Venezuela, per Chavez è una vittoria di Pirro

Per avere un quadro completo sulle recenti elezioni in Venezuela, si veda questo esauriente post su BloGlobal. Qui mi limito ad alcune considerazioni.

Dopo la sua rielezione, Hugo Chavez ha promesso di diventare un “presidente migliore” e di lavorare con l’opposizione per proseguire la rivoluzione bolivariana. Opposizione che stavolta non può neppure lamentarsi di presunti brogli: il sistema di voto è completamente automatizzato e lo scarto di dieci punti sullo sfidante Capriles non lascia spazio a dubbi sull’esito finale. Ad ogni modo, per Chavez si tratta di una conferma, ma non di un successo.

In primo luogo perché, al di là dei proclami infarciti di populismo (a cominciare dalla frase con cui ha inaugurato la sua campagna elettorale: “Nei prossimi 100 giorni saranno decisi i prossimi 100 anni del Venezuela… una rivoluzione non si misura in un anno o in dieci, ma nei secoli”), le sfide per il suo governo sono veramente tante. Linkiesta:

Chávez dovrà da subito affrontare tre dei problemi sottolineati dall’opposizione in campagna elettorale: l’inflazione galoppante a tassi di quasi il 30% all’anno; il debito pubblico, passato da 34 a 150 miliardi di dollari nell’ultimo decennio; e l’insicurezza. Con un tasso che oscilla, a seconda delle fonti, tra i 49 e i 67 omicidi ogni centomila abitanti, il Venezuela è uno dei paesi più violenti dell’America Latina. Gli esperti attribuiscono questa situazione alla corruzione, all’impunità e all’assenza delle istituzioni, della polizia e della giustizia, più che alla povertà o alla disuguaglianza sociale. Ma in un caso o nell’altro resta una situazione drammatica.

Infatti, il Venezuela è il paese latinoamericano con le minori differenze economiche tra ricchi e poveri, ma la violenza non diminuisce. La crescita venezuelana, in media del 2,25% nel 1999-2011, ha avuto storicamente alti e bassi estremi e dall’ultimo anno è in fase di recupero intorno al 5%, ma resta in gran parte dipendente dall’andamento dei prezzi del petrolio.

In secondo luogo, i dati del voto vanno interpretati. Maurizio Stefanini su Limes sottolinea che il 54,42% finale di Chavez è comunque la percentuale più bassa della sua storia politica: per essere una vittoria, in altre parole, è la “peggiore” da lui mai ottenuta. La chiave di lettura, secondo l’autore, sta nel fatto che il popolo chavista è stanco di alcuni aspetti del regime, ma identifica ancora l’opposizione con l’oligarchia che nei decenni precedenti aveva (mal)governato il Paese, pensando più agli interessi del Grande Vicino americano che a quelli del popolo venezuelano:

Può essere interessante raffrontare anche i 6.151.544 voti di Capriles con i 5.674.343 voti ottenuti dalle opposizioni nel suo complesso nel 2010, e i 7.444.082 di Chávez con i 5.423.324 del Psuv (per quanto riguarda i dati attuali, stiamo ancora lavorando con quelli provvisori, ma le risultanze sono comunque significative).

In pratica, sono stati gli elettori in più rispetto al 2010 a fare la differenza per Chávez. Sono dati che si prestano a letture forse più complesse rispetto al semplice dato pur importante che il presidente in carica, salute permettendo, governerà fino al 2019. A partire dal fatto che Capriles prospettava un risultato più testa a testa, ma Chávez insisteva che di voti ne avrebbe presi 10 milioni. Una prima considerazione è che il candidato dell’opposizione ha raccolto una quantità di voti record: molti di più di quelli con cui Chávez fu eletto nel 1998 e nel 2000, e anche più di quelli con cui vinse il referendum revocatorio del 2004. Ma, crescita demografica a parte, anche la partecipazione elettorale ormai in Venezuela è sempre più alta, e la mobilitazione degli oppositori non è ancora sufficiente a sostenere la sfida.

Una seconda considerazione è che una parte del “popolo chavista” da un po’ di tempo a questa parte sembra aver assunto una linea oscillante, che per esempio ha fatto vincere all’opposizione il referendum del 2007 e pareggiare le amministrative del 2008, per poi far vincere a Chávez l’altro referendum del 2009, dare all’opposizione la quasi vittoria alle politiche del 2010 e far vincere di nuovo a Chávez queste presidenziali. Vari sondaggi hanno evidenziato in Venezuela un forte settore di chavisti scontenti, che contesta vari aspetti del regime, ma d’altra parte non vuole che vada al potere un’opposizione ancora identificata con ”l’oligarchia”.

La strategia di questo segmento di popolazione sembra dunque essere quella di far mancare sistematicamente l’appoggio a Chávez nelle votazioni meno importanti, quasi a volergli dare degli avvertimenti; ma poi sostenerlo nelle occasioni decisive, in modo da mantenerlo comunque al potere.

Una novità importante, poi, non è tanto che Chávez ha espresso un “riconoscimento a tutti coloro che hanno votato contro di noi per la loro partecipazione e la dimostrazione civica che hanno dato, malgrado non siano d’accordo con il nostro progetto bolivariano”. È da quando ha il potere che il presidente è abituato a alternare toni distensivi con invettive, insulti e minacce; finora nessuna di queste aperture di dialogo è mai stata duratura.

La stampa occidentale  – che non lo ha mai amato – è solita liquidare Chavez come un classico populista, per via delle sue politiche di nazionalizzazione e dei rapporti di amicizia che lo legano ai vertici politici di Stati ostili agli USA quali Cuba, la Russia e soprattutto l’Iran di Ahmadi-Nejad. Ciò che questa definizione tralascia di considerare è che l’attuale presidente del Venezuela è il naturale prodotto della fallimentare stagione liberista seguita alla crisi del debito di inizio anni Ottanta.
Chavez aveva sì tentato di prendere il potere attraverso un colpo di Stato, ma è stato comunque eletto democraticamente, cavalcando il malcontento delle popolazioni e offrendo un’alternativa radicale alle politiche di privatizzazione e deregolamentazione che avevano favorito pochi a danno di tutti. Chavez è stato la risposta all’egemonia economica, finanziaria e diplomatica degli Stati Uniti in quell’America Latina che Washington vedeva un pò come il proprio giardino di casa.
In questo senso, un ruolo decisivo nell’ascesa politica di Chavez nel suo Paese – e, per estensione, di Caracas nel mondo – è stato svolto dal petrolio, di cui il Venezuela è dodicesimo produttore ed esportatore a livello globale, oltre ad essere primo per riserve accertate. Il boom dell’oro nero ha consentito al colonnello di comprare il consenso delle masse attraverso il welfare, rendendo così più efficace la continua e ossessiva retorica contro gli Stati Uniti e le istituzioni a loro vicine – come la Commissione interamericana dei diritti umani, che il presidente venezuelano ha più volte minacciato di espellere dal Paese. Poco importa che l’America sia comunque il primo partner commerciale di Caracas, particolare che Chavez omette sempre coscienziosamente di ricordare.

In terzo luogo, la precaria salute del presidente – che è praticamente un segreto di Stato – lascia il Venezuela in uno stato di profonda incertezza . Ufficialmente si sa solo che nel 2011 è stato operato di cancro ma che il tumore si è manifestato di nuovo. Al netto di apparizioni dal balcone presidenziale, canti popolari in pubblico e altre giovialità, negli ultimi mesi il colonnello Hugo ha trascorso più tempo a Cuba che a Caracas, il che lascia più di un dubbio sulle sue reali condizioni fisiche.
La recente attivazione del Consiglio di Stato, organo consultivo del governo previsto dalla Costituzione del 1999 ma rimasto sulla carta fino a poche settimane fa, composto dal vicepresidente Elías Jaua e da altri 5 membri, suggerisce una progressiva condivisione dei poteri tra Chavez e i suoi più stretti collaboratori, cosa che non avverrebbe se il presidente fosse in grado di dedicarsi al 100% alle funzioni di governo.
Inoltre, tempo fa il giornalista dissidente Nelson Bocaranda ha cercato di rompere il silenzio lasciando intendere che la scomparsa del presidente, o comunque la sua impossibilità di governare per un ulteriore mandato, siano eventualità all’ordine del giorno.

Con la fine terrena di Chávez anche la rivoluzione bolivariana sarebbe in forse, lasciando il Paese in balìa dell’aumento della violenza della corruzione ai più alti livelli e del narcotraffico, con il quale i vertici politico-militari di Caracas paiono essere legati a doppio filo.

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