Filippine, luci ed ombre dell’accordo tra governo e islamisti

Il 15 ottobre sarà firmato a Manila uno storico accordo di pace tra i ribelli islamici del Moro Islamic Liberation  Front (MILF), che dal 1978 combatte per una maggiore autonomia della parte meridionale delle Filippine, e il governo centrale. Già da alcuni giorni erano trapelate indiscrezioni sui colloqui in corso a Kuala Lampur (Malesia) per arrivare a un’intesa sulla spinosa questione di Mindanao, l’isola a maggioranza musulmana travagliata da un ultradecennale conflitto. La pace con il MILF rappresenta un successo per il presidente Benigno Aquino.
Secondo AsiaNews:

P. Angel Calvo, missionario clarettiano da quarant’anni nelle Filippine e membro dell’Interreligious Solidarity Movement for Peace a Zamboanga  afferma adAsiaNews: “Questo è un momento storico per l’isola di Mindanao a maggioranza musulmana. Il presidente Aquino ha dato grandi aspettative per il futuro. Anche se il documento non è stato ancora firmato, la popolazione è fiduciosa ed è convinta che questa sia la strada da percorrere per una pace definitiva nella regione”. Mindanao, che raccoglie la maggior parte delle risorse naturali del Paese, soprattutto miniere d’oro. Le poche società presenti hanno subito in questi anni di guerriglia continui attacchi da parte di gruppi armati e rapimenti a fondo di estorsione.  La possibilità di una fine del conflitto con i ribelli islamici rappresenta anche una grande opportunità economica per la popolazione, che potrà in futuro godere degli investimenti di Paesi stranieri e agganciarsi alla ripresa economica del Paese che ha una crescita annuale del 5,8%.

Tuttavia p. Calvo smorza parte degli entusiasmi e sottolinea che l’accordo è frutto di un compromesso. “Il Milf -afferma – rappresenta solo una parte del panorama estremista islamico che insanguina Mindanao dal 1972. Fra essi vi sono Abu Sayyaf, gruppo terrorista vicino ad al-Qaeda nato negli anni ’90 e il Bansamoro Islamic Freedom Fighetrs (Biff), gruppo creato nel 2011 da ex membri del Milf ostinati ad ottenere la piena indipendenza della regione”. Oggi il loro portavoce Abu Misri ha annunciato che il gruppo  “sosterrà tutto ciò che è utile per la popolazione di Mindanao ma solo se l’accordo porterà a una reale indipendenza della regione”.

La nuova regione autonoma di Bangsamoro sostituisce l’Autonomus Region in Muslim Mindanao (Armm) definita dallo stesso presidente un “esperimento fallito” che non ha fermato le violenze e ha permesso alle famiglie più potenti di arricchirsi. L’utilizzo del termine “Bangsamoro”, parola locale per identificare la comunità islamica, è un segno della volontà di Manila di riconoscere il dominio ancestrale delle terre da parte delle etnie di religione musulmana. La creazione della nuova regione semi-autonoma sarà sottoposta a referendum popolare. Il governo manterrà il controllo della difesa e della sicurezza, nonché la gestione della politica estera ed economica. Le parti daranno vita a un Comitato provvisorio per gestire la fase di transizione che dovrà supervisionare cinque province, tre città e sei comuni che faranno parte della regione autonoma.

 Lungo 13 pagine, il documento è frutto di mesi di incontri e consultazioni fra Milf, governo e membri della società civile, fra cui i rappresentanti della Chiesa cattolica, protestante e minoranze tribali. Esso prevede: il lento disarmo delle milizie armate, una nuova legge per le elezioni dei rappresentanti del governo locale e la possibilità di utilizzare la sharia per risolvere le controversie interne alla comunità musulmana. Fonti di AsiaNews avvertono che l’applicazione della legge islamica preoccupa la comunità cristiana e la Chiesa, che però non si è ancora pronunciata in via ufficiale. L’accordo prevede l’aggiunta di sei nuove città e diversi villaggi alle cinque province dell’attuale Armm: Zamboanga-Basilan – Sulu e Tawi Tawi. Fra i nuovi centri vi sono Cotabato e la città di Isabela, dove i cristiani sono circa il 50%.

La svolta nei rapporti fra governo e MILF si era già delineata nella scorsa primavera quando i delegati del gruppo armato avevano accettato un nuovo tipo di autonomia per la regione a maggioranza musulmana, invece della completa autonomia da Manila, come era nelle loro richieste da sempre.
Nel corso dei negoziati un aspetto di vitale importanza è stato lo sforzo di una costante verifica della costituzionalità di ogni richiesta, a riprova della volontà di pervenire ad un accordo nel pieno rispetto delle norme. Già nel 2008, infatti, il precedente governo di Gloria Arroyo era giunto ad un passo da un negoziato definitivo con i ribelli islamici, ma la nuova entità autonoma di Mindanao era stata giudicata incostituzionale dalla Corte suprema. La nuova unità amministrativa sarà istituita nel territorio già esistente, che include cinque province, due metropoli, 113 cittadine e 2.470 villaggi per un totale di oltre 4 milioni di abitanti.

Tuttavia, restano molti nodi da sciogliere per evitare un secondo fallimento con conseguenze ancora più gravi, come ammonito dal Moro National Liberation Front (MNLF), da cui il MILF si separò nel 1996 per divergenze interne.
Qui arriviamo al punto nodale: l‘accordo potrà veramente reggere? Se lo chiede Diplomat in una breve analisi, dove si sottolinea il decisivo ruolo dietro le quinte della Malesia, che nell’isola di Mindanao vede un’estensione del proprio dominio in virtù della comune fede musulmana.

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