Darfur, dopo dieci anni la guerra continua

Il conflitto in Darfur inizia il 26 febbraio 2003, quando il Fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendicò pubblicamente un attacco su Golo, quartier generale del distretto di Jebel Marra. A dieci anni di distanza, sebbene via una tregua, gli scontri sono ancora in corso: 510 vittime e un migliaio di feriti solo nelle ultime settimane di violenze tra le tribù arabe nella provincia occidentale del Sudan, in guerra ormai permanente.
In occasione del decennale, l’associazione Italians for Darfur, che riunisce giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari impegnati da anni nella promozione di campagne per i diritti umani in Sudan, ha pubblicato il suo rapporto annuale sul Darfur.
Il blog Le persone e la dignità sul Corriere ne offre questa sintesi:

Non è molto noto, ad esempio, che circa il 50 per cento della popolazionedel Darfur è stato direttamente coinvolto nel conflitto; che, nonostante risoluzionisul disarmo delle milizie e l’embargo sulle armi deliberato sin dal 2004, queste continuano a circolare; che un’imponente missione di caschi blu dell’Onu ha sostanzialmente fallito l’obiettivo di riportare la pace.
Ancora oggi, il bilancio della crisi del Darfur è pesante e non sembra destinato a migliorare. Sono poche le persone che superano i 35 anni di vita, molti bambini muoiono prima di averne compiuti sei, ogni giorno ne muoiono 75. La scolarizzazione è ancora molto bassa e si riesce a garantire un’educazione minima solo al 65 per cento dei bambini, la maggior parte dei quali peraltro vive ancora nei campi profughi, soffre di depressione e disturbi post-traumatici.

Secondo l’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Uniteil numero di sfollati interni nei campi che stanno ricevendo aiuti alimentari è salito a 1.430.000 e oltre due milioni di abitanti del Darfur continuano a essere direttamente colpiti dal conflitto. Altri 280.000 profughi sono rifugiati nel Ciad orientale.

La procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha recentemente dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “in Sudan continuano a essere commessi crimini con l’obiettivo dichiarato dal governo di fermare la ribellione in Darfur”. Gli episodi presi in considerazione comprendono bombardamenti, attacchi via terra, il blocco della distribuzione di aiuti umanitari e violenze dirette contro le popolazioni civili.

Unimondo, che riporta la testimonianza all’agenzia MISNA di padre Feliz da Costa Martins, superiore della parrocchia di Nyala, aggiunge:

Negli anni tra il 2003 e il 2007, la crisi nel Darfur ha provocato un numero imprecisato di vittime (centinaia di migliaia per le Nazioni Unite, non più di 5000 per il governo sudanese) e circa due milioni di sfollati inclusi 200.000 profughi nel confinante Ciad.
“Le cose sembravano migliorate tra il 2009 e il 2011, poi da un anno a questa parte e soprattutto negli ultimi mesi si è tornato a sparare e a fuggire” dice il missionario comboniano, da anni nella regione occidentale del Sudan, teatro dopo il conflitto di una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

“La situazione al nord è peggiore, ma i riflessi dell’instabilità e delle violenze sono ben percepibili in tutto il Darfur. Spostarsi da una zona all’altra è diventato pericoloso a causa della presenza delle «harakat» (movimenti), in alcuni casi gruppi di banditi, in altri milizie al soldo di qualcuno, ma non c’è un controllo territoriale basato su sfere di influenza come negli anni del conflitto. C’è insicurezza e basta” insiste il missionario, per cui gli avvenimenti degli ultimi mesi “gettano nuove ombre sul futuro di questa parte dal paese”.
Due anni fa, nel luglio 2011, l’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum, ottenuta dopo un conflitto ultraventennale, ha inferto un duro colpo anche ai movimenti ribelli dei territori occidentali, la cui agenda vede ora in testa l’abbattimento di un regime più debole ai loro occhi di quanto non fosse mai stato prima. “L’indipendenza di Juba ha reso realtà il sogno dell’emancipazione dal governo centrale. Oggi tutti i movimenti sorti dalla scissione dei gruppi ribelli rivendicano la caduta del presidente al Bashir, un tema fino a pochi anni fa assente dalle loro agende” aggiunge il missionario. Mentre a contribuire alla nuova ondata di violenze nella regione, “è stata la massiccia presenza di armi che, nonostante l’embargo, hanno continuato a circolare sul territorio. E l’illusione da parte della comunità internazionale che la situazione in Darfur si andasse risolvendo. Un errore, alla luce di quanto sta accadendo, che potrebbe rivelarsi fatale”.

Antonella NApoli su Limes racconta la nuova corsa alle risorse dietro la volontà di Khartoum di stanare i ribelli antigovernativi:

L’emergenza più grave dall’inizio del 2013 è stata registrata nell’area del Jebel Amir, zona collinare del nord Darfur. Almeno 25 villaggi sono stati distrutti, con centinaia di vittime e migliaia di sfollati. Gli scontri tra alcune comunità in lotta tra loro per il controllo di una miniera d’oro hanno spinto alla fuga oltre 90 mila persone.

Quella in Darfur non è stata, non è, la ‘solita’ guerra civile.

Il Sudan è un paese ‘estremo’ non solo per le disparità tra il centro del potere, in pieno boom economico, e le martoriate e aride aree del Darfur, dove languono gli scampati alle violenze dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’.
La regione occidentale sudanese è ancora teatro di una crisi politica e umanitaria. Il Sudan, nell’ultimo anno e mezzo, ha affrontato cambiamenti decisivi, a cominciare dalla separazione il 9 luglio del 2011 dal Sud Sudan, che a seguito di un referendum per l’autodeterminazione è diventato indipendente. Per tutto il 2012 sono proseguiti i negoziati relativi agli accordi sulla ripartizione del petrolio, sulla cittadinanza e sulla demarcazione del confine. Ma il tavolo delle trattative si è più volte interrotto fino ad arrivare a uno scontro armato che ha fatto temere l’inizio di un nuovo conflitto su larga scala.
Per scongiurare la ripresa delle ostilità tra i due fronti, che si sono combattuti per oltre vent’anni in una guerra civile che ha causato 2 milioni di morti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite ha approvato all’unanimità una risoluzione che ha imposto la cessazione delle ostilità. Contestualmente il conflitto in Darfur si è ulteriormente intensificato, propagandosi nella zona di Abyei, nel Kordofan del Sud e nel Nilo Blu, spingendo centinaia di migliaia di civili a fuggire da queste aree. La situazione di grande instabilità ha favorito il proliferare della contrapposizione a Khartoum che ha ‘costretto’ il servizio d’intelligence e sicurezza nazionale e la polizia statale a perpetrare violazioni dei diritti umani contro persone ritenute critiche nei confronti del governo, per aver esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione.

Spicca il silenzio dei media sul tema. Del Darfur nessuno parla e Omar al-Bashir, sul cui capo pende da anni un mandato di cattura internazionale spiccato dal Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, non solo lo sa. Ma ne approfitta più che può.

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