Verità scomode su al-Qa’ida nel Maghreb Islamico. E sui rapporti tra jihadismo e Occidente

Per capire cosa è successo ad In Amenas dobbiamo innanzitutto sgomberare il campo dai pregiudizi di parte.

Un articolo del prof Michel Chossudovsky su Global Resarch (tradotto qui) fa risalire le origini di AQIM ad un’iniziativa della CIA in funzione della guerra in Afghanistan, a cui si somma oggi il ruolo occulto rivestito da Arabia Saudita e Qatar (quest’ultimo definito come un fedele alleato degli Stati Uniti).

Il testo, come tutti quelli dello stesso autore, è pesantemente intriso di antiamericanismo. E questo impedisce un’analisi obiettiva della situazione reale.
Affermare che gli USA abbiano finanziato la Jihad islamica in Afghanistan – così come altri gruppi paramilitari in giro per il mondo – in funzione antisovietica e anticomunista è storia; ma vedere la mano americana dietro ogni formazione terroristica che minacci la stabilità dell’Occidente, al fine di giustificare la necessità di un intervento armato risolutore agli occhi dell’opinione pubblica, è complottismo puro.

Le origini di AQIM – e di riflesso, la spiegazione dei fatti di In Amenas – sono molto più sottili. Lorenzo Declich, studioso del mondo islamico contemporaneo serio e affidabile, ricostruisce la vicenda in tre distinti contributi su Islametro.

Il primo prende le mosse da alcuni suoi appunti del 2010, integrati con alcuni passaggi di un articolo del prof. Jeremy Keenan sul penultimo volume di Limes, per rivelare che:

La storia dell’AQMI è controversa. Tempo fa osservavo quanto i suoi legami con al-Qaida “centrale” fossero scarsi – i suoi vertici, sembra, snobbano l’AQMI – e mettevo in evidenza il fattore locale: talvolta, in questi anni, si è fatta molta fatica a distinguere l’AQMI da una banda di predoni “normali” (vedi i links sopra).

Ora arriva un’analisi accurata (preceduta da un libro: “The Dark Sahara: America’s War on Terror in Africa”) di Jeremy Keenan, professore associato di ricerca presso la School of Oriental and African Studies della London University.

L’articolo narra di una situazione molto complicata: dietro all’AQMI, secondo Keenan, vi sono principalmente il governo algerino, con i suoi servizi segreti, e in seconda battuta i servizi segreti americano e britannico.

Obiettivo algerino: riarmarsi e divenire il cliente privilegiato degli americani nell’area.

Obiettivo americano (e britannico): stabilire le proprie basi militari in aree di grande importanza strategica ed economica.

Operazioni di false flag, infiltrazioni nei gruppi esistenti ed altre amenità sono le strategie usate da queste agenzie.

Tutto, ovviamente, nel quadro della Guerra al Terrore.

Keenan riprende il tema su Limes, descrivendo la prima operazione di false flag algerino-statunitense, che data 2003:

Sotto il comando di un agente infiltrato dei servizi segreti, Amari Sayfi (alias Abd el-Razzaq Lamri, anche noto come El Para), circa sessanta terroristi del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) – una formazione con base in Algeria, rinominata nel 2006 al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (Aqim) – presero in ostaggio trentadue turisti europei nel Sahara algerino. Con gran fanfara, l’amministrazione Bush etichettò prontamente El Para come “L’uomo di bin Laden nel Sahara”

[…]

Il fiorire di organizzazioni jihadiste “simili” ad AQIM nell’area sub-sahariana non sarebbe, secondo Keenan, che l’ultima tappa di un percorso di destabilizzazione dell’area preparatorio dell’intervento esterno, il quale sta avvenendo in queste ore (se volete approfondire andatevi a prendere l’articolo di Keenan).

AQIM è frutto di un’iniziativa di Algeri rispetto alla quale Washington ha avuto un ruolo (se lo ha avuto) solo secondario, per non dire subalternoCon buona pace dei classici cliché antiamericanisti. Ma andiamo oltre.

Il secondo (icasticamente intitolato false flag) tratteggia il background dietro il sequestro di In Amenas, mettendone in luce alcune contraddizioni:

I francesi bombardano il Mali ma al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQIM) colpisce in Algeria.

I jihadisti non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare che l’occidente avrebbe pagato il conto per l’attacco francese, le cancellerie occidentali non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare il proprio appoggio, anche logistico,  che 41 “occidentali” (americani, norvegesi, inglesi) sono stati rapiti presso uno stabilimento per il trattamento del gas della BP.

Lo stabilimento si trova a In Amenas, nel sud-est, vicino alla frontiera con la Libia e molto lontano dalla frontiera maliana.

L’attacco, sembra, è stato ben preparato. Si tratta del più imponente rapimento mai realizzato nel Sahel.

A rivendicare l’attacco è Mokhtar Belmokhtar, a nome di una katiba (battaglione) di “nuova formazione“, un battaglione di “giovani attivisti” formotasi nel Mali settentrionale.

Il “Battaglione di Quelli che Firmano col Sangue” (كتيبة الموقعين بالدم).

Eppure l’Algeria aveva chiuso le frontiere col Mali quasi subito, il 14 gennaio.

Le frontiere nel Sahara sono poca cosa, si dirà.

Ma Mokhtar Belmokhtar non è esattamente ciò che si può definire una “novità”.

Trattasi di uno dei capi storici di AQIM.

Riprendiamo il nostro Jeremy H. Keenan, un “non esattamente sprovveduto” rispetto al tema della “Guerra al terrorismo” nel Sahara-Sahel.

Su Open Democracy, un think tank “non esattamente complottista”, Keenan scrive (25 settembre 2012):

I tre leader di AQMI nel Sahara, Abdelhamid Abou Zaid, Yahia Djouadi e Mokhtar Belmokhtar (hanno molti soprannomi), sono stati e sono tuttora agenti del DRS [cioè il Département du Renseignement et de la Sécurité algerino, it.: Dipartimento di informazione e sicurezza, DIS]. Sono responsabili del rapimento di oltre 60 ostaggi occidentali (due sono stati uccisi e due sono morti) e della maggior parte degli altri attacchi terroristici perpetrati nella regione del Sahara-Sahel negli ultimi anni. Questa è una cosa che molte intelligence sanno bene.

Per chi legge in inglese (dicembre 2012): How Washington helped foster the Islamist uprising in Mali.

Potete leggere anche qui per diffidare di chi farà una facile equazione con la Siria.

qui per avere un certo background.

Il terzo (flas flag 2) è la continuazione del precedente:

Gli americani ripetono fino quasi a morirne che l’attacco è orchestrato da al-Qa’ida.

Al-Qa’ida quale?

Nell’area ci sono due formazioni legate in qualche forma ad al-Qa’ida: al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) e Movimento per il tawhid e il Jihad nell’Africa Occidentale (si usa l’acronimo MUJAO).

La seconda è una scissione della prima.

Ma questo commando non fa parte né dell’una né dell’altra.

Uno fra i mille siti che fanno monitoraggio del jihadismo mondiale, Jihadica, ci racconta che Mokhtar Belmokhtar, cioè colui che parla a nome di questi salnguinolenti firmatari,  è stato sospeso da AQMI nell’ottobre 2011.

Questi però sarebbe ancora collegato con al-Qa’ida “centrale”, cioè quella organizzazione che ha base nel Waziristan, a cavallo fra Pakistan e Afghanistan.

Quindi nel Sahara-Sahel avremmo tre formazioni qaidiste, in una qualche relazione – di scontro o di alleanza – fra loro.

Secondo DEBKA (sempre da prendere con le molle ma stavolta riprende una fonte mauritana che non ho ritrovato) Mokhtar Belmokhtar, che noi conosciamo per essere collegato coi servizi di sicurezza algerini e che da sempre viene snobbato da “al-Qa’ida centrale”, oltre a chiedere la cacciata dei francesi dal Mali chiede la liberazione dello “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman, il responsabile del primo attacco al World Trade Center di New York, tuttora in carcere negli Stati Uniti.

Una richiesta che suona davvero ridicola per il suo anacronismo.

Pensate che, a suo tempo, se n’è interessato anche l’attuale Presidente egiziano, Mohamed Morsi.

I combattenti del commando di In Amenas sarebbero una “brigata internazionale”.

Sarebbe un commando “vecchio stile”, insomma, reclutato in Mali.

Che però conosce benissimo In Amenas al punto che, come dice un ex ostaggio algerino: “non sono andati nel sito dell’algerina Gtp, né in quello dell’italiana Sarpi, vuoti al momento dell’attacco”. I terroristi, secondo lui, “avevano delle complicità all’interno perché conoscevano le camere degli stranieri e tutti i dettagli sul funzionamento della base”.

Mokhtar Belmokhtar, quindi, diventa il capo di un gruppo qaidista decisamente “retro” che ha contatti con al-Qa’ida centrale. Fa attaccare (perché lui non ci va, a In Amenas) una istallazione economica strategica per l’Algeria in un’operazione che sulle prime si configura come il più importante sequestro mai avvenuto nell’area e subito dopo come una grande carneficina di ostaggi e terroristi. Chiede ai francesi di andarsene dal Mali ma anche di liberare Omar Abd el-Rahman.

Perché a me suona così finto?

La somma delle riflessioni di Declich ci conduce alle ultime righe del primo articolo, che da AQIM ci porta fino alla guerra civile in Siria:

Bene, ho scritto tutto questo per un motivo preciso, ovvero per raccontare come sia tutto sommato facile infiltrarsi in un’organizzazione terroristica jihadista.

E quale sia la relazione perversa fra jihadismo e “occidente”.

Il jihadismo si nutre di retorica antioccidentale, l’occidente si nutre di jihadismo.

Queste organizzazioni esistono, nascono da sé, e poi vengono infiltrate ed eterodirette.

Non è facile, invece, infiltrarsi in movimenti di liberazione, in rivoluzioni, in movimenti.

Questo ci porta in Siria e ci spiega perché il fiorire del jihadismo non può che essere considerato una “manna dal cielo” per chi, fino a oggi, è stato alla finestra a guardare una manica di criminali massacrare civili inermi.

Senza jihadisti, possibilmente infiltrati, non si può controllare la Siria di domani.

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One thought on “Verità scomode su al-Qa’ida nel Maghreb Islamico. E sui rapporti tra jihadismo e Occidente

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