Armi libiche spedite in Siria. Cosa nasconde l’assalto di Bengasi

Un pool di analisti indipendenti è giunto alla conclusione che l’assalto al consolato americano di Bengasi nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens è stato reso possibile da una sistematica disorganizzazione e da condizioni di sicurezza totalmente inadeguate. Qui il rapporto completo. La sintesi de Il Post:

Nel proprio rapporto, la commissione ricorda che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese. L’intelligence è inoltre accusata di essersi dedicata all’analisi di singoli pericoli per i funzionari statunitensi in Libia senza tenere in considerazione un quadro più generale, dal quale emergeva con una certa evidenza il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Il rapporto cita come esempio diversi episodi avvenuti a Bengasi mesi prima dell’11 settembre come il crescente numero di omicidi, un attacco a un convoglio britannico e l’esplosione di un ordigno all’esterno di uno dei palazzi della missione diplomatica statunitense in Libia. Nei risultati dell’indagine ci sono anche critiche evidenti contro due uffici del Dipartimento, incaricati della sicurezza dei diplomatici statunitensi (“Diplomatic Security”) e dei rapporti con il vicino Oriente (“Near Eastern Affairs”), accusati di non essersi coordinati a sufficienza. Diversi funzionari sono stati anche accusati di avere svolto con scarsa efficacia le mansioni che erano state loro assegnate. Nella versione resa pubblica dell’indagine non ci sono comunque riferimenti a persone specifiche.

Chi ha negato aiuto?

Già qualche settimana fa Fox News ha rivelato che, durante l’assalto, gli uomini della CIA a Bengasi avevano chiesto rinforzi, ma qualcuno li ha negati. Secondo alcune voci, il presidente Obama avrebbe addirittura osservato l’attacco in tempo reale tramite le riprese dei droni dall’alto.

Nelle settimane seguenti, Limes ha rivelato che almeno una dozzina di velivoli da combattimento ha attraversato l’oceano nei giorni successivi all’assalto di Bengasi in direzione delle basi in Sicilia e a Creta. Gli Stati Uniti si tengono pronti per un attacco in Libia, ma l’operazione comporta rischi per almeno quattro motivi: non sa ancora bene chi colpire; c’è il rischio di alienarsi l’appoggio della Libia; manca una copertura legale per l’operazione; si potrebbe lasciare ai libici l’onere di occuparsi delle minacce libiche.

L’indagine indipendente commissionata dal Dipartimento di Stato ha già fatto cadere alcune teste. In seguito alla diffusione del rapporto, il responsabile della sicurezza per il corpo diplomatico del Dipartimento di stato americano, Eric Boswell, ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato. Secondo AP, si sono anche dimessi anche altri due funzionari del Dipartimento.

Il caso Petraeus

Inutile ricordare che le dimissioni più illustri sono state quelle del generale David Petraeus. Ufficialmente, l’uscita di scena di Petraeus è stata la conseguenza di un’indagine dell’FBI che voleva verificare una presunta violazione della sua casella email: sono state trovate così le missive con la sua biografa Paula Broadwell. Un terremoto partito dalle mail minatorie che la sua amante inviava a un’altra donna, percepita come una minaccia per la sua relazione. Il fatto è che i primi sospetti di una relazione con la Broadwell erano emersi già qualche mese fa; eppure il caso è scoppiato solo a novembre. Petraeus (qui la sua biografia mediatica) era un perfetto capro espiatorio nella vicenda dell’attacco dei jihadisti al consolato di Bengasi, utilizzando la giustificazione del tradimento coniugale tenuta a lungo nel cassetto. All’interno dell’agenzia si era fatto molti nemici, tutti avevano notato la sua assenza ai funerali di Stevens. Nella sua testimonianza, il generale ha puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto CIA sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico.

Armi libiche verso la Siria

In realtà, c’è un motivo per cui tutti i rapporti che sull’affaire Bengasi sono così confusi. Oggi si sa che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della CIA, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso il consolato (ammesso che fosse davvero un consolato). Gli altri erano in forza al Dipartimento di Stato. La missione, iniziata già poco dopo lo scoppio della rivolta nel febbraio 2011, aveva l’obiettivo di svolgere operazioni di antiterrorismo, oltre che di mettere in sicurezza gli armamenti pesanti rimasti (in)custoditi negli arsenali gheddafiani per evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli. Tuttavia quelle armi non sarebbero rimaste inutilizzate, poiché ci sono anche prove che i funzionari USA – in particolare, proprio l’ambasciatore Stevens – fossero a conoscenza dei flussi di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.

Ad esempio, si pensa ci sia qualche legame tra l’attentato di Bengasi e una nave libica con un carico di missili antiaerei SA-7-da 400 tonnellate, ancorata nel sud della Turchia, pronta per essere spedita ai ribelli siriani. L’uomo che ha organizzato la spedizione sarebbe Abdelhakim Belhadj, già noto alle cronache e collaboratore di Stevens durante la rivoluzione. Secondo Fox News, l’ultima riunione di Stevens prima di morire è stata con il console turco Ali Sait Akin per negoziare il trasferimento di tale carico. Poiché i funzionari intorno a Stevens erano quasi tutti agenti della CIA, l’agenzia di spionaggio era certamente a conoscenza del traffico di armi made in USA verso la Siria. E oggi si sa che i ribelli in lotta contro Assad sono composti in realtà al 95% da combattenti stranieri, anche qui con folte schiere di jihadisti al seguito (quiquiquiquiquiquiquiquiqui e qui), benché la presenza di al-Qa’ida sia ancora limitata (qui, qui e qui).

 

Molti hanno ipotizzato che la mancanza di misure di sicurezza adeguate fosse dovuta alla necessità per la CIA di mantenere un profilo basso, al fine di proteggere la propria copertura. I fatti hanno poi dimostrato come queste precauzioni sarebbero state necessarie tanto per l’ambasciatore Stevens quanto per la copertura stessa.

2 thoughts on “Armi libiche spedite in Siria. Cosa nasconde l’assalto di Bengasi

  1. Pingback: Armi libiche spedite in Siria. Cosa nasconde l’assalto di Bengasi « Osservatorio Medio (vicino) Oriente

  2. che la cia trasferissese armi dalla libia alla siria per i irbelli antiassad era un segreto di pulcinella , come si sapeva che armi dalla sardegna provenienti dai sequestri nei balcani durante il conflitto nella ex jugo furono trasferite in sardegna e consegnate al cnt per abbattere il governo libico utilizzando una minoranza debitamente organizzata e sponsorizzata…. quello che non sisapra mai è che fine ha fatto la maggior parte delle armi terra aria e terra terra che la libia possedeva e che sembrano essere sparite nel deserto….forse al seguito di saadi al qathafi in niger ?

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