Il problema della carne equina negli alimenti

Per avere un’idea sulle dimensioni raggiunte dallo scandalo della carne di cavallo, basta citare un paio di numeri. Quello dei prodotti di vari marchi ritirati dalle aziende alimentari in seguito allo scandalo della carne di cavallo: 58 (qui l’elenco completo); quello dei Paesi coinvolti nella vicenda: 20.

E l’effetto domino ha costretto alcune tra le più grandi multinazionali (come ABP, Spanghero, Findus per citare i marchi più celebri, in attesa che altri si aggiungano alla lista) a rivelare cosa c’era dentro i propri prodotti a base di carne, dopo che gli esami di laboratorio hanno dimostrato che confezioni con messaggi a caratteri cubitali del tipo “100% Manzo” in realtà contengono tra il 60% e il 100% di carne equina.

Pochi giorni fa, il governo britannico – seguito da quello francese – hanno aperto un’inchiesta, dopo avere ammesso di non essere in grado di affermare quante confezioni di prodotti surgelati contengano carne equina a dispetto di quanto riportato sulle etichette. A Londra non si sa nemmeno se i prodotti taroccati siano finiti nelle mense di scuole e ospedali. E soprattutto, non si sa se anche animali malati siano finiti nel circuito dell’industria alimentare. Quello che si sa, al momento, è che il problema della carne equina era già stato sollevato da un parlamentare nel 2011, ma il governo ignorò la denuncia. Intanto i cittadini britannici potrebbero avere consumato carne di cavallo per anni senza saperlo.

Benché allo stato attuale delle cose – e contrariamente al vox populi – tali alimenti non risultano essere avariati o avvelenati, ma semplicemente diversi da quelli che avrebbero dovuto essere, non si può dunque escludere che oltre all’imbroglio etico sussista anche un potenziale pericolo per la salute dei consumatori.
Ma da cosa nasce lo scandalo “Horsegate“?

Secondo Green Report:

Non c’è dubbio che due cose almeno balzano all’occhio: 1) più è lunga la filiera più persone ci lavorano più persone devono guadagnarci; 2) Come è possibile il punto uno quando il prezzo di certi alimenti è così basso? Economie di scala? Certo, ma siamo realisti. Per permettere costi così bassi e pagare tutti i “protagonisti” della filiera, da qualche parte devi tagliare. E i tagli nel migliore dei casi è lineare, cioè un po’ per tutti, ma anche alla qualità. La carne soprattutto ha, avrebbe, dei tempi dalla macellazione alla messa in vendita troppo lunghi per quello che è comunque un “fast food” mondiale ovvero i prodotti surgelati. Non solo, in una filiera così lunga, è troppo facile poter smaltire un “pizzico” di qualche altro tipo di carne per ogni vaschetta.

Il blog DiVini sul Corriere della Sera aggiunge:

A causa della crisi, le grandi catene dell’alimentare hanno chiesto alle aziende di non aumentare i prezzi dei prodotti. Come si fa a vendere allo stesso prezzo nonostante l’inflazione? Si cambia la ricetta. Una inchiesta del Financial Times dei giorni scorsi, ha rivelato che la carne di cavallo viene venduta a mezzo euro al chilo in Romania, e da lì poi parte per l’Europa. Quella bovina viene venduta a 3 euro al chilo. Ovviamente non sono le multinazionali del cibo a cambiare materia prima, ma i fornitori. Come per l’edilizia, si crea una catena di subappalti in cui più si scende e meno pressanti possono rivelarsi i controlli.

La vicenda Horsegate è un effetto collaterale della crisi. Ancora il Financial Times, tradotto qui da Linkiesta, rivela:

La crisi economica mondiale ha fatto crescere il numero di cavalli al macello e ha portato in commercio un’ondata di carne di cavallo a basso costo. Ora i controllori temono stia entrando illegalmente nel commercio di prodotti alimentari. In Irlanda, il Paese in cui possedere un cavallo era diventato uno status symbol durante gli anni della Tigre celtica (il boom degli anni ’90 ndr) lo scorso anno sono stati macellati un numero di cavalli dieci volte superiore a quelli del 2008, l’anno di inizio della crisi economica. Negli Usa, sono circa 100 mila i cavalli che vengono uccisi ogni anno dai proprietari, mentre nel Regno unito sono stati macellati 9 mila cavalli nel 2012, quasi il doppio che tre anni prima.

Ma l’Irlanda non è la sola. Negli Usa, un report del Government accountablity office nel 2011 ha affermato che un’impennata negli abbandoni stava mettendo in tensione le autorità locali. La recessione e la proibizione della macellazione di carne equina negli Usa erano segnalati come problema chiave, tanto che portò nel 2010 all’esportazione di 138 mila cavalli da macellare in Messico e Canada.

«Non è solo un problema britannico. Ci arrivano cavalli dall’Italia e dalla Spagna»

In un articolo corredato da mappe esplicative, Roberto La Pira su Il Fatto Alimentare approfondisce il tema, spiegando come anche in Italia è pratica comune mandare i cavalli sportivi a fine carriera in Romania, dove vengono macellati per poi essere reintrodotti in maniera fraudolenta nel circuito alimentare sotto forma di carne trita. Ma si tratta di carne che per una serie di ragioni non dovrebbe in nessun caso finire sulle nostre tavole:

Perché utilizzare la carne di equino che costa più di quella bovina per preparare hamburger, ripieni per tortellini o carne trita per lasagne?

La tesiportata avanti da Il Fatto Alimentare dall’inizio dello scandalo, è che la carne di cavallo utilizzata provenga dal circuito delle corse sportive. Si tratta di animali classificati come “non dpa”, ovvero non destinati alla produzione di alimenti che quando arrivano a fine carriera, per legge devono essere mantenuti fino alla morte naturale e poi inceneriti. La loro carne non può essere utilizzata nemmeno per il  cibo destinato agli animali. Questi cavalli rappresentano un costo elevato per i proprietari costretti a mantenerli per 10-15 anni. È lecito ipotizzare che qualcuno abbia creato una rete per vendere la carne nel circuito alimentare mischiandola con i cavalli da carne.
La tesi non è così strana. Anche il Guardian oggi avanza questa ipotesi in modo determinato, parla di commercio illegale di cavalli da macello mischiati a cavalli da corsa. Cita le segnalazioni delle organizzazioni che si occupano del benessere animale e di un commercio di cavalli a fine carriera tra Francia, Belgio, Irlanda e Inghilterra che attraverso passaporti falsi cambia identità e invia al macello i cavalli da corsa non destinati all’uso alimentare.
Seguendo questa ipotesi la truffa risulta avere una sua logica e anche un evidente interesse economico. Inoltre trova un valido supporto nella presenza di centinaia di migliaia di cavalli da corsa in pensione e nella quasi certezza di non essere facilmente scoperti. C’è un altro elemento da considerare.
In Italia il Ministero della salute ha deciso di effettuare in accordo con l’UE 500 analisi sulla carne di cavallo alla ricerca del fenilbutazone. Si tratta di un farmaco veterinario antinfiammatoria specifico per i cavalli da corsa e da gara. Il medicinale viene metabolizzato dall’animale ma lascia una traccia indelebile identificabile analizzando la carne. Quando in laboratorio si cerca questo derivato nel cibo, si ha la prova inconfutabile di un campione di carne di cavallo non destinati al circuito alimentare.

Il sospetto che la carne di cavallo potrebbe contenere farmaci veterinari  dannosi per l’uomo apre una finestra su un altro inquietante aspetto: il coinvolgimento della criminalità organizzata.
Dalla Romania, i rappresentanti dell’industria della macellazione negano ogni accusa di cattivo operato, ripetendo che le frodi avvengono nei successivi livelli della filiera. Tuttavia, un’inchiesta del Daily Mirror afferma che, nelle aree rurali del Paese, la criminalità acquista a poco prezzo i cavalli dai contadini che non possono più permettersi di mantenerli, falsificando poi i documenti degli animali; i mattatoi conoscono il meccanismo, ma preferiscono chiudere un occhio per non perdere profitti. Un’altra inchiesta del Daily Mail ci porta direttamente qui in Italia e in Polonia, dove alcune famiglie criminali gestiscono il business della macellazione per svariati milioni di euro. C’è anche la mafia russa, attiva soprattutto nei Paesi baltici.
Come si nota, il giro è molto ampio.

Dal 2000 si registra quasi una frode alimentare l’anno. In principio fu l’allarme per la mucca pazza nel 2001, poi nel 2003 fu la volta dell’influenza aviaria. Nel 2008 ci furono gli scandali della carne alla diossina e, in Cina,  del latte alla melanina. Nel 2010 la triste vicenda delle mozzarelle blu. Nel 2011 facemmo la conoscenza del batterio killer e.coli, responsabile dei cd.i cetrioli killer. E per completare idealmente questo menù al veleno non manca il vino: a partire da quello al metanolo, scoperto nel 1986, ciclicamente scoppia qualche caso di vino adulterato.
Il cibo è dunque diventato un nemico? No. Ma è necessaria una riflessione. Torno all’articolo di Green Report citato più sopra:

Ma qui nasce un altro problema gigantesco che sono due problemi insieme: i prodotti migliori come minimo costano un po’ di più, quindi possono permetterselo solo alcune categorie di persone. Le persone che si pongono il problema sono tra l’altro quasi sempre le uniche che possono permetterselo. Così il cibo spazzatura o di media qualità – nel caso specifico partiamo da un caso di cibo surgelato di gamma medio alta – è quasi sempre appannaggio delle classi deboli che quindi non conoscono salvezza. Qual è il prezzo da pagare per un’alimentazione sostenibile, e quindi sana ed equa e non fraudolenta, è la domanda da porsi e la risposta, come si vede, non è affatto scontata.

Non sappiamo dove la vicenda Horsegate ci porterà. Fino ad ora una cosa sembra essere chiara: l’industria alimentare è una catena – irragionevolmente – complessa. E qualcuno, da qualche parte a monte, ha trovato un modo per trarne profitto a discapito dei consumatori a valle.

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