La guerra tra Siria e Turchia non ci sarà

Dopo il bombardamento di ieri al confine tra Siria e Turchia, costato la vita ad una cittadina turca e ai suoi quattro bambini, i giornali hanno paventato la possibilità di una guerra aperta tra Damasco e Ankara.
L’ONU e la NATO hanno condannato l’episodio, ma nel contempo il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato il governo turco a non rompere i legami con quello siriano. La NATO sostiene la Turchia, Paese membro dotato esercito per dimensioni dell’Alleanza, ma in ogni caso una risposta collettiva all’azione militare della Siria non ci sarà. Non c’è possibilità che le forze occidentali intervengano nella guerra civile in Siria; il perché l’ho più volte spiegato in questi mesi.
Eppure il Parlamento di Ankara ha già dato il via libera allo svolgimento di operazioni militari lungo il confine con la Siria. Un provvedimento che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra, per quanto il viceministro turco si sia affrettato a smentire tale voce. Il confine turco-siriano è turbolento e, secondo quanto raccontato dall’ex agente della Cia Philip Giraldi, è frequentato dai servizi segreti di mezzo Occidente (non solo CIA) a supporto dei ribelli.

Di fatto, la Turchia è in guerra con la Siria già dall’inizio della sua rivolta interna. Ankara si è assunta da tempo l’onere di appoggiare la causa dei ribelli. Dobbiamo dunque aspettarci un nuovo conflitto in un Medio Oriente già in ebollizione? Razionalmente, no.
Lorenzo Trombetta su Limes spiega perché l’escalation militare non ci sarà:

Nell’ultimo anno la situazione in Siria si è fatta sempre più rovente dal punto di vista militare e la Turchia, membro della Nato, ha più volte fatto capire che non intende infilarsi nel ginepraio siriano. Nemmeno quando uno dei suoi jet è stato abbattuto da un missile terra-aria sparato dalla Siria.
La frontiera tra i due paesi è puntellata di regioni a maggioranza curda. Alcune sostengono la rivolta contro Damasco ma prendono le distanze dai ribelli arabi. Altri mantengono una posizione più defilata in attesa di capire chi sia il vincitore. Altri ancora, fedeli alla linea di quell’ala locale del Pkk dagli anni Ottanta cooptata dalla Siria in funzione anti-Ankara, sono ostili a ogni influenza turca nell’area. Nei giorni scorsi, due di questi miliziani sono stati uccisi in territorio siriano da fuoco turco: un altro episodio inedito che non ha però suscitato alcuna reazione a Damasco.
Ieri invece, le autorità siriane, per bocca del ministro dell’informazione Umran Zubi, hanno accusato implicitamente terroristi di aver sparato il mortaio letale in Turchia. Il ministro ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime e al popolo turco, definito “fratello e amico”, invitando Ankara a un atteggiamento “responsabile”. “Individueremo con esattezza l’origine dello sparo del colpo di mortaio”, ha detto Zubi, citato dall’agenzia ufficiale Sana, ammettendo poi che quel tratto di confine non è più sotto il controllo delle autorità e alludendo alla presenza di al Qaida (sic).
A Tall Abyad, cittadina frontaliera a due passi da Akcakale – la località turca colpita ieri dal mortaio – si è vissuto stanotte un misto di timore e speranza. Alcuni sperano che un blitz o un raid mirato turco possa aiutare i resistenti siriani ad avere la meglio sulle forze fedeli al presidente Bashar al Asad. Altri temono che l’esercito turco possa entrare via terra: le divise militari di Ankara non sono ben viste.

La Turchia non vuole la guerra aperta, anche perché tale evenienza danneggerebbe la sua (non più florida) economia. Eppure è coinvolta nel calderone siriano più di qualunque altro Paese al mondo, non soltanto per privilegio di territorio o per il crescente legame tra la crisi siriana e l’irrisolta questione curda.
Cosa vuole davvero Ankara – o meglio, il premier Erdogan?

Contrariamente a quanto da molti ipotizzato, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalle primavere arabe. Non è stata in grado di elevarsi a guida delle nuove generazioni nei Paesi in rivolta, ruolo a cui peraltro Ankara aspirava. Anche nella guerra libica ha mantenuto un profilo defilato, ancor più marginalizzato dall’attivismo del Qatar. Nella bagarre post rivoluzionaria, l’emiro al-Thani foraggiava la Fratellanza Musulmana in Tunisia ed Egitto; idem i sauditi con le frange salafite. In questo quadro la Turchia si è ritrovata tagliata fuori dalla lottizzazione del Medio Oriente neo-democratizzato (leggi: re-islamizzato), cancellando di fatto il dividendo politico che Erdogan si era guadagnato negli anni presso la regione – innanzitutto per il suo sostegno alla causa palestinese e per il conseguente contrasto con Israele, culminato nell’episodio della Mavi Marmara del 2010.
Favorire la caduta di Assad e il successivo insediamento di un regime sunnita è per Erdogan una missione. Per il premier turco la Siria rappresenta la possibilità (l’ultima, forse) di porsi alla guida dell’universo sunnita, riunendo la corrente maggioritaria dell’Islam sotto la sua egida. E difficilmente Erdogan rinuncerà a questa ambizione.

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