Cari Monti e Fornero, voi tecnici non avete salvato proprio nulla

In agosto il ministro Fornero ha affermato che “noi tecnici abbiamo salvato l’Italia, ora tocca alle imprese“. Pochi giorni prima Monti aveva sostenuto di vedere “la luce in fondo al tunnel” .
Tralasciamo per un attimo cosa ne pensano precari e esodati, e che al momento ciò che si vede alla fine del tunnel sono solo meno salari, meno consumi e meno compravendite immobiliari, e vediamo in concreto cosa è cambiato da quando il governo tecnico è salito al potere.

Partiamo da una premessa. Nell’estate dello scorso anno l’aumento immediato del famigerato spread sui Bund tedeschi ha rivelato la debolezza della nostra economia e della nostra finanza pubblica. Si è detto che l’Italia è troppo grande per fallire, ma allo stesso tempo è troppo grande per essere salvata.
C’è però un dato da considerare: il debito pubblico italiano è sempre stato molto elevato, eppure i mercati hanno decretato la pericolosità dei nostri squilibri solo da una quindicina di mesi a questa parte. Cosa era cambiato rispetto a prima? Quali ulteriori lacune erano emerse? Su questo punto le opinioni si sono subito divise. Ma tutte hanno avuto in comune il fatto di drammatizzare oltremodo la situazione – anche per ragioni di opportunità politica: senza lo spread, le opposizioni sarebbero mai riuscite detronizzare Berlusconi? In ogni caso, il risultato è stato quello di esasperare gli stereotipi di un’Italia sprecona, incapace, inefficiente e inaffidabile. Quelli che ci sono valsi un posto d’onore nel vituperato acronimo PIIGS.

Luoghi comuni a parte, i numeri mostrano una realtà ben diversa; i nostri conti non sono così disastrati come le pressioni dei mercati fanno pensare.
Un’analisi, originariamente pubblicata da Limes a firma dell’economista Pietro Modiano e riproposta da Linkiesta, restituisce un quadro diverso: la finanza pubblica italiana non è fuori controllo e l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil al 60% in vent’anni è più realistico da noi che in altri Paesi.  Modiano prende in esame i dati del Fondo Monetario Internazionale, pubblicati nel Fiscal Monitor trimestrale, e della Banca d’Italia (novembre 2011) che riprende a sua volta dati elaborati dalla Commissione Europea. I dati riportati evidenziano che le prospettive di riduzione del nostro debito pubblico, su un orizzonte temporale 2010-2030, sono migliori rispetto a quelle della Francia e, per certi aspetti, anche a quelle della Germania. Una conclusione sorprendente se rapportata ai gridi d’allarme che stampa e tv hanno quotidianamente lanciato nei mesi scorsi.
Scrive Modiano:

Per quanto riguarda il Fondo Monetario, il documento che periodicamente analizza e compara lo stato della finanza pubblica dei diversi Paesi nell’ottica della sostenibilità del debito è il Fiscal Monitor trimestrale, sulla cui scorta gli ispettori del Fondo Monetario verranno in Italia avendo a mente, oltre che l’evidenza delle difficoltà di rifinanziamento dello stock del nostro debito, anche le tavole seguenti. La prima tavola (dal Fiscal Monitor di settembre), qui riportata in originale, è il quadro sinottico dei cosiddetti Fiscal Fundamentals nei principali Paesi. È un quadro di sintesi grafica, nel quale quanto più alti sono gli istogrammi che misurano i diversi indicatori, tanto peggio sta il Paese di riferimento.
Ebbene, l’Italia sta male su tre fronti: ovviamente il debito (121,1% del Pil, secondi dopo il Giappone), ovviamente i fabbisogni finanziari annui lordi (GFN, 22,8%, terzi dopo Usa e Giappone), ovviamente la differenza fra costo del debito e tasso di crescita del Pil (in cui siamo primi). Ma da qui in poi la realtà si dissocia dagli stereotipi, ed è necessario provare a ristabilirla.
L’Italia risulta largamente la più virtuosa per disavanzo pubblico al netto delle componenti cicliche (CAPD, l’Italia è l’unico Paese in surplus); l’Italia risulta il terzo Paese più virtuoso (dopo Giappone e Francia e molto meglio della Germania) per quanto riguarda le pensioni e addirittura il primo in materia di equilibri nella spesa sanitaria (con la Francia e gli Stati Uniti, dopo la recente riforma, a larga distanza). C’è di più.

La seconda tavola, qui sopra riportata in italiano, dà di questo quadro una rappresentazione numerica ancora più sintetica, e ancora più lontana dagli stereotipi e dalle opinioni correnti. Gli uffici del Fondo hanno misurato (in termini “illustrativi”) lo sforzo che ogni Paese deve fare da qui al 2030 per raggiungere un rapporto debito/Pil del 60%, identificato come soglia di sostenibilità di lungo termine. Lo sforzo, che è misurato in termini di punti percentuali di riduzione del disavanzo pubblico annuale rispetto all’anno di partenza necessario per raggiungere l’obiettivo, è tanto maggiore quanto più alti sono i debiti e i deficit di partenza, e quanto meno favorevoli le tendenze demografiche e di crescita economica in campo pensionistico e sanitario, a legislazione data. Ebbene, per raggiungere il 60% del rapporto debito/Pil lo sforzo aggiuntivo dell’Italia rispetto al 2010 consiste nell’aumento di 3,11 punti percentuali dell’avanzo primario da conseguire entro il 2020 e nel mantenimento di tale più elevato livello fino al 2030. Includendo pensioni e sanità, l’Italia deve migliorare di un punto in più, cioè del 4,1%. In base alla prima misura l’impegno dell’Italia è più gravoso di quello della Germania (2,3) ma molto meno di quello della Francia (6,3); includendo sanità e pensioni, l’Italia risulta essere addirittura il paese meno disequilibrato, il più virtuoso, almeno fra quelli di maggiori dimensioni con i quali si confronta, quello con minori oneri di aggiustamento per raggiungere la sostenibilità del debito.
C’è di più: lo sforzo aggiuntivo che dobbiamo fare per raggiungere in vent’anni il 60% di rapporto debito/Pil, è realistico più di quanto non lo sia quello necessario per l’aggiustamento di altri Paesi. L’Italia è uno dei pochi Paesi ad aver già sperimentato avanzi primari di una certa consistenza. Commenta il Fondo: «Beyond the large size of needed adjustment, for several advanced economies the required primary surplus is well above levels they have sustained in the past. In particular, among the advanced economies that will need to run primary surpluses exceeding 4 percent of GDP under the illustrative scenario, only Italy (…) and Ireland (…) have ever run average primary surpluses over a 10-year period that are close to the target in the illustrative scenario». Con ciò affermando – sempre il Fondo Monetario – che un aggiustamento dell’entità descritta sia alla portata dell’Italia più che di altri paesi, che nell’ultimo decennio non sono mai riusciti a portare in surplus i propri saldi primari, mentre l’Italia ha già sfiorato il 4% di surplus primario nel 2002. Fin qui, la diagnosi del Fondo Monetario.
Il giudizio tecnico della Commissione europea è del tutto analogo. Il Rapporto sulla stabilità finanziaria presentato da Banca d’Italia di recente (Novembre 2011) compara tre indici di sostenibilità finanziaria: quello del Fmi già descritto, e due indicatori elaborati appunto dalla Commissione europea, l’uno riferito alla vulnerabilità, e cioè al rischio che un Paese sia colpito da crisi finanziaria e l’altro, analogo a quello del Fondo, relativo all’aumento del rapporto avanzo primario/Pil (rispetto al valore del 2010) necessario, date le proiezioni demografiche e macroeconomiche, «a soddisfare il vincolo di bilancio intertemporale delle Amministrazioni Pubbliche». L’indice di vulnerabilità dell’Italia (nel quale il peso dello stock di debito è determinante) è comprensibilmente elevato, sia pure sotto la soglia critica che «segnala la possibilità di una crisi fiscale»; l’indice di sostenibilità, del tutto in linea con le stime del Fondo, è largamente ai livelli più alti dell’area Euro, con una distanza da Francia e Germania, sotto questo profilo, ancor più accentuata. Come si vede dalla tabella:

Il Rapporto della Commissione Europea sulla Finanza Pubblica nel 2010 afferma del resto con chiarezza che il problema è di debito, e non di deficit tendenziale:«For Italy (…) neither the budgetary position nor the long term cost of ageing are particularly high. However the initial levels of debt give cause for concern. In both Italy and Hungary, rapid budgetary consolidation is required to ensure a steady reduction of the currently very high level of debt, although it will need to be undertaken at a time when it does not adversely affect the recovery from the economic and financial crisis» e riporta calcoli sull’onere di aggiustamento necessario all’Italia per conseguire la sostenibilità del debito del tutto in linea (e su un orizzonte temporale più breve: 2010-2020) con le citate stime del Fondo Monetario.

Sono evidenze e valutazioni importanti, che basterebbero per ribaltare – con la forza delle istituzioni che le certificano – gli stereotipi negativi sull’economia italiana, o meglio sulle tendenze della sua finanza pubblica, che contribuiscono ogni giorno a minarne il merito di credito.
Il fatto è che chi ci ha rappresentato nei primi lunghi mesi della crisi, fino al suo culmine di inizio novembre, non ha avuto la forza e la credibilità per rimontare la china e smontare gli stereotipi, per mettere sul tavolo queste evidenze con energia e autorevolezza sufficiente. Ci siamo così trovati disarmati di fronte ad osservatori e policy makers stranieri, in molti casi non obiettivi e non disinteressati. Tutto questo ha complicato la comprensione della realtà dei fatti e dell’origine dei problemi, e non ha giovato alla saggezza ed efficacia delle terapie, e forse alle stesse aspettative del mercato.

L’analisi, dalle conclusioni ancora attuali, è del dicembre 2011. Ne consegue che l’Italia aveva dei fondamentali solidi già allora, quando il governo Monti si è insediato. Un recente paper della Banca d’Italia conferma queste conclusioni.
La riforma (dolorosa) delle pensioni e quella (simbolica) dell’art.18 non hanno dunque cambiato di una virgola una situazione già sotto controllo. L’unico provvedimento di rilievo sulla finanza pubblica assunto dal governo è stato l’impegno a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013, il quale avrà conseguenze molto negative sul piano della crescita.

Già, la crescita. Esaurito l’esame dell’economia pubblica, le prospettive future dell’economia privata (dove Monti & soci hanno messo le mani solo attraverso provvedimenti di facciata) sono tutt’altro che incoraggianti.
Quasi un anno fa ho provato (senza pretese di completezza) a sintetizzare i mali dell’economia italiana così:

3. La paralisi sul piano politico è tuttavia poca cosa rispetto a quella, ben più invalidante, sul piano economico. Mesi fa, il rapporto After the Crisis: Assessing the Damage in Italy, commissionato dal Fmi, ha rigorosamente dimostrato come l’economia italiana abbia subito delle perdite permanenti nella crescita potenziale dopo la crisi del 1992 e poi dopo quella del 2007. Il calcolo sommario conferma una dinamica che in molti già sospettavano: dopo ogni crisi l’Italia riprende a crescere, ma ogni volta a ritmi più tardi. Nel dettaglio, il nostro Paese è cresciuto in media dello 0,7% trimestrale negli anni Ottanta fino al 1992, quando ha rallentato allo 0,56% dopo la crisi della lira, per poi frenare allo 0,37% dopo la recessione del 2001 e ulteriormente allo 0,28% dopo quella del 2008. Se quella attuale è una ripresa, è a passo di lumaca. E le prospettive future sono poco incoraggianti, se pensiamo che le risorse drenate da qui al 2013 dalle manovre a raffica dell’ultima estate toglieranno linfa ad un sistema già debilitato – col rischio che il bilancio pubblico ne risucchi ulteriori per pagare gli interessi sul debito cresciuti a causa dello spread.
La conclusione del rapporto è scoraggiante: benché uscita quasi indenne dalla crisi bancaria, l’Italia arriverà al 2015 con un Pil inferiore dell’11-15% rispetto a quello che si sarebbe potuto raggiungere senza le parentesi della recessione. E parliamo di danni permanenti, che faranno sentire i loro effetti al di là delle riforme e dei provvedimenti pomposamente annunciati.
Per gli esperti il Paese ha un problema complessivo di produttività. Negli anni precedenti l’ultima recessione, la quantità di lavoro è aumentata, ma il contributo del capitale è rimasto stabile. In altre parole, è caduta la produttività totale dei fattori, la quale non dipende dal lavoro ma dall’innovazione, la burocrazia, la fiscalità e le infrastrutture. Le riforme intervenute negli ultimi vent’anni non hanno fatto quasi nulla per invertire questa rotta, come invece è stato fatto in Germania, al fine di mantenere alta la competitività dei nostri prodotti (in Germania la propensione all’export è al 53%, da noi al 32%). E ora ne paghiamo il prezzo, in una fase congiunturale in cui proprio le esportazioni sarebbero la più valida cinghia di trasmissione per dare impulso ad un’economia stagnante. Col paradossale risultato che l’Italia, pur vantando la seconda industria manifatturiera d’Europa, non riesce ad agganciare la crescita che proviene dai Paesi emergenti, e anzi viene scavalcata da alcuni di questi (Brasile, India, Corea del Sud) proprio nella classifica delle attività industriali.

4. A frenare la crescita è il peso intollerabile di un sistema asfissiante e inefficiente – ma solo per alcuni. Anni di cattiva gestione politica, improntata più al clientelismo che alla tutela del bene comune, hanno quasi incessantemente dilatato, insieme al debito, le forme di privilegio garantite alle più varie corporazioni, a danno del sistema. E la conseguenza di questa prassi di mantenere ampi settori al riparo da ogni stimolo competitivo non può che essere la decrescita, visto che l’intera economia ne paga i costi in termini di performance inadeguata.
Posta così somiglia ad una scoperta dell’acqua calda, ma le cifre al riguardo offrono un’idea di quanto ci costi questa inefficienza. Nella sua ultima relazione da Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha fornito una stima di due piaghe tipiche che affliggono il sistema Italia, l’inefficienza del sistema giudiziario e di quello educativo: ciascuna di esse ci costerebbe l’1% del Pil potenziale. Quasi 30 miliardi di euro in tutto, praticamente una manovra finanziaria.
Poco tuttavia rispetto al lavoro sommerso, che ci costa nove volte tanto: circa 275 miliardi secondo l’Istat, il 17,5% del Pil. Nel 2010 l’evasione media degli italiani si è attestata al 13,5% del reddito dichiarato (2.093 euro a contribuente).
Inefficienza ed evasione hanno un tratto comune con la produttività. E in ciascuno caso l’unica svolta possibile si ottiene solo attraverso l’innovazione. Strumenti come l’informatizzazione e la ricerca, sia nel pubblico che nel privato, sono la chiave per il pronto rilancio dell’economia. Certamente più di opere inutili come la TAV, di licenziamenti più facili, dell’aggiunta di un paio di frasette nella Costituzione.

Condizioni che l’attuale governo governo non ha minimamente ritoccato, se non in peggio – ad esempio aumentando ulteriormente le accise sulla benzina, nonostante si tratti della misura più recessiva che esista.
Ma le pecche non finiscono qui.

E’ una costante di questo Paese che le previsioni del governo (sia questo che il precedente) siano sempre state smentite dalla realtà dei fatti. Con l’aggravante, per l’attuale esecutivo, di essere formato da tecnici, dunque da gente che in teoria dovrebbe capirne più dei politici.
Globalist spiega perché le proiezioni del DEF sono inattendibili:

Nella nota di aggiornamento del DEF presentata dal Governo il 20/09/2012 si prende atto che la riduzione del PIL prevista in -0,4% nei dati che accompagnavano la manovra del “Salva Italia” corretta poi in aprile a -1,2% è divenuta ora di -2,4%.
a) il volume delle esportazioni che ha limitato la caduta del PIL nel 2012 su livelli superiori a quelli complessivamente registrati, è altamente probabile che a causa del rallentamento del ritmo di sviluppo in molti paesi chiave dell’economia mondiale sia destinato a contrarsi in misura significativa nel 2013; la crescita ipotizzata quindi del 2,4% è di assai dubbia attendibilità;
b) la spesa delle famiglie per effetto della crescita della disoccupazione, del restringimento dei redditi disponibili che conseguirà agli ulteriori adempimenti fiscali e all’erosione dell’inflazione diminuirà in misura ben superiore al -0,5% previsto nel documento; pertanto anche questa previsione appare assai carica di addolcimenti;
c) gli investimenti fissi non potranno registrare una variazione incrementale positiva perché mancano le condizioni di base per la loro ripresa: rilancio dei consumi e dell’attività creditizia delle banche; sono destinati pertanto a contrarsi ulteriormente anche dopo il crollo del -8,3% del 2012. Se a queste valutazioni aggiungiamo che:
l’aumento delle sofferenze delle banche, destinate ad aumentare considerevolmente a causa delle oggettive difficoltà di molte imprese a reggere il grave indebolimento del quadro economico-finanziario sotto ogni profilo, a cui si accompagna la sempre più vicina necessità di adeguamento ai nuovi criteri patrimoniali e finanziari di Basilea III, renderà, inevitabilmente, ancora più selettiva l’erogazione del credito, togliendo benzina al motore della crescita;
– le tensioni internazionali in alcune aree critiche e la necessità di riequilibrare il bilancio pubblico americano post elezioni (fiscal cliff) non lasciano intravedere nulla di buono dai venti che potranno formarsi e indirizzarsi verso di noi;
allora appare chiaro che la miscela fatta da una domanda interna ed estera in calo, livelli di fiducia di famiglie e imprese sempre più bassi ed un sistema finanziario in affanno, porterà la recessione del 2013 ancora su livelli elevati; per questo il -0,2% previsto dal documento del MEF non è credibile e con esso tutte le altre previsioni correlate.
Peraltro se, come appare altamente probabile, la Spagna dovesse chiedere gli aiuti al Fondo Salva Stati per sostenere le proprie finanze pubbliche, allora per l’Italia le possibilità di evitare un simile epilogo (che considero devastante, vedi articolo del 11settembre 2012 su Globalist.it) diventeranno assai scarse, soprattutto se il quadro macroeconomico disegnato dal governo si rivelerà non aderente o addirittura lontano dalla realtà.
Un’ultima considerazione: è davvero difficile comprendere come nelle attuali condizioni di mercato possa risultare credibile l’ipotesi di cedere sul mercato beni pubblici per un valore di un punto percentuale di PIL all’anno come confermato nel DEF dopo le dichiarazioni pubbliche del Ministro Grilli (vedi articolo del 13 agosto 2012 su Globalist.it)

Cara “ministra” Fornero e caro presidente Monti, sareste così gentili da chiarirci sotto quale aspetto potete affermare di aver salvato l’Italia?

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Nota di chiusura: compito primario del governo Monti doveva essere quello di abbassare lo spread.
In novembre il differenziale Btp/Bund aveva toccato quota 540 punti, per poi scendere fino a dimezzarsi a 270 il 9 febbraio. In questo Monti non c’entra. Il merito va a Draghi e ai 1000 miliardi che la BCE ha messo a elargito alle banche ad un tasso dell’1%. In tanti si sono lamentati del fatto che tali risorse non sono state poi iniettate nell’economia reale attraverso il credito a famiglie e imprese, per essere invece investiti in titoli di Stato. In realtà era proprio quello il patto non scritto tra BCE e banche.
Lo spread è poi nuovamente sceso nelle scorse settimane, e anche qui la ragione va cercata non in Italia, ma fuori. Come ho spiegato qualche settimana fa, il minore differenziale sui titoli è dovuto al peggioramento del merito creditizio della Germania, non al miglioramento dell’Italia.
In entrambi i casi, il governo Monti non può rivendicare alcun merito.

One thought on “Cari Monti e Fornero, voi tecnici non avete salvato proprio nulla

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