Dietro la “fleg protest” in Irlanda del Nord

Il 3 dicembre il consiglio comunale di Belfast ha votato a favore della modifica del regolamento per l’esposizione della bandiera del Regno Unito (Union Jack) sopra il municipio. A partire dall’indomani, la bandiera sarebbe stata esposta solo 18 giorni all’anno – come nel resto del Regno Unito – e non più ogni giorno, come fino a quel momento.
E’ bastato questo affinché la capitale nordirlandese divenisse teatro di proteste tra gli unionisti (contrari alla decisione del consiglio) e i repubblicani. Migliaia di manifestanti unionisti hanno invaso le strade della città quasi ogni sera dal voto di inizio dicembre, costruendo barricate e bruciando detriti. Diversi gli arresti.

Per avere un’idea di quanto sia profonda la divisione tra i due mondi di Belfast, basta leggere questo articolo su El Pais, tradotto da Presseurop:

A Belfast c’è una strada che si chiama Madrid e si interrompe all’improvviso davanti al muro di Berlino. La parete consiste in una parte di mattoni più una di ferro e un’altra di acciaio. Misura più di sette metri in altezza ed è decorata con spuntoni e filo spinato. Il suo scopo non è soltanto quello di impedire alla gente di passare da un lato all’altro, ma anche di evitare che vengano lanciati sassi, chiodi e bombe molotov. Lo chiamano “linea della pace” per non chiamarlo muro della vergogna, e serve a separare i protestanti dai cattolici.
Nei giorni scorsi la zona orientale di Belfast si è svegliata in un panorama di auto bruciate, vetri rotti e resti di sampietrini lanciati contro la polizia. Nel paesaggio desolato della battaglia si ergevano immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania, con l’aria di campi di concentramento ma coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Oggi la capitale dell’Irlanda del Nord è letteralmente costellata di muri divisori come quello di Madrid Street. Secondo l’ultimo conto le pareti della vergogna ammontano a 99. Hanno cominciato a moltiplicarsi proprio dopo l’Accordo del venerdì santo (e la chiamano pace).

Per arrivare “dall’altro lato”, nella zona protestante, bisogna percorrere mezzo chilometro di muro lungo Bryson Street e farsi il segno della croce davanti alla chiesa di St Matthew (scenario della famosa battaglia tra cattolici e protestanti del 1970, conclusasi con due morti e centinaia di feriti). “Loyalist East Belfast”, leggiamo sul muro da cui ci sorvegliano le sentinelle dell’Associazione per la difesa dell’Ulster, seguendo i nostri passi con la punta dei loro fucili dipinti. Bandiere britanniche sventolano ovunque.
“Quello che hanno fatto con la bandiera è un insulto, ed è per questo che manifestiamo”, spiega Heather Murray, 37 anni. Heather abita in Susan Street, dall’altro lato del muro.

Come il 68 per cento dei protestanti di Belfast, Heather ammette di non rivolgere la parola ai suoi vicini cattolici. “Viviamo in due mondi separati, vogliamo un futuro diverso per l’Ulster e crediamo in cose diverse. Anche se in fondo penso che preghiamo lo stesso dio. E speriamo che ascolti le nostre preghiere.

Una lunga analisi (da leggere per intero e dove si spiega l’etimo dell’espressione Fleg protest) di Stefano Stefanelli su Limes, nel ricostruire la genesi delle violenze, spiega così le divisioni politico-confessionali all’origine della crisi:

Lacerato da trent’anni di guerra, noti alle cronache come troubles, tra repubblicani (in maggioranza cattolici, favorevoli alla riunione tra Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord) e unionisti/lealisti (in maggioranza protestanti, difensori dell’appartenenza dell’Irlanda del Nord al Regno Unito e a Inghilterra, Scozia e Galles), nel 1998 il Good Friday Agreement ha sancito la fine del conflitto armato tra gruppi paramilitari di entrambi gli schieramenti: i repubblicani dell’Irish republican army (Ira) e i protestanti più noti dell’Ulster volounteer force(Uvf) e dell’Ulster defence association (Uda).
Lo scenario politico nordirlandese è stato caratterizzato dalla netta divisione non tra destra e sinistra ma tra questi due blocchi, fatta eccezione per un solo partito di una certa rilevanza, l’Alliance party, che mira a rappresentare tutti i cittadini indipendentemente dal loro credo religioso, rifiutando di schierarsi secondo la divisione repubblicani/unionisti.

Per il Socialist workers party (Partito socialista dei lavoratori) il Good Friday Agreement ha istituzionalizzato la divisione etnica e religiosa del paese. Questo ha dato la possibilità ai due schieramenti di fare parte al tempo stesso del governo e dell’opposizione, visto che i due principali opposti partiti esprimo il premier e il vicepremier. Secondo i socialisti, incentrare l’attenzione sulla divisione tra le due comunità ha permesso che la politica neo-liberista ricevesse la benedizione di entrambi i gruppi a discapito del welfare. Sono stati effettuati tagli significativi all’istruzione e all’assistenza sociale. Al tempo stesso, capitali esteri hanno potuto investire a Belfast usufruendo di grandi agevolazioni fiscali, ricambiando con poche centinaia di posti di lavoro in call center, con paghe drasticamente inferiori rispetto agli standard del Regno Unito.I socialisti ritengono quindi che l’attenzione si sia spostata dalle classi più basse e dai problemi reali a una disputa riguardante una bandiera in questo caso o, in passato, il percorso di una marcia.

La storia ci ricorda che gli episodi di guerriglia non si sono mai placati e a turno ciascuna delle due fazioni ha perpetrato azioni violente nei confronti dell’altra. Oggi, soprattutto per chi ha perso familiari e amici, parlare di pace in Irlanda del Nord non è ancora possibile. Ed è facile intuire come, per chi ha vissuto oltre 30 anni di guerra intestina, una bandiera possa diventare un simbolo a favore o contro l’appartenenza al Regno Unito.

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