L’Italia piange Stazzema, ma rende onore al suo più feroce criminale di guerra

Strano Paese, l’Italia.
Il 1° ottobre la Procura di Stoccarda ha archiviato l’inchiesta per la strage nazista di Stazzema, costata la vita a 560 persone. L’archiviazione, secondo i magistrati, è stata motivata da due ragioni: non è più possibile stabilire il numero esatto delle vittime; era necessario per l’emissione di un atto di accusa che venisse comprovata per ogni singolo imputato la sua partecipazione alla strage. Dura la reazione della gente e di tutte le autorità, dal sindaco del piccolo comune in provincia di Lucca fino al presidente Napolitano.
Per l’ennesima volta la Germania sbatte contro il muro della vergogna, si è detto. Peccato che anche l’Italia abbia le sue colpe. Colpe che oggi non solo non nasconde, ma addirittura celebra.

L’11 agosto il comune di Affile (Lazio) ha inaugurato un un sacrario dedicato al Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ministro della Difesa di Salò. Impiegato nel Regio esercito italiano, nel ventennio fascista operò nella guerre coloniali italiane: nella “riconquista” della Libia (1921-1931) e durante la Guerra d’Etiopia e nella successiva repressione della guerriglia abissina (1935-1937). Venne inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra (per l’uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa), su richiesta dell’Etiopia ma non venne mai processato. Fu invece processato e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, ma scontati quattro mesi fu scarcerato.
Mentre la notizia ha suscitato lo sdegno della stampa internazionale (si vedano: BBC, El Pais, New York Times, Telegraph, National Turk), qui in Italia ci si è lamentati soprattutto sull’utilizzo di fondi pubblici per la realizzazione del monumento (127.000 euro, finanziati dalla Regione Lazio), mettendo in secondo piano che l’inaugurazione rappresenta non tanto uno spreco di soldi, quanto un’offesa all’Italia democratica.
La comunità non è però rimasta a guardare. A un mese dall’inaugurazione, l’opera è stata imbrattata da tre giovani con la scritta “Chiamate eroe un assassino“. Il 23 settembre ad Affile si è tenuta una manifestazione promossa dal Comitato “Affile antifascista”, intitolata “Non in mio nome”, accompagnata da un dibattito alla presenza, tra gli altri, del presidente della Comunità etiopica in Italia, Maluwork Ayele.
Dopo l’appello lanciato dal gruppo consiliare di SEL alla provincia di Roma e l’interrogazione parlamentare del senatore Vincenzo Maria Vita, alla fine anche la stampa nazionale ha cominciato ad occuparsi del risvolto storico-politico della questione. Da segnalare un articolo di Gian Antonio Stella, il quale, con la consueta incisività, vede la questione così:

Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Henry Bernard Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Ciò che meraviglia è che ancora oggi il nuovo mausoleo venga contestato ricordando le responsabilità di Graziani solo dentro la «nostra» storia. Perfino Nicola Zingaretti nel suo blog rinfaccia al maresciallo responsabilità soprattutto «casalinghe».

Fu lui, l’«eroe di Affile», a coordinare la deportazione dalla Cirenaica nel 1930 di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.
E fu ancora lui a scatenare nel ’37 la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».
I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi, che nel libro Il violino di Addis Abeba avrebbe raccontato con orrore: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».
Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope.

Saputo del monumento costato 127 mila euro e dedicato al maresciallo con una variante sull’iniziale progetto di erigere un mausoleo a tutti i morti di tutte le guerre, i discendenti dell’imperatore etiope, come ricorda il deputato Jean-Léonard Touadi autore di un’interrogazione parlamentare, hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un «incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio», ma che «ancora più spaventosa» è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia.
Rodolfo Graziani «eseguiva solo degli ordini»? Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa. Ma nessuno ha mai speso soldi della Regione Lazio per erigere loro un infame mausoleo.

Il problema non sono i soldi della Regione Lazio, già nel ciclone per le vergognose peripezie di Fiorito. E’ l’Italia che non ci fa una bella figura. Il blog Focus on the Horn, dopo aver raccolto una serie di dichiarazioni di sconcerto nel mondo accademico internazionale, si concentra sul problema irrisolto” del nostro passato coloniale, affermando che “è improbabile che tale palese amnesia storica aiuti la reputazione dell’Italia all’estero“, che “le sistematiche violazioni dei diritti umani nell’Africa Orientale Italiana non sono mai state sufficientemente riconosciute“, e che ancora oggi “molti italiani rimangono ignoranti” al riguardo. Gli autori concludono così:

forse le autorità italiane dovrebbero seguire il consiglio di Alex de Waal, uno dei promotori della recente apertura del Memoriale per i diritti umani dell’Unione Africana. “Lasciate che il mausoleo di Affile serva come un memoriale alle vittime dei suoi crimini … per ricordare che le barbarie di tali ideologie disumane non saranno più tollerate. Lasciate che questo monumento sia inciso con i nomi di almeno alcuni di coloro che sono morti per mano sua [di Graziani], e lasciate che il giudizio dei loro discendenti e dei rappresentanti sia distintamente visibile”.

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