Dietro i negoziati tra Colombia e FARC

Questa settimana sono ufficialmente iniziati ad Oslo i negoziati tra il governo della Colombia e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejercito del Pueblo (FARC), per porre fine a un conflitto che dura dal 1964. Al tavolo, oltre ai garanti di differenti nazionalità (norvegesi, cubani, cileni e venezuelani) siederanno dieci rappresentanti del governo di Bogotà e dieci delle FARC. L’occasione è unica e offre un reciproco vantaggio per le parti: alle FARC, l’opportunità di lasciarsi alle spalle la propria identità di gruppo terrorista, per proporsi come forza politica nel panorama colombiano; al presidente Juan Manuel Santos, un successo di prestigio in vista delle prossime elezioni.
La trattativa dovrà essere condotta con attenzione per non ripetere gli errori commessi in passato. Tuttavia, come sempre in questi casi, l’ottimismo è d’obbligo.

Bogotà non è mai stata vicina alla pace come adesso. Le FARC, indebolite dalle ultime operazioni militari del governo – costate la vita ad alcuni dei suoi comandati -, e spaccate all’interno da contrasti tra la leadership centrale e quelle periferiche, hanno accettato di sedersi al tavolo dei negoziati anche senza un formale cessate il fuoco. Inoltre, la presenza di Paesi esterni – alcuni denotati da affinità ideologiche col gruppo, come Cuba e Venezuela – e la cornice di Oslo sono ulteriori elementi che contribuiscono a placare la tensione. Ma che allo stesso tempo potrebbero rendere il processo di pace più complicato.

Innanzitutto, il declino delle FARC, prima ancora che strategico-militare, è politico. Fino a poco tempo fa, la più antica formazione guerrigliera dell’America Latina ha costruito la sua fama sulla retorica della lotta in favore dei contadini contro i soprusi dello Stato centrale. Oggi, però, la giustificazione marxista non funziona più. La scelta del gruppo di accettare un negoziato di pace segue una serie di segnali del fatto che i ceti popolari non simpatizzano né sostengono più la sua causa. Lo scorso dicembre, ad esempio, centinaia di migliaia di colombiani hanno protestato contro le FARC per l’uccisione di quattro ostaggi detenuti dal gruppo per oltre un decennio. In risposta alla crescente pressione popolare, nel mese di febbraio il leader Timoleon Jimenez (detto Timochenko), ha annunciato che le FARC avrebbero abbandonato sequestri di persona a scopo di estorsione. Anche le comunità indigene hanno espresso la propria frustrazione per i brutali metodi di reclutamento non tanto per la guerriglia armata, quanto per garantirsi sempre nuova manodopera per le miniere illegali (soprattutto d’oro), seconda fonte di finanziamento del gruppo dopo il narcotraffico.

Il declino politico del gruppo ha portato altresì ad una progressiva perdita di coesione: prova ne è il rifiuto di alcuni comandanti di locali di partecipare ai colloqui di Oslo al fianco di Timochenko.
Negli ultimi anni, e in particolare dal 2003, le FARC si sono trovate nella necessità di adottare una struttura meno centralizzata. L’offensiva militare intrapresa dall’allora presidente Alvaro Uribe solo un anno prima stava mettendo il gruppo con le spalle al muro, pertanto il gruppo decise di assegnare sempre maggiore autonomia alle milizie locali, creando così dei centri decisionali e operativi più snelli ed efficienti. Ma questo portò ad una crescente difficoltà di comunicazione tra il centro e le periferie, reso ancora più difficoltoso dal lavoro dell’intelligence governativa volto ad intercettare e disturbare i messaggi tra il comando centrale e le sue varie postazioni logistiche. Benché il centro abbia sempre mantenuto il controllo sui comandanti locali (anche punendo quelli disobbedienti), diversi i messaggi a firma di Alfonso Cano, alla guida delle FARC dal 2008 alla fine del 2011 (quando fu ucciso dall’esercito regolare), scritti  tra il 2005 e il 2007 e  intercettati dalle autorità, confermano le difficoltà dei guerriglieri di mantenere i contatti tra il comando centrale e le varie diramazioni logistiche.
Il decentramento delle FARC lascia qualche dubbio sull’efficacia di un eventuale accordo di pace. E’ difficile pensare che sarà rispettato in misura uniforme, vista la contrarietà di alcuni comandanti locali ai negoziati. Inoltre, dopo la pace bisognerà porsi il problema del reinserimento del gruppo nella vita civile, non solo in quella politica. Alcuni generali – come lo stesso Timochenko – quasi sicuramente si lanceranno nell’arena politica, ma cosa faranno quelli che ne resteranno fuori? In particolare i vertici di medio livello attualmente coinvolti nel traffico di droga o nelle estrazioni minerarie, visti gli alti proventi di tali attività e senza contropartita, non hanno incentivi all’abbandono dell’illegalità.

Infine, il processo di pace ha importanti risvolti geopolitici. Niccolò Locatelli su Limes spiega perché Fidel Castro, leader di Cuba (paese garante con la Norvegia) e Hugo Chavez, appena rieletto alla guida del Venezuela (paese accompagnante con il Cile) avrebbero molto da guadagnare dal successo delle trattative:

Oltre all’incontro dello scorso agosto, dopo l’apertura formale dei colloqui a Oslo il resto della trattativa si svolgerà a Cuba. Per il regime – in particolare per Fidel Castro – sarebbe una vittoria diplomatica se il governo colombiano e la guerriglia di ispirazione marxista-leninista arrivassero a un accordo definitivo. Da poco dopo il trionfo della rivoluzione castrista (1959) alla fine della guerra fredda il governo comunista di L’Avana è stato considerato una minaccia alla pace e alla stabilità mondiale, per via dei suoi legami con l’Unione Sovietica e del suo attivismo economico, politico e militare, non confinato all’emisfero occidentale.
Il negoziato tra Farc e Bogotá, nel quale l’isola ha la stessa qualifica di un paese simbolo della pace come la Norvegia, è l’occasione per emendare questo giudizio. Venticinque anni dopo l’assegnazione del Nobel per la pace ad Oscar Arías e 50 anni dopo la crisi dei missili, Castro potrebbe avere un ruolo simile a quello del presidente costaricano, la cui mediazione fu decisiva per terminare i conflitti in America Centrale. Il líder máximo non ha mai avuto rapporti calorosi con le Farc e ha reso nota da anni (anche attraverso un libro) la sua opposizione al proseguimento della lotta armata. Per motivi anagrafici e di salute, è lecito ritenere che il processo di pace in Colombia sia una delle ultime grandi avventure di politica estera in cui si imbarca Cuba mentre Fidel è ancora in vita: se questi riuscisse a indirizzare le trattative verso il successo, il giudizio complessivo sulla sua figura non potrebbe non tenerne conto.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha aspirazioni solo in parte simili. Anche lui potrebbe rivendicare parte del merito di un’eventuale fine del conflitto colombiano: il suo nuovo atteggiamento nei confronti del governo della Colombia e delle Farc stesse da quando a Bogotá è stato eletto Juan Manuel Santos è evidente. Questo cambiamento deve molto all’ex ministro della Difesa di Uribe, che una volta divenuto presidente ha adottato una linea conciliatoria nei confronti di Caracas. D’altra parte, il mutato contesto internazionale ha spinto lo stesso Chávez a riavvicinarsi alla Colombia, data l’impossibilità di perseguire sogni di grandeur emisferica. Il Venezuela, una volta santuario delle Farc, è diventato in poco tempo un alleato del governo della Colombia, verso cui ha iniziato a estradare membri della guerriglia e narcotrafficanti.
In caso di successo del processo di pace, Chávez avrebbe quindi buon gioco a esaltare il ruolo del suo paese come facilitatore e mediatore-chiave. Otterrebbe così anch’egli, come Castro, una vittoria diplomatica con cui distrarre e consolare i fautori dell’ormai irrealizzabile (in politica estera) progetto bolivariano.
Il buon esito delle trattative tra Farc e governo della Colombia avrebbe per il Venezuela anche una decisiva ricaduta pratica: contribuirebbe al ritorno della pace e della stabilità lungo gli oltre 2 mila chilometri del confine. Su questa zona i rispettivi Stati faticano ad esercitare la loro autorità: il contrabbando è florido, guerriglie e paramilitari agiscono indisturbati, si moltiplicano le violazioni dei diritti umani patite dai civili; in Venezuela ci sono attualmente oltre 200 mila profughi colombiani, di cui solo una minoranza è stata ufficialmente accettata con lo status di rifugiato da Caracas.

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