La nuova Libia è una polveriera

Dopo l’assalto di Bengasi, costato la vita all’ambasciatore americano Chis Stevens, il governo libico ha deciso di prendere provvedimenti. Domenica 23 settembre Tripoli ha ordinato a tutti i gruppi armati non ancora affiliati all’esercito di posare le armi entro 48 ore.
Il giorno dopo l’esercito è già intervenuto per sgomberare una caserma occupata da una milizia. Questo venerdì il governo ha annunciato di aver disarmato una decina di milizie. Nello stesso giorno centinaia di libici manifestano per chiedere lo scioglimento delle milizie.

Facendo un salto indietro di due settimane, Cristiano Tinazzi, uno dei pochi corrispondenti italiani sul campo, racconta che l’attacco al consolato americano è solo l’ennesima dimostrazione dell‘instabilità in cui versa il Paese a un anno dalla fine della guerra:

La Libia è rimasta ‘sommersa’ nel panorama informativo, quasi oscurata, nonostante in questi mesi vi siano state crisi regionali (come quella avvenuta nel sud, con i continui scontri tra Toubou e Zwai), un turbolento movimento indipendentista in Cirenaica, la dissacrazione del cimitero di guerra inglese il 4 marzo scorso a Bengasi, una serie di attentati sempre in Cirenaica ad opera del gruppo ‘prigioniero sceicco Omar Abdel Rahman’ tra i quali l’attacco al convoglio dell’ambasciatore britannico l’11 giugno scorso.
Il 6 giugno era stato invece colpito il muro di cinta del consolato americano con un ordigno rudimentale e il 22 maggio un razzo aveva colpito la sede della Croce Rossa. Anche Tripoli non è esente da violenze. Il 19 agosto tre autobomba sono state fatte detonare nel centro della città: due morti e cinque feriti. Il 15 luglio viene rapito il presidente del Comitato olimpico libico, Ahmad Nabil al-Alam, rilasciato poi il 22 dello stesso mese.
In tutto questo periodo decine di persone sono state uccise, sequestrate o detenute in carceri ufficiali o clandestine. Anche molti ufficiali dell’esercito sono colpiti. Sempre a Tripoli il 19 giugno l’aeroporto internazionale era stato chiuso dopo che la milizia di Tarhuna aveva occupato lo scalo (dopo il rapimento e la probabile uccisione del suo leader, Abouajila Al-Habchi, da parte di milizie rivali), innescando uno scontro a fuoco con la milizia di Zintan e con quella dei ‘martiri di Suq al-Jumma’. Anche la tensione su linee di frizione tribali e cittadine in diverse zone del paese è rimasta alta. Sulle montagne, tra la tribù di Zintan e quella dei Mashaha, tra le milizie di Misurata e quelle di Bani Walid; nei pressi del bastione gheddafiano sono stati rapiti due giornalisti di Misurata lo scorso 7 luglio ed è stato sventato un attacco in massa dei misuratini all’ultimo momento. Il 24 agosto vicino Tarhuna è stato circondato un campo di addestramento di sospetti gheddafiani.
Per non parlare degli attacchi ad edifici religiosi (moschee, scuole e cimiteri) sufida parte di gruppi salafiti.

Da segnalare un’analisi dell’ISPI, di cui riporto questo interessante passaggio:

Sul fronte dell’islam radicale c’è chi ricorda la lunga tradizione della “jihad” in Cirenaica. È importante però non invertire il nesso di causa-effetto: l’islamismo radicale in Libia è stato alimentato soprattutto dall’oppressione del regime. Per buona parte dei libici, l’unico modo di dissentire da Gheddafi era quello di aderire o appoggiare Al Qaida. I libici sono stati per anni il secondo maggior gruppo, dopo i sauditi, a combattere sui fronti iracheno e afghano. Sono in particolare città come Derna, in Cirenaica, ad aver alimentato il fronte qaedista. Per esempio, proprio il numero due dell’organizzazione, Abu Yahya al-Libi, era appunto libico ed è stato ucciso da un attacco di droni americani a inizio giugno 2012. Abu Yahya al-Libi, cittadino libico nato nel 1963, era considerato dagli Stati Uniti l’uomo più importante dopo Ayman al-Zawahiri, che dalla morte di Osama bin Laden guida l’organizzazione terroristica. Al-Libi non è stato mai descritto come un grande combattente, ma piuttosto come un ottimo organizzatore e propagandista. Si dice che al-Libi abbia cominciato la sua carriera terroristica negli anni Novanta, quando si è trasferito in Afghanistan. Nel 2002 è stato arrestato dalle forze americane a Bagram, ma dopo soli 3 anni riuscì a fuggire facendo perdere le sue tracce.
Alcuni “allievi” di Abu Yahya al-Libi sono attivi in Libia anche oggi. Sufian bin Qumu, per esempio, che ha lavorato anche a contatto con Osama Bin Laden, prima di essere catturato dagli americani e detenuto a Guantanamo per sei anni, guida una milizia nella zona di Derna che sfoggia la bandiera nera di Al Qaeda ed è stata accusata di violenze. Qumu ha apertamente dichiarato che non intende deporre le armi finché in Libia non sarà instaurato un governo di tipo islamico-talebano. Sempre a Derna e in Cirenaica sono attive formazioni salafite, come il gruppo Ansar al-Sharia, che si rifiutano di riconoscere la legittimità dell’autorità centrale. Bisognerà indagare le responsabilità dell’attacco all’interno di questi gruppi.
Le avvisaglie di un atto simile c’erano tutte, anche se non di tale tragicità e rilevanza. Le elezioni di luglio, che hanno avuto un buon esito, hanno fatto probabilmente abbassare la guardia. I problemi, tuttavia, come avevamo evidenziato, rimanevano tutti. Il mese di agosto lo aveva chiaramente di-mostrato: attacchi di gruppi salafiti agli “eretici” sufi, con la distruzione di diversi santuari; altri attentati a istituzioni libiche addebitati, forse troppo frettolosamente, a ex-gheddafiani.

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