Requiem della Seconda Repubblica. L’incerto destino dell’Italia dopo le ultime elezioni politiche

Nel linguaggio aziendale si chiama Worst case: ossia il peggiore scenario possibile. Quello dellingovernabilità. Nessuna maggioranza chiara ma tre grandi minoranze zoppe. Nella storia repubblicana non era mai successo.
Il PD è il primo partito alla Camera, ma non è in grado di formare un governo; dall’altra parte il PDL ha perduto quasi la metà dei voti rispetto al 2008, eppure  quel una vittoria. Monti c’è ma è come se non ci fosse. Grillo, al contrario, è presente ma non c’è per nessuno. Al momento tutte le ipotesi di alleanze e combinazioni sono irrealistiche e contraddittorie, come gli pseudo-programmi dei partiti durante la campagna elettorale. E se i mercati sono il termometro dei nostri tempi, il crollo della Borsa di Milano (e di riflesso degli altri listini europei) non lascia molto spazio all’ottimismo.
E’ il quadro che risulta all’indomani delle elezioni. Le ultime della Seconda Repubblica. Una Terza non ci sarà e, al momento, tra la crisi dei partiti, il boom del voto di protesta, gli scandali di tangenti e gli attacchi speculativi al nostro debito pubblico, sembriamo ripiombati di colpo nella Prima.

Il dato saliente è che il PD è riuscito a perdere un elezione che si diceva vinta già da un anno e mezzo. Colpa dello scarso appeal di Bersani, dell’immortalità di Berlusconi o della convincente (?) irruenza di Grillo, si dirà. Non è solo questo.
La non-vittoria del PD è anche frutto del caso Monte Paschi, certo. Ma in questi due anni il partito ha perso l’occasione di rinnovarsi e, soprattutto, darsi un programma di interventi concreti che convincesse gli elettori di centrosinistra delusi a tornare alle urne. Troppo complicato. Si è preferito continuare con la retorica dell’antiberlusconismo, contribuendo di fatto alla resurrezione dell’avversario. E dimenticando che i problemi dell’Italia sono ben altri.
Ci voleva Renzi, si dice oggi. Peccato che a dirlo siano gli stessi ipocriti che durante le primarie lo definivano come un “uomo di sinistra che parla come uno di destra”, o come “l’infiltrato di Berlusconi”, senza rendersi conto che l’endorsement (parola tanto brutta quanto di moda) del Cavaliere serviva proprio a screditare il sindaco di Firenze agli occhi dell’elettorato, evitando così il confronto alle urne con un rampante candidato che lo avrebbe messo in difficoltà certamente più del “comunista” Bersani.

Dall’altra parte, Berlusconi è riuscito a non perdere, nonostante i sei milioni di  voti in meno rispetto al 2008. Per strada, nei bar, al mercato sentiamo il sig. Rossi domandarsi “come hanno fatto gli italiani a votarlo ancora”, usando la terza plurale anziché della prima. Come se lui beneficiasse della nazionalità svedese o australiana.
Anche qui, le promesse da marinaio sull’Imu e l’affare Balotelli c’entrano poco. Troppo spesso si dimentica che l’Italia è un tessuto sociale le cui diramazioni spesse volte sfuggono alla nostra percezione. Così non ci sono soltanto padri e madri di famiglia, giovani precari, tronisti e veline, ma anche i proprietari di uno o più immobili da condonare, gli evasori con capitali all’estero da scudare e i disoccupati pronti a vendere il proprio voto per 20 euro ai candidati suggeriti dalla locale “famiglia”. Una galassia che non ha ideali da inseguire, ma interessi da difendere. A cui si aggiungono i tanti, troppi anziani che votano a simpatia e le persone medie che non leggono i giornali e si informano solo dalla tv.
I 117 seggi conquistati al Senato faranno del PDL l’ago della bilancia nel quadro della configurazione politica appena uscita dal voto. Una moneta di scambio che assicurerà la stabilità del futuro governo in di fronte di precise garanzie per quanto riguarda gli interessi e le aziende di chi sappiamo.

E poi c’è Grillo. Ennio Remondino su Globalist:

Su una cosa Beppe Grillo ha avuto indubbiamente ragione: “Sconquasseremo tutto il vecchio sistema partitico”. Bersaglio centrato. Ora occorre capire come evitare che questo voto sconquassi quanto resta degli equilibri economici e sociali di una Italia già in fortissime difficoltà. Certamente il vecchio sistema politico che ci era noto è scardinato. Conta poco che Bersani non abbia vinto e che Berlusconi non abbia perso, e che Monti si sia scoperto un ben piccolo centro. Conta la necessità di andare oltre. Perché la rabbia che ha mosso il voto a 5stelle c’è, e brucia qualsiasi altra memoria o prassi consolidata di protesta politica o di forma di aggregazione ideologica.

Davvero è tutto merito di Grillo? Il voto di protesta esiste in tutti i Paesi democratici: nelle ultime presidenziali in Francia Marine Le Pen ha preso il 18%. Ma oltralpe – come altrove – il sistema politico è in grado di assorbire questo voto senza subirne la deflagrazione. Da noi no. Perché il  problema del sistema Italia (Casta a parte) sono le istituzioni e le leggi che le regolano.

Della legge elettorale abbiamo detto tutto il male possibile. I difetti non risiedono soltanto nelle tanto vituperate liste bloccate, bensì anche nell’irrazionale sproporzione che c’è tra il premio di maggioranza per il primo partito alla Camera e quello su base regionale al Senato. In un sistema a bicameralismo perfetto, ciò si traduce nel caos. In quale altro Paese al mondo  al primo partito – per mezzo punto percentuale – spettano cento seggi più del secondo in un ramo del Parlamento, mentre nell’altro ne racimola appena due in più?
Linkiesta, partendo da un’analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo, trae queste conclusioni:

quello che dicono i dati è chiaro: l’Italia è cambiata. Ora non si tratta tanto di capire chi abbia vinto di più (o piuttosto perso di meno). La débacle dei due maggiori partiti, e la crescita di un terzo, del tutto nuovo, soggetto politico, dicono tante cose. Lo scontento degli italiani, l’impopolarità della classe politica, la difficoltà delle riforme sono tutte cose vere e importanti. Ma il punto nodale sembra uno solo: di fronte alle difficoltà del Paese, il modello del bipolarismo, più o meno perfetto, non ha funzionato. Non sono bastate né primarie né cavalcate televisive. Questa tornata elettorale d’inverno spazza via l’ultimo suo sogno perseguito per vent’anni. Le cose sono cambiate, Berlusconi c’è ancora, il Pd anche. Ma la seconda Repubblica finisce qui.

Già, le difficoltà del Paese. Ho già spiegato che la debolezza strutturale dell’economia italiana è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita inchiodato da un decennio a percentuali da prefisso. Cosa si è fatto di concreto? Nulla, ovviamente. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per affrontare i mali che affliggono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo.

O per proseguire lungo una strada già intrapresa. Come voleva l’Europa.

Come già avvenuto in Grecia, le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di conseguenza, della stessa Unione dei 27. Con la differenza che l’Italia – in termini di PIL e debito – “pesa” molto, ma molto più di Atene. Da qui le preoccupazioni della stampa estera per i possibili riflessi del voto sulla stabilità dell’euro.
Non a caso, come l’anno scorso all’ombra dell’Acropoli, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. L’obiettivo minimo doveva essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. Ma il risultato delle elezioni politiche parla di un chiaro rifiuto della politica di rigore portata avanti da Monti, grande sconfitto di questo scrutinio. Un vero e proprio avvertimento all’Europa (leggi: alla Germania).
Secondo il Guardian, per il quale le elezioni italiane sono state un “trionfo della democrazia che farà uscire il paese, e l’Europa, dal dogma dell’austerità”, le prospettive per il Belpaese sono due: uscire dall’euro e incamminarsi verso la ripresa economica; o restare definitivamente nelle mani dei banchieri europei. In entrambi i casi l’Europa ricorderà questo momento. E anche noi. Rimane il fatto che, sommando i voti di Grillo e quelli del PDL, più della metà degli italiani appoggia formazioni dichiaratamente contro Bruxelles.
Lucio Caracciolo su Limes:

Vista dal resto del pianeta, e soprattutto dell’Eurozona, l’Italia è una mina vagante. Ora più che mai emergono le sue dimensioni sistemiche. L’ingovernabilità dell’Italia equivale al rischio di crisi della costruzione europea, a cominciare dall’euro. Finora abbiamo sopperito alle vaghezze del sistema istituzionale nostrano e all’inesistenza di efficienti meccanismi politici e partitici con forme di eterodirezionesoft.
Un nome sopra tutti: Mario Draghi. Senza la sua peculiare interpretazione dello statuto della Banca Centrale Europea l’Italia sarebbe andata in default già nella scorsa estate. L’exploit di Draghi è stato reso possibile da due condizioni convergenti: la faticosa intesa fra Stati Uniti, Germania e altri partner europei che ha dato via libera agli acquisti massicci di bond italiani da parte di Francoforte; e la presenza in Italia di un bottone da premere, l’esecutivo Monti.
Ora chiunque volesse teleguidare la politica economica e fiscale italiana, per limitarne gli effetti catastrofici sul sistema euro, non saprebbe quale tasto spingere.

Quando un governo sarà formato – non è detto che ciò avvenga presto – ci accorgeremo che il bipolarismo del prossimo futuro non sarà più tra centrodestra e centrosinistra (vale a dire, tra i pro e i contro Berlusconi, stella polare dell’ultimo ventennio tricolore), ma tra chi sarà a favore delle politiche della UE e chi invece sarà contro. Tutto a beneficio dell’incertezza.
Recita un’antica maledizione cinese: “possa tu vivere in tempi interessanti“. I nostri, certamente, lo sono.

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