La guerra in Libia non è ancora finita

In questi giorni la città libica di Bani Walid, sulla costa nord-occidentale del Paese, un tempo fortezza del colonnello Gheddafi e la cui popolazione appartiene quasi totalmente alla tribù dei Warfallah, è stretta sotto assedio da parte delle forze governative.
La città si era proclamata indipendente de facto nei mesi scorsi, ma adesso il nuovo governo di Tripoli pare deciso a riprenderne il controllo. Molto probabilmente perché la località è divenuta un covo di ricercati per crimini commessi durante la guerra civile, almeno secondo la versione delle autorità.

Un ampio resoconto degli ultimi fatti si trova su Altrenotizie:

Secondo i resoconti dei media occidentali, Bani Walid non sarebbe mai stata completamente “liberata” dai guerriglieri, nonostante la città fosse stata dichiarata libera dalle forze legate al regime il 17 ottobre dello scorso anno, tre giorni prima dell’esecuzione di Gheddafi.
Le tensioni a Bani Walid erano in ogni caso tornate a riaccendersi pericolosamente lo scorso 25 settembre, quando il parlamento di Tripoli (Congresso Generale Nazionale) aveva ordinato ai ministri della Difesa e degli Interni di trovare, anche con l’uso della forza, i responsabili del rapimento e dell’uccisione del 22enne Omran ben Shaaban.
Quest’ultimo era un ex ribelle che aveva individuato Gheddafi a Sirte dopo che il suo convoglio era stato colpito da un bombardamento NATO mentre cercava di lasciare la città sotto assedio. Shaaban era stato rapito a luglio a Bani Walid e, nel tentativo di fuggire ai suoi sequestratori, era stato raggiunto da due colpi di arma da fuoco. Successivamente Shaaban è stato liberato grazie all’intervento del presidente del Congresso, Mohamed Magarief, ma è comunque deceduto in un ospedale francese dove era stato trasferito.
Dai primi di ottobre, dunque, le milizie di Misurata e di altre località libiche hanno cominciato a circondare la città, mettendola sotto assedio dopo il fallito tentativo di trovare un accordo con i capi tribali. Le milizie hanno a lungo impedito le forniture di beni di prima necessità, così come l’evacuazione dei civili, mentre la Croce Rossa ha ottenuto il via libera per accedere
 agli ospedali solo il 10 ottobre scorso.

La punizione indiscriminata inflitta alla popolazione di una città che ha rappresentato una roccaforte del regime di Gheddafi fino alla fine testimonia ancora una volta la natura delle forze sulle quali i paesi occidentali hanno fatto affidamento per rovesciare il rais. I presunti “liberatori” della Libia, come hanno messo in luce svariate ricerche sul campo condotte dalle più autorevoli organizzazioni umanitarie, si erano infatti ben presto distinti per le innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse, comprese esecuzioni sommarie, torture e detenzioni di massa senza accuse né processi.
A sollevare sospetti inquietanti sui metodi impiegati dagli ex ribelli a Bani Walid sono stati alcuni medici che operano negli ospedali della città, i quali hanno raccontato l’arrivo nelle loro strutture di feriti civili che presentavano sintomi tali da far pensare all’uso da parte delle milizie di armi con gas velenosi.

La città è senza luce né gas. Secondo Marinella Correggia (le cui analisi sono sempre da prendere con le molle…) l’ospedale è al collasso. Le famiglie sono in fuga dalle violenze. Almeno 22 persone sono state uccise la scorsa settimana e un centinaio ferite, ma secondo al-Jazeera i morti sarebbero 200.
L’esercito dichiara di controllare l’85% della città.
C’è poi il giallo che riguarda Khamis, il più giovane dei figli di Gheddafi, dato per morto quattro volte (l’ultima, ufficialmente, nell’estate 2011), secondo un rapporto deceduto due giorni fa e invece, secondo alcuni voci, ancora vivo e vegeto.
Tra tanti dubbi, l’unica certezza è che a un anno dalla fine della guerra civile la Libia non è ancora pacificata.

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