Cina, Russia, USA. Il triangolo delle spie

La Guerra Fredda c’è ancora. La differenza è che oggi gli attori sono tre: a Stati Uniti e Russia si è aggiunta la Cina. E figura simbolo del conflitto a bassa intensità tra le grandi superpotenze non possono che essere loro: le spie.

Solo nell’ultimo anno i casi di spionaggio si sono moltiplicati. L’ultimo è di pochi giorni fa, in Texas, dove undici persone sono state accusate di spionaggio dopo il blitz che l’FBI ha condotto nei locali di una presunta società di copertura. Otto di loro sono state arrestate; le altre tre sono riuscite a fuggire e a rifugiarsi in Russia. L’accusa è quella di aver procurato tecnologia sensibile microelettronica al loro Paese. Alcuni investigatori di controspionaggio degli Stati Uniti sostengono che lo scopo sarebbe stato quello di utilizzare, per molteplici impieghi, gli hardware elettronici creati dalle imprese americane. Mosca, come da copione, nega le accuse.
E i russi non sono gli unici a frequentare gli ambienti americani nel tentativo di carpirne segreti, progetti e informazioni sensibili. Anche iraniani e cinesi sono presenti nel numero non ben definito di agenti stranieri che si nascondono tra le migliaia di normalissimi studenti americani nelle facoltà di scienze, tecnologie e ingegneria degli Stati Uniti.

In agosto Bryan Underwood, un diplomatico americano che aveva lavorato presso il consolato degli Stati Uniti nella città di Guangzhou tra il 2009 e il 2011, ha confessato di aver cercato di vendere informazioni segrete al governo cinese. Ma già nel novembre 2011 gli americani accusarono Mosca e Pechino di rubare i loro segreti industrialisecondo uno studio intitolato “Foreign spies stealing Us economic secrets in cyberspace” presentato al Congresso:

Il report cita solo Cina e Russia, pur sostenendo che siano decine i servizi di intelligence, le aziende, le istituzioni accademiche e i privati cittadini che spiano i segreti americani sul web. “I cinesi sono i più attivi e accaniti autori di spionaggio economico”, secondo lo studio americano.
Ma anche la Russia rappresenta una temibile minaccia: “I servizi di intelligence russi stanno conducendo una serie di attività per raccogliere informazioni industriali e tecnologiche da obiettivi selezionati negli Stati Uniti”, si legge nel report.
Lo studio americano ammette la difficoltà di capire chi veramente si celi dietro un cyber-attacco. Diverse aziende Usa hanno riferito di intrusioni nelle loro reti informatiche che hanno avuto origine in Cina, ma l’intelligence non riesce a risalire sempre ai diretti responsabili. Tuttavia, “Quando un attacco è molto sofisticato, noi presumiamo sempre che ci sia il coinvolgimento di un governo o di un servizio di spionaggio estero”, ha detto Bryant.
La National science foundation rivela che il governo, le università e le imprese americane hanno speso in ricerca e sviluppo 398 miliardi di dollari nel 2008. Ma non è possibile definire quanto di questo patrimonio sia rubato dalle cyber-spie. Per questo Bryant ha definito il cyber-spionaggio una “minaccia silenziosa per la nostra economia con risultati enormi: segreti commerciali sviluppati dopo migliaia di ore di lavoro dalle nostre menti più brillanti sono rubati e trasferiti alla concorrenza nel giro di secondi”.

Le spie cinesi sono operative anche nella Russia di Putin. In luglio Svyatoslav Bobyshev e Yevgeny Afanasyev, due professori universitari che nel complesso militare-affiliato all’Università Statale Baltic Tecnologica a San Pietroburgo, sono stati condannati a 12 anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver fornito le specifiche di lancio dei Bulava subacquei.
Anche qui, non si tratta del primo episodio. Nell’ottobre dello scorso anno, a una settimana esatta dalla visita a Pechino di Putin, il Servizio per la sicurezza statale (FSB, l’ex KGB) annunciò di aver catturato in flagrante una spia cinese mentre stava cercando di acquistare della documentazione top secret sulle tecnologie di produzione dei sistemi missilistici terra-aria S-300. In realtà l’arresto era avvenuto un anno prima, ma venne reso noto solo in prossimità dell’incontro tra l’allora primo ministro russo e Hu Jintao, incentrato sulla questione delle esportazioni di gas verso la Cina.

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