continente in termini di forza economica.

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  1. Pingback: Anche la Slovenia sull’orlo del baratro | GeoPoliticaMente

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