“L’Islanda ha vinto”. Dunque pagherà il debito

E’ una noia dover smentire – per l’ennesima volta – le bufale sull'”Islanda che non paga il debito, ma un’importante sentenza della Corte dell’EFTA di due giorni fa, che avrebbe dovuto affossare definitivamente questa storia, ha invece contribuito a riportarla in auge. Potenza dei social network – e dell’ignoranza di chi li (ab)usa.
Lo capisco: è bello limitarsi a credere alle favole. Tipo quella di un Paese che si ribella all’economia globale rinnegando così il peso sociale di un gravoso default finanziario. Così la frottola viene assorbita dall’opinione pubblica, e tutti ne sottolineano lo stridente contrasto con la realtà di un’altra nazione (la nostra) dove invece il governo tecnico pare aver avuto cura non della popolazione bensì soltanto delle banche, di cui è percepito come mandatario. In realtà un rifiuto da parte della popolazione islandese c’è stato, ma di certo non ha riguardato le “responsabilità” di ripianamento dei debiti interni. Per capire meglio una vicenda che è stata – ingenuamente da alcuni, colpevolmente da altri – portata alla ribalta in termini non corretti, riporto integralmente quanto scritto da Fabrizio Goria su Linkiesta:

«Facciamo tutti come l’Islanda». Questa è una frase che si è sentita spesso negli ultimi anni. E si sente anche da due giorni. La decisione della corte dell’European free trade agreement (Efta), che ha preservato la posizione di Reykjavík nei confronti di Regno Unito e Olanda dopo il crac Icesave, non deve però stupire, né fare gridare al ripudio del debito. Semplicemente, sono state applicate le regole comunitarie.
I fatti sono noti. Nel 2008 l’istituto di credito islandese Landsbanki crolla, una settimana dopo il collasso della Glitnir Bank, anch’essa islandese. Ma dentro Landsbanki c’è una sua branca che opera all’estero, Icesave. I conti correnti di quest’ultima hanno un accoglienza significativa sul mercato inglese e olandese, complici gli elevati tassi d’interesse che promettono. Ma con la nazionalizzazione di Landsbanki, avvenuta il 7 ottobre 2008, poche settimane dopo la capitolazione di Lehman Brothers, iniziano i problemi. I correntisti di Regno Unito e Olanda, dove Icesave opera per nome e per conto di Landsbanki, rimangono con il cerino in mano. E si apre una querelle diplomatica destinata a durare per anni.
Il governo islandese si rifiuta di indennizzare integralmente i correntisti. Il motivo è chiaro. Essendo una banca privata a essere saltata, non c’è motivo per il quale sia Reykjavík a dover pagare per i danni provocati da Landsbanki. In realtà, dato che l’Islanda ha adottato la direttiva euopea 94/19 dal primo gennaio 2000, anche le banche islandesi sono rientrate nel Fondo di garanzia per investitori e depositanti, attivato tramite l’atto 98/1999. Il Fondo garantisce fino all’equivalente di 20,887 euro, ma dal maggio 2008, proprio a causa del lancio di Icesave, Landsbanki decide di adottare lo schema di garanzia dei depositi usato in Olanda, il cui limite minimo di garanzia sarà poi innalzato da 40.000 euro fino a 100.000 euro. Allo stesso modo, si adottò il modello britannico per il Regno Unito, che garantiva fino a un massimo dell’equivalente di 50.000 sterline.
Con l’imminente nazionalizzazione di Landsbanki, Icesave salta e i correntisti olandesi e britannici perdono i loro depositi. La corte di Amsterdam e quella di Londra chiedono ragguagli a Reykjavík, ma questa si appella alla normativa vigente: garantirà solo cosa gli spetta, non un centesimo in più. Punto. Per tutto il resto, dice l’Islanda, i correntisti possono rivolgersi a Olanda e Regno Unito, che offrono le garanzie nazionali ai correntisti di Icesave per l’intero ammontare dei depositi presenti. Londra e Amsterdam pagano e si rivalgono su Reykjavík, che esborsa circa 4,6 miliardi di euro a fronte di richieste per circa 8 miliardi di euro.
Ora però l’Efta ha detto che no, l’Islanda ha agito nel pieno rispetto delle norme vigenti al momento del caso Landsbanki. Infatti, solo nel 2009 fu introdotta la nuova normativa che garantisce i depositi di correntisti e investitori fino a un massimo di 100.000 euro. Un sollievo per il governo di Reykjavík e per l’Islanda, che a seguito della crisi finanziaria ha dovuto chiedere il sostegno del Fondo monetario internazionale (Fmi) tramite un programma biennale per un totale di 2,1 miliardi di dollari. Debiti, anche in questo caso, ripagati (anche se in parte). È facile immaginare come l’applicazione della nuova normativa in base alle richieste di Londra e Amsterdam, oltre a essere irricevibile, avrebbe avuto un effetto devastante per i conti pubblici islandesi.
La scorsa settimana il presidente islandese Ólafur Ragnar Grímsson ha parlato al World economic forum (Wef) di Davos. Ed è stato un intervento che ha emozionato i presenti. «Dobbiamo lasciare che le banche falliscano, non possiamo essere i responsabili delle malversazioni dei privati», ha detto Ragnar Grímsson. Parole corrette, ma che si devono ricondurre a quello che è il sistema bancario islandese: piccolo, chiuso e altamente finanziarizzato. Come ha ricordato anche la banca danese Danske Bank, che ha seguito da vicino il caso Icesave, «una soluzione come quella assunta dall’Islanda è unica e non si può replicare in alcun modo all’interno dell’eurozona». Parole confermate anche da Ragnar Grímsson che, durante un discorso di inizio 2012, disse di non augurare «a nessuno» la sofferenza passata dai contribuenti del suo Paese dopo il caso Landsbanki.
Insomma, l’Islanda ha vinto una battaglia, ma non la guerra. Ha dovuto pagare a caro prezzo il crac Icesave, sussidiaria di una banca privata islandese, la Landsbanki appunto. Ha però evitato di sborsare ciò che non le era dovuto. Non proprio il ripudio del debito che tanto fa sognare tanti.

Consiglio di dare uno sguardo anche all’approfondimento su Phastidio. Queste le conclusioni:

Quindi, riepilogando, ad uso degli italiani:

  1. l’Islanda non ha ripudiato il proprio debito pubblico verso non residenti;
  2. Il dissesto era relativo alla controllata estera di una banca privata islandese andata fallita;
  3. I governi dei paesi che ospitavano tale controllata avevano chiesto all’Islanda di essere indennizzati in base alla nuova direttiva europea, cioè per 100.000 euro a cranio di depositante;
  4. Il governo islandese ha indennizzato i depositanti esteri usando le leggi locali all’epoca vigenti, ed ha visto riconosciute le proprie ragioni da una sentenza della corte dell’EFTA;
  5. I contribuenti islandesi hanno pagato e stanno pagando per onorare i debiti di Icesave. Pagano il giusto (secondo l’EFTA), ma pagano;
  6. …e stanno pesantemente pagando anche per la nazionalizzazione del proprio sistema bancario fallito. Com’è che era? , “Il vostro debito non lo paghiamo”?

Non c’è e non c’è mai stato alcun default sovrano, nella condotta di Reykjavík, ma solo la grande dignità di un popolo che ha rispettato le leggi del tempo, la propria e le altrui.

Dopo questo episodio e queste informazioni aggiuntive, c’è speranza a casa nostra di non sentire o leggere mai più idiozie provenienti da grilli parlanti, tribuni arancioni affabulatori della plebe ed economiste stridule? No, vero?

Concludo con questa chiosa di Antonio Rispoli su Julie News, di cui sottoscrivo ogni riga:

Purtroppo il problema grave resta il fatto che, come ho detto all’inizio, è sempre più difficile leggere qualche notizia seria in Internet. Ormai la gente legge due articoletti sgrammaticati e si sente esperta di qualsiasi materia: economia, guerra, storia, biologia, ecc. Si condividono senza ritegno i link più cretini e assurdi e soprattutto li si difendono come se si trattasse di oro colato, proveniente da una fonte assolutamente certificata. Manca assolutamente quell’indispensabile senso critico che porti a dire: “Ma questo può essere vero?”. Nulla del genere.
Ricordo una intervista fatta al grande giornalista Indro Montanelli, quando a metà degli anni ’90 era opinionista per La7. Ad un certo punto disse: “Io vorrei fare un giornale, dove mando un giornalista di Forza Italia ad intervistare Prodi o D’ALema e un giornalista dei Ds ad intervistare Berlusconi. Sarebbe il miglior giornale d’Italia, ma non lo leggerebbe nessuno”. Quella intervista mi rimase impressa perchè sul momento mi dette l’impressione che la lucidità di Mointanelli fosse andata a farsi benedire. Come si fa a fare “il miglior giornale” senza che la gente sia interessata? Col tempo poi ho capito: tranne una percentuale irrisoria di persone, tutti gli altri non scelgono un giornale o un TG in base alla qualità di ciò che è scritto o alla bravura dei giornalisti. Semplicemente si cerca quel giornale o quel TG che dia ragione ai propri pregiudizi e alle proprie idee. Io posso fare il miglior scoop della storia, ma chi è ideologicamente contrario negherà la veridicità di ciò che ho fatto. E’ così che su Internet sono fiorite teorie fantasiose, come quelle che vogliono la causa della crisi da ricercarsi nel signoraggio e/o nel fatto che ad emettere le banconote è un organismo come la Bce; o quelle sull’esistenza di un complotto mondiale teso a creare un Nuovo Ordine Mondiale. E così via.
E guai a provare a spiegare a queste persone che stanno sbagliando, che i dati concreti dicono il contrario. In questi casi, il minimo che capita è essere insultati, indicati come “servo delle banche” e peggio. Non c’è alcuna possibilità di dialogo, insomma, o di spiegarsi. L’abbondanza di informazioni reperibili sulla Rete, senza un filtro critico e razionale per separare il grano dal loglio (o, se si preferisce, il letame dalla cioccolata) non ha fatto altro che creare una marea di estremisti, cioè di persone che non riescono a vedere oltre il muro delle proprie ideologie.

C’è bisogno di aggiungere altro?

2 thoughts on ““L’Islanda ha vinto”. Dunque pagherà il debito

  1. Bene, però dei passi avanti li hanno fatti, la banca è stata lasciata fallire, hanno arrestato i banchieri colpevoli ed infine hanno pagato soltanto la parte garantita da quella che si può chiamare volgarmente una clausola di garanzia con il fondo relativo che dovrebbe essere finanziato dagli utili precedenti, questo mi dice il buon senso, non conosco i dettagli. Se la legge prevedeva questo è giusto che così sia andata diverso sarebbe dare immunità di disastro alle banche che si dividono gli utili e socializzano le perdite.
    Mi piacerebbe invece avere i supporti reali che giustificano, cioè che negano i relativi problemi della seguente affermazione :”E’ così che su Internet sono fiorite teorie fantasiose, come quelle che vogliono la causa della crisi da ricercarsi nel signoraggio e/o nel fatto che ad emettere le banconote è un organismo come la Bce; o quelle sull’esistenza di un complotto mondiale teso a creare un Nuovo Ordine Mondiale. E così via.”

    • A me invece piacerebbe che la gente non avesse bisogno di supporti reali per veder dimostrata la NON esistenza di teorie fantasiose, complottiste, ecc.
      L’unico “problema” di quell’affermazione è che in tanti, a quelle teorie, ci credono davvero.

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