Francia e Germania, nozze d’oro per una coppia in crisi

In Europa, forse nessun Paese ha un così alto sentimento della propria storia come la Francia, dove l’espressione “Grandeur” non esprime solo i fasti napoleonici, ma l’idea stessa di una missione universale. Solo un altra nazione ha una concezione di sé altrettanto elevata: la Germania. Da qui l’ossessione di Parigi per la vicina Berlino, che la vittoria nel 1945 ha solo parzialmente sopito.
Pertanto, il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo (firmato il 22 gennaio 1963) rappresenta un’occasione per esaminare non solo l’aria che tira sulle due sponde del Reno, ma anche il ruolo che entrambi rivestono all’interno della UE, e cosa intendono fare insieme per Bruxelles.
Possiamo partire dalla recente intervista dell’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, nella quale si parla di un “necessario riequilibrio nel rapporto tra Francia e Germania“. In che senso il rapporto di oggi si può definire squilibrato? E soprattutto, dietro alla riflessione di Védrine si cela forse il rammarico per i “bei tempi che furono”, ossia quelli della Francia come unica potenza politica in Europa e della Germania soltanto locomotiva economica?

Parigi + Berlino = sempre Europa?

Europa significa, di fatto, Germania più Francia. In Europa, da un lato niente viene deciso senza la Germania; dall’altro la Germania non può comunque decidere da sola. Nell’ultimo mezzo secolo non c’è riforma in campo europeo che non sia stata promossa senza l’imprimatur franco-tedesco. Come scrivevo un anno fa, l‘Europa stessa è una costruzione franco-tedesca.
Dal Trattato dell’Eliseo (1963) fino alla caduta del Muro (1989) la relazione tra Parigi e Berlino ha viaggiato a gonfie vele, benché su un piano asimmetrico. I dissapori, peraltro mai ammessi, sono iniziati dopo. Lo spartiacque è stato il Trattato di Maastricht, estremo tentativo – attraverso la creazione della moneta unica – dei francesi di tenere ancorata a sé una Germania pronta a prendere di nuovo il largo dopo l’unificazione. Da quel curioso testo (dove i principi illuministici, di ispirazione francese, si alternano a parametri di tecnica monetaria, di ispirazione tedesca) i rapporti non sono più tornati quelli di prima. Ed ecco che le parole di Védrine acquistano un senso.

Dapprima i contrasti sulla Politica europea di sicurezza e difesa, che hanno dato vita alla Dichiarazione di Saint Malo del 1998, documento franco-britannico sul quale Berlino aveva espresso riserve. Poi le riserve francesi sull’allargamento a est. Quindi il disaccordo sul bilancio comunitario del 1999. Infine il battibecco in occasione dei negoziati che avrebbero dato vita al Trattato di Nizza del 2000. Lo strappo fu consumato, e sarebbe stato solo il primo.
Il secondo, ben più serio, sarebbe giunto cinque anni dopo. Il no francese al referendum sulla costituzione europea lasciò la Germania spiazzata, costringendo la neoeletta signora Merkel alla difficile negoziazione del suo surrogato, ossia il Trattato di Lisbona.
Per alcuni anni, complice la necessità per i tedeschi di trovare nuovi sbocchi commerciali a Oriente (Russia e Cina), la Germania ha un po’ voltato le spalle all’Europa – e dunque, alla Francia. Ma la nuova agenda politico-mercantilista di Berlino non poteva non avere delle conseguenze sull’alleanza economica con Parigi, i cui ambienti industriali iniziavano a mostrare una certa frustrazione verso un partner considerato non più affidabile. L’ultima goccia fu l’uscita della multinazionale Siemens dal colosso nucleare Areva in favore di una nuova partership con la russa Rosatom. Un caso di strategia aziendale che si tramutò presto in una polemica politica: se Sarkozy poteva imporre direttive vincolanti ad Areva, la Merkel non poteva fare lo stesso con Siemens. Si trattò di un malinteso frutto delle profonde differenze culturali tra i due Paesi, ma tanto bastò per provocare la terza rottura in dieci anni.
A nulla valgono i gesti di distensione. Come nel 2009, quando per la prima volta alle celebrazioni dell’11 novembre, giorno della vittoria francese sulla Germania nella Prima Guerra Mondiale, sono state invitate anche le autorità tedesche. Con l’avvento della crisi e la necessità di risollevare la propria economia, un po’ tutti i 27 membri della UE (tranne i Piigs, il cui margine di manovra resta condizionato dai diktat nordici) si rintanano in un angolino per riordinare le idee. In questa fase, i rapporti all’interno della UE vengono improntati più alla concorrenza che alla cooperazione. Francia e Germania non fanno eccezione. Ma se quest’ultima riesce a riprendere il passo quasi subito grazie all’attenzione rivolta ai nuovi mercati (il 47% dell’export UE verso la Cina è made in Germany), Parigi si ritrova a fare i conti con l’incapacità di varare quelle necessarie riforme economiche. Di fatto, la politica di concorrenza con Berlino non ha mai preso avvio. Sarkozy si è addirittura dovuto appiattire come una sogliola nei confronti della Merkel per conservare la tripla A (che nel 2012 avrebbe perso comunque).
L’ultima divergenza tra i due (ex?) alleati si è avuta riguardo alla crisi libica, dove all’iperattivismo di Parigi hanno fatto da contrappeso i dubbi e la freddezza di Berlino, poi astenutasi quando il Consiglio di Sicurezza approvò la risoluzione 1973 che autorizzava l’intervento armato.

I due opposti della crisi 

In concreto, la concorrenza si è tradotta, nel timore dei francesi che il successo dei loro vicini finisca per metterli in ombra. I freddi numeri dell’economia sembrano rafforzare questa preoccupazione.
Se confrontiamo i risultati negli ultimi vent’anni, scopriamo che l’economia francese supera quella tedesca sotto molti aspetti: crescita (+38% da 1990 rispetto a +30%), investimenti (11% contro 3%), disoccupazione e consumi. A riequilibrare la situazione è stato il boom delle esportazioni made in Germany degli ultimi quattro anni: dunque, la diversa capacità di reagire alla crisi.
In realtà la riscossa tedesca era partita molto prima. Nel 2003 sia Parigi che Berlino si trovano nell’imbarazzante circostanza di sforare i limiti di quel Patto di stabilità e crescita da esse stesse fortemente voluto. La Germania si sottopone allora alla cura da cavallo propinatale dal cancelliere Gerhard Schroder, le cui riforme costano la rielezione al suo fautore ma consentono all’apparato produttivo tedesco un sontuoso recupero di competitività.
Di fatto la ripresa immediata di Berlino dalla tempesta del 2008-09 è avvenuta soprattutto grazie alle misure del cd. Harz-IV, un pacchetto di misure intervenute nel mercato del lavoro e nello Stato sociale. Parigi, invece – ed è questo il rimprovero che i tedeschi muovono ai francesi – ha cercato di mettere a posto l’economia solo a livello macro: inflazione, crescita, salari, ecc. evitando così le riforme strutturali. Ma l’unione monetaria ha privato la Francia delle tre leve principali di ogni politica macroeconomica: svalutazione, inflazione e le cd. politiques indutrielles, mettendo Parigi di fronte a un bivio: affrontare le riforme, o vedersi relegata nell’angolino dei PIIGS. E come avviene nei Paesi appartenenti citati nell’infamante acronimo, anche a Parigi si levano le voci di chi accusa Berlino di voler imporre a tutti il proprio modello economico.
Il fatto è che le riforme strutturali di cui sopra sono richieste dalla globalizzazione, non dalla Germania. Quando nell’autunno 2007 una delegazione francese si recò a Berlino per capire come mai l’economia francese funzionasse tanto meglio di quella francese, i tedeschi illustrarono il pacchetto Harz-IV, con il retropensiero che i propri interlocutori non sarebbero riusciti ad implementare un modello simile. Ma di questo non si può dare colpa alla Francia: semplicemente, essa è un Paese diverso dalla Germania, a cui corrisponde un diverso paradigma economico-industriale.
Parigi ha costruito la propria fortuna grazie ai cd. “campioni nazionali”, ossia le grandi multinazionali come Areva ed EDF. Ma non dispone di quelle piccole e medie imprese che invece rappresentano la spina dorsale dell’apparato produttivo di Berlino: i cd. “campioni nascosti”, ossia circa un migliaio di aziende leader nel loro settore eppure pressoché sconosciute al grande pubblico. In Germania l’industria rappresenta il30% di tutta la forza lavoro, mentre in Francia, che negli ultimi anni ha perso il 2% annuo di posti di lavoro nel settore secondario, tale percentuale è scesa al 13%. I francesi non hanno bisogno di sentirsi dire dai tedeschi che la loro economia si sta indebolendo: lo sanno già.

La situazione poco florida al di là del Reno ha riacceso il sospetto che i francesi vogliano ampliare il mandato della BCE oltre la stabilità dei prezzi, sul modello della Federal Reserve americana. Benché le dichiarazioni dei vari candidati – da Hollande a Sarkozy – durante la campagna presidenziale ribadissero la necessità di preservare l’indipendenza di Francoforte. La ragione, secondo i tedeschi, è evidente: muovere attraverso la BCE quei fili macroeconomici che Parigi non può più manovrare in virtù dell’unione monetaria.
Paranoie? Probabilmente sì. È però un fatto che l’attenzione con cui la politica tedesca ha seguito le elezioni francesi sottendeva il timore – quanto meno da parte dei conservatori – che una vittoria di Francois Hollande potesse ostacolare la continuazione delle politiche di austerità. E in effetti il nuovo inquilino dell’Eliseo, spalleggiato da Monti e Rajoy, si è fatto promotore di un’alleanza paneuropea per invocare più crescita. Come sottolinea Le Figaro, “In privato, i leader europei sono preoccupati nel vedere François Hollande che cerca di riunire gli scontenti dell’Eurozona per indebolire (se non capovolgere) il dogma del risanamento imposto negli ultimi tre anni da Angela Merkel e i suoi alleato del nord”. E più volte i politici francesi si sono lasciati andare a commenti rabbiosi contro la cancelliera Angela Merkel e la sua insistenza sul rigore.  La quale, suo malgrado, ha dovuto alla fine acconsentire alla necessità di un rilancio.

Se Parigi piange, Berlino non ride

La parabola della Francia sembra essere inesorabilmente in discesa. Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato Parigi da Aaa a Aa1, con outlook negativo. Crescita, elevata spesa pubblica, vulnerabilità in caso di shock esterni: queste le tre debolezze. E infine un costante aumento del livello di disoccupazione (in sei mesi l’incremento dei disoccupati è stato di 240 mila unità, un quarto di quello in cinque anni di presidenza Sarkozy. Proprio nei giorni in cui The Economist si domandava fino a che punto possono essere profonde le criticità transalpine. Come spiegavo due mesi fa, si moltiplicano le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.
Oggi lo spettro della crisi è simbolicamente rappresentato dal negozio Au pain de la veille di Nimes, l’unico in città ad essere sempre pieno perché vende il pane del giorno prima a metà prezzo.
Dulcis in fundo, Il 13 febbraio la Francia ha ammesso che non riuscirà a rispettare l’obiettivo di ridurre il deficit di bilancio al 3% del PIL entro il 2013. Lo stesso giorno il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn ha reso pubblica una lettera indirizzata ai ministri delle finanze dell’Ue in cui si ricorda che il patto per l’euro permette una proroga in caso di recessione. Una mano tesa per l'(ex?) alleato in difficoltà.

In Germania c’è già chi accusa i vicini di aver nascosto la gravità della situazione. Se però attraversiamo il Reno, ci rendiamo conto che anche la pur virtuosa Germania “dimentica” i problemi esistenti al suo interno.
A metà dicembre Bruxelles ha clamorosamente rivelato che anche la Germania deve tenere sotto controllo i conti pubblici. Sebbene non ci siano rischi nell’immediato, occorre che Berlino si impegni a ridurre il debito, gravato di una eccessiva spesa previdenziale e sanitaria. Altrimenti, il debito non scenderà sotto il 60% del PIL prima del 2030. Volente o nolente, la cancelliera Merkel deve applicare l’austerity anche in casa propria.
Inoltre, il suo governo è stato perfino accusato di aver truccato i dati sulla povertà. In Germania il 10% della popolazione possedeva nel 2008 il 53% della ricchezza nazionale, mentre dieci anni prima la percentuale era solo del 45%. Colpa, secondo alcuni, proprio del pacchetto Harz-IV, che avrebbe creato fasce di popolazione marginate, dove spesso si rende difficile il reinserimento nel mercato del lavoro. Lo sfruttamento dei lavoratori stagionali, la perdurante presenza del lavoro nero e il progressivo calo delle remunerazioni dei liberi professionisti completano il quadro delle verità scomode che la Merkel vuole nascondere.
La recente batosta nelle elezioni regionali in Bassa Sassonia rende la poltrona della cancelliera di ferro sempre più traballante.

Conclusioni

Nota Europress Research:


Lo squilibrio del quale parla Védrine nell’asse franco-tedesco può essere sanato dunque soltanto se si realizzano tre condizioni. Da un lato se Parigi decide di invertire le sue scelte di politica economica ed industriale, puntando su competitività, tagli alla spesa pubblica (che ha raggiunto oramai il 56% del Pil), lotta alla disoccupazione e ripensamento del sistema pensionistico. In questo modo potrà nuovamente essere credibile quando rivendica una leadership politica. Dall’altro se progressivamente Berlino accetta il principio della comunitarizzazione dei debiti pubblici e di conseguenza si completa quel profondo cambiamento istituzionale che deve innanzitutto passare per un ripensamento della democrazia nell’Ue. E infine se, sempre Berlino, accetta di svolgere il ruolo di leader politico che la sua statura economica le imporrebbe, attitudine ad esempio non mostrata in occasione della crisi libica.
Se l’asse Parigi-Bonn ha garantito, in tempi di Guerra fredda, la pace nel Vecchio Continente e importanti successi nel processo di integrazione, oggi, partendo da presupposti politici ed economici differenti, dovrebbe garantirne il rilancio. Sarebbe di certo un ottimo viatico per festeggiare i primi cinquant’anni del Trattato dell’Eliseo.

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