Bulgaria, ultima vittima dell’austerity targata Europa

In Bulgaria la piazza ribolle. Bollette salatissime, provvedimenti d’austerità e condizioni di vita difficili hanno scatenato un’ondata di manifestazioni popolari che hanno costretto il governo alle dimissioni. Più di 100.000 persone, forse di più , hanno riempito le strade di Sofia e di oltre 40 città del Paese, in quelle che i media locali hanno descritto come le più grandi manifestazioni dal 1997, quando proteste di massa contro l’iperinflazione portarono alla caduta dell’allora governo socialista.
Il passo indietro del premier, Boiko Borisov, e l’annuncio delle elezioni anticipate a maggio (ma la legislatura sarebbe comunque finita in luglio) non hanno placato le proteste. Le piazze continuano ad essere presidiate giorno e notte da migliaia di manifestanti che si rifiutano di smobilitare e che nello stesso giorno in cui veniva celebrato l’insediamento di Neofit, il nuovo patriarca della Chiesa ortodossa bulgara, hanno accolto con fischi il tentativo del capo dello Stato, Rossen Plevneliev, di calmare gli animi.
Borisov, eletto nel 2009, aveva portato avanti una politica di “risanamento economico” tanto benedetta dalla Unione Europea quanto maledetta dai cittadini.

Secondo Rinascita:

In un Paese in cui il salario medio mensile non è superiore ai 400 euro, il popolo chiede che le bollette di energia elettrica vengano ridotte e tutti i contratti firmati con le società elettriche negli ultimi 24 anni siano rivisti. In primo luogo vi sono delle importanti richieste economiche. Marciando lungo le strade tutti uniti, i manifestanti hanno protestato “contro il monopolio delle aziende elettriche”, affinché vengano disciplinate o nazionalizzate le società elettriche svendute agli stranieri. Del resto Borisov cosa ha fatto? Ha pensato “bene”, di darle in gestione ad alcune compagnie della Repubblica Ceca, provocando in poco tempo un aumento vertiginoso dei costi, dopo averle privatizzate in ossequio al turboliberismo, come deciso dai tecnocrati di Bruxelles.

E i manifestanti di oggi sono diversi da quelli del 1997, perché non soltanto vogliono rovesciare un governo o un partito politico, ma sono contro tutti i partiti e contro un sistema, in vigore dal 1989, che vedono come assolutamente non funzionale e evidentemente corrotto. Molti giornalisti stranieri e analisti si sono affrettati a dire che il governo bulgaro è l’ultima vittima dell’austerità. Ma la verità è che mentre la disoccupazione è in aumento – attualmente si aggira attorno al 12% – gli stipendi restano troppo bassi e le imprese sono in difficoltà.
Dal punto di vista economico, possiamo comunque affermare che il paese si trova costantemente “in transizione”, dopo la caduta del comunismo. E come affermano gli analisti, i cittadini bulgari che hanno oggi 30 anni ne hanno vissuti ben 24 in fase di transizione e di instabilità economica. Tuttavia l’ingresso nell’Unione europea avvenuto sei anni fa ha messo in moto un meccanismo perverso che viene pagato a caro prezzo dai cittadini.

Il legame tra il malcontento in corso e la politica dei 27 è approfondito da Lettera43:

Ma le bollette della luce sono solo il pretesto, la punta di un malcontento che ha gonfiato negli ultimi mesi prima il disincanto e poi la rabbia verso i politici.
Un pretesto tuttavia più che comprensibile, se si pensa che dall’inizio del 2013 il costo per l’elettricità è raddoppiato. E lo stesso fanalino di coda riguarda la media dei salari, ferma a 400 euro mensili: buona parte del reddito di un bulgaro se ne va per pagare luce e riscaldamento.
LA RABBIA CONTRO LE POLITICHE UE. Sul banco degli imputati sono finiti i tre grandi gruppi privati che detengono il monopolio del servizio di fornitura, tutti stranieri, i cechi Cez ed Energo-Pro e l’austriaco Evn, accusati di aver creato un cartello che ha manipolato i costi garantendo ampi margini di profitto.
I manifestanti ne hanno chiesto la nazionalizzazione, sostenuti dall’opposizione socialista e dell’estrema destra, auspicando così la retromarcia su una delle riforme (la privatizzazione dei servizi energetici) introdotta nel 2004 per ottemperare ai criteri di Bruxelles per accedere all’Unione europea. Ma il passo dai consorzi energetici ai palazzi della politica è stato breve.

I manifestanti non chiedono di tornare alle urne ma che si formi un governo di programma, con un’agenda poco politica e molto concreta: adozione del sistema elettorale maggioritario, sospensione dei processi contro gli utenti in debito con i consorzi energetici, pubblicazione dei contratti con le stesse compagnie, inserimento di rappresentanti popolari negli organi di controllo.
Povertà, disoccupazione e mancanza di prospettive, soprattutto fra i giovani, la generazione che avrebbe dovuto beneficiare dei nuovi orizzonti aperti dall’ingresso nell’Unione Europea, hanno innescato la miccia della protesta contro la casta.
Dalle piazze bulgare emerge una rabbia anti sistema che coinvolge tutti i partiti tradizionali ma che non ha ancora trovato i suoi nuovi punti di riferimento.

Niccolò Locatelli su Limes riassume cosa hanno comportato quindici anni di liberismo e austerity imposti da Bretton Woods e da Bruxelles:

Il Financial Times riporta che a gennaio la spesa media per le bollette è stata di 100 euro, in un paese in cui il reddito pro capite è di 440 euro, il salario è sotto i 400 e la disoccupazione oltre il 12%. La Bulgaria, la cui valuta nazionale (il lev) è legata all’euro da cambio fisso,  è il paese con il reddito pro capite più basso dell’Unione Europea, di cui è membro dal 2007. Non essendo indipendente dal punto di vista energetico, deve importare gas e petrolio, prevalentemente dalla Russia.
Un inverno freddo ha fatto schizzare verso l’alto i consumi per il riscaldamento.Ma il prezzo insostenibile per i bulgari è da attribuire alla privatizzazione della distribuzione del gas, avvenuta nel 2004: il mercato è oggi in mano a sussidiarie dicompanies austriache (Evn) e della Repubblica Ceca (Cez, Energo Pro). Queste, nota Stratfor, hanno aumentato i prezzi in risposta al calo dei profitti registrato in Europa Occidentale.
La rinazionalizzazione del settore permetterebbe di abbassare le tariffe, ma peserebbe sulle finanze pubbliche. Soprattutto, rappresenterebbe una rottura con il paradigma di liberismo e austerity di cui la Bulgaria è stata un modello.

D’altra parte la Bulgaria è un tassello fondamentale del progetto South Stream [carta] che dovrebbe portare il gas russo in Europa Occidentale. E lo è anche del suo concorrente Nabucco, sponsorizzato dall’Unione Europea proprio per ridurre la dipendenza del Vecchio Continente dall’energia di Mosca. Nel 2013 dovrebbero iniziare i lavori per la costruzione del ramo bulgaro di entrambi i gasdotti.

Infine, come conclude Global Project:

Sostengono, i manifestanti, di avere tre nemici: i partiti, i politici e le multinazionali straniere. Ma a voler fare una ulteriore sintesi, il nemico è uno solo: quella insostenibile politica bancaria di “risanamento economico” che ha già macellato la Grecia e che, a partire dai Paesi più poveri come la Bulgaria, sta mietendo uno alla volta tutti gli Stati europei.

2 thoughts on “Bulgaria, ultima vittima dell’austerity targata Europa

  1. Pingback: La Bulgaria dopo il voto sta peggio di prima | GeoPoliticaMente

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