Bugie, secessioni e tanto petrolio. Quel che rimane dell’Iraq

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dell’alto, ci accorgiamo che la guerra non è mai finita. Ha solo cambiato protagonisti e bersagli. A un anno dal ritiro del grosso delle truppe americane e dopo altri nove di occupazione, continuano le lotte di potere tra gruppi politici, etnici e religiosi e si profila la possibilità di elezioni anticipate prima dello scadere della legislatura, nel 2014. O peggio ancora, di una tripartizione curdo-sunnito-sciita del Paese.

L’Iraq nel 2012

Dopo Saddam doveva essere democrazia, ma la realtà è ben diversa. I più recenti dati di Human Rights Watch parlano di libertà personali e collettive negate, abusi su popolazione e minoranze, permanente divisione del Paese in tre aree etnico-religiose.
Gli attentati terroristici si moltiplicano: 325 morti e oltre 700 feriti a luglio. 365 uccisi e 683 feriti nel solo mese di settembre. Nello stesso mese, la condanna a morte in contumacia dell’ex vicepresidente iracheno, il sunnita Tariq al-Hashemi, colpevole di avere organizzato con gruppi terroristici sunniti oltre 150 attentati e omicidi tra il 2005 e il 2011 contro politici e funzionari sciiti del governo di Maliki. Hashemi, fuggito dall’Iraq, si trova ora in Turchia, che rifiuta di concederne l’estradizione a Baghdad.
Resta irrisolta la questione curda, rimasta più o meno silente dal 1992. Anche se il Kurdistan ha una produzione giornaliera di soli 1.000 barili, il Governo autonomo ha stipulato oltre 40 contratti per l’estrazione e l’esportazione autonoma del petrolio contro la volontà del governo centrale, che li ha definiti illegali.
Per finire, in dicembre il Presidente Jalal Talabani, impegnato in una difficile mediazione tra sunniti, sciiti e curdi, è stato colpito da un ictus, cadendo in uno stato di coma profondo.

Il conflitto settario

Tra tutti i paesi del Medio Oriente l’Iraq è quello che ospita al suo interno il maggior numero di minoranze – di cui i sunniti rappresentano chiaramente la punta di diamante -, i cui diritti vengono sistematicamente ignorati. Ragion per cui la deriva settaria del malcontento della popolazione rischia di infiammare un quadro già acceso.
Dal 23 dicembre infiammano le manifestazioni della minoranza sunnita, che accusa il primo ministro Nuri al-Maliki d’incompetenza nella gestione dei servizi pubblici e denuncia la legislazione antiterrorista da cui si sente presa di mira. L’argomento secessione non è più un tabù. Le proteste di massa nel governatorato di Anbar hanno dato origine l’idea di uno “Stato dell’Iraq occidentale” che comprenda popolazione sunnita del Paese.
La primavera confessionale irachena si articola sulle richieste dei manifestanti sunniti (qui in arabo) formulate in 15 punti, sui quali spicca l’istituzione di una “regione sunnita secondo la Costituzione”, a cui segue la caduta del governo Maliki nel caso di rifiuto all’accoglimento di tale istanza. Già lo scorso aprile fonti kuwaitiane (in arabo) rivelavano che Hashemi aveva sostenuto la formazione di una cosiddetta “Grande regione sunnita”  che comprendesse le province di Tikrit, Mosul, Anbar e Diyala. La quale potrebbe essere una delle ragioni, al di là di quelle ufficiali, della sua estromissione e persecuzione da parte del governo Maliki. Secondo altre fonti, Hashemi – definito un burattino nelle mani del governo turco – avrebbe elargito 4 milioni di dollari ai capi tribù delle suddette province per continuare le manifestazioni di piazza.
Negli stessi giorni è tornato a farsi vivo anche Ezzat Ibrahim ad-Duri, ex vicepresidente del Consiglio del comando della rivoluzione dei tempi di Saddam, ultimo ex uomo forte del passato regime e tuttora latitante, dando il suo sostegno alle manifestazioni antigovernative sunnite e lasciando intendere che Maliki è una burattino nelle mani dall’Iran.
La partita irachena non si gioca più solo nei palazzi del potere, ma anche nelle piazze e con le tende. E nel prossimo futuro anche con le armi, se è vero che in novembre è nato lEsercito libero dell’Iraq, fotocopia dell’omologo siriano. I suoi uomini dicono di voler abbattere il “potere sciita” nel Paese e “combattere l’influenza dell’Iran” nella regione. Nessun riferimento a libertà e diritti.
Il giornalista Latif Alsaadi ricorda:

Tutti questi problemi sono comunque la conseguenza della base politica costituzionale, su cui si è mosso il processo politico seguente, e della realtà creata dopo l’occupazione dal plenipotenziario americano Bremer e dal Governo da lui diretto.
Con lui si è fondata la distribuzione del potere su base etnica e settaria e si sono formati, “in nome” della democrazia e del processo democratico, nuovi potenti interessi. Sempre su questa base è stata modificata la legge elettorale con cui si è andati alle elezioni del 2010, in seguito alle quali, stante anche la presenza di una costituzione malata, si sono consolidati interessi selvaggi e legati ad un potere autoritario.
Tale legge infatti ha attribuito gli oltre due milioni di voti delle forze sconfitte ai partiti più forti e grandi, col risultato che molti sono entrati in parlamento senza essere stati votati.

La questione curda

E poi ci sono i curdi. Il Kurdistan gode di un certo grado di autonomia nell’area a nord del Paese, ma l’atmosfera di apparente cooperazione col governo centrale si è parecchio incrinata nell’ultimo periodo.Le polemiche con Baghdad ruotano intorno a due questioni: l’applicazione dell’art. 140 della Costituzione in merito alla giurisdizione su alcune aree contese (come le province di Kirkuk, Salah’din, Ninive e Diyala) e la divisione degli utili del petrolio. Centrale, in entrambi i casi, è la posizione di Kirkuk, città nei cui paraggi viene estratto il 20% di tutto il petrolio iracheno.
Sul primo punto, l’accordo col governo Maliki prevedeva che alle popolazioni locali venisse concesso di decidere se stare con il Governo Regionale Curdo o no, ma Baghdad ha preferito inviare un contingente armato verso i confini del Kurdistan – la Forza operativa Dijlah, allo scopo di controllare le suddette località, anche se formalmente con la finalità di combattere il terrorismo. Sul secondo, ai curdi spetterebbe 17% dei proventi petroliferi, ma non siamo mai andati oltre il 13%-14% a causa dei tagli imposti da Baghdad.
Come nella contesa tra sunniti e sciiti, il braccio di ferro tra curdi e governo centrale interessi molto concreti. Globalist:

La controversia in merito alla sovranità territoriale tra governo centrale e KGR ha, infatti, multiple sfaccettature. Da un lato alle diatribe politiche tra Baghdad ed Erbil è sottesa una spaccatura tra arabi e curdi che potrebbe riaprire contraddizioni di natura etnica all’interno del Paese, dall’altro un ruolo importante è giocato dagli alleati internazionali delle due parti. A seguito della ritirata delle truppe statunitensi, sia il governo centrale sia il KGR hanno cercato di ricalibrare a proprio favore i rapporti di forza interni. In questo senso il governo al Maliki ha tentato un riposizionamento sull’asse sciita al fianco dell’Iran mentre il governo di Barzani ha lavorato per apparire un partner credibile per gli investitori esteri.

Gli investimenti stranieri nel settore petrolifero iracheno sono diretti perlopiù in Kurdistan o nelle provincie contese e per quanto durante l’estate il governo di al Maliki abbia cercato di riprendere la gestione delle concessioni anche minacciando le compagnie petrolifere, Barzani mantiene salda la sua posizione ed ha reso noto il progetto di un oleodotto curdo verso la Turchia che estrometterebbe completamente il governo iracheno dalla gestione degli impianti. L’alleanza con attori internazionali, e in particolar modo con Ankara, ha, però, obbligato il KGR a rilanciare il proprio protagonismo nell’area e ad esprimersi anche su questioni come la guerra in Siria, foriere di dissidi a livello interno. Nel caso specifico Baghdad ed Erbil si trovano su fronti opposti. Al Maliki sostiene gli al-Assad mentre Barzani ha dato rifugio a molti profughi siriani e ha creato forti legami con il Consiglio Nazionale Siriano (CNS).

In questo contesto un eventuale conflitto interno tra curdi ed arabi non solo renderebbe palese il fallimento del processo di unificazione nazionale dell’Iraq, ma avrebbe anche conseguenze che travalicano i confini del Paese e che potrebbero aggiungere elementi di instabilità alla regione.

In quest’ottica, il Kurdistan vuole internazionalizzare la sua lotta per assumere un ruolo chiave nel quadro geopolitico regionale.
Se da un lato il governatore curdo Erbil ha intrapreso una serie di iniziative di lotta “interne”, come la sospensione delle proprie forniture a Baghdad quale arma di negoziato, dall’altro ha alzato lo sguardo oltreconfine stringendo accordi di esplorazioni con le maggior compagnie petrolifere mondiali. Uno su tutti – quello con Exxon Mobil -, ha complicato estremamente le relazioni tra il governo autonomo e la compagnia statunitense, da una parte, e le autorità irachene, dall’altra. Il pericolo rappresentato da questa mossa si spiega in due effetti: le Big Oil sembrano ora pronte a rischiare l’ira di Baghdad pur di guadagnare una posizione in Kurdistan, mentre la regione sembra acquistare, in questo modo, sempre maggiore autonomia di manovra.
Il controllo sull’Iraq passa per la frammentazione del tessuto politico, sociale ed economico che lo costituisce. Perché l’Iraq odierno non è che questo: un Paese incatenato da forze politiche ed economiche che ne inibiscono la crescita, continuando però a sfruttare le sue risorse energetiche.
Sarà anche per questo che, da qualche tempo, i media internazionali danno grande rilevanza al Kurdistan iracheno, mentre i diritti di oltre 20 milioni di curdi che vivono in Turchia non sembrano meritare lo stesso spazio (parentesi: per un background completo sulla questione curda si veda Limes).

Il futuro che non c’è

Per la Banca Mondiale l’Iraq un Paese ancora da tutto da ricostruireLe risorse per farlo ci sarebbero, in teoria. In pratica, in cima all’agenda del governo questo punto pare non esserci. Nel 2013 Baghdad avrà a disposizione il più grande bilancio della storia del Paese, forte dei 118,6 miliardi di dollari previsti dai proventi del petrolio. Ma a beneficiarne non saranno i cittadini: la fetta più grande della torta è destinata infatti a incrementare la produzione di greggio, a rafforzare la sicurezza e la difesa, e a soddisfare tutte le esigenze dell’ufficio del primo ministro. La ricostruzione, dunque, dovrà ancora attendere.
Senza contare le inefficienze e disuguaglianze direttamente imputabili alla corruzione, che in Iraq coinvolge tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Per finire, anche la verità – prima e l’ultima vittima dell’invasione irachena – dovrà attendere. Il giorno di Natale, le famiglie dei militari americani e britannici coinvolti nell’invasione del 2003 hanno appreso che la declassificazione di alcuni messaggi privati intercorsi tra l’allora premier Tony Blair e il presidente USA George W. Bush è stata nuovamente rimandata: doveva essere pronta quasi due anni fa, poi nel 2012 e ora prossima data utile sembra essere fine 2013, forse l’inizio del 2014. Colpa delle resistenze incontrate tra le fila del governo inglese.
A dieci anni di distanza, ci sono segreti (di Pulcinella) che non possono ancora essere svelati.

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