E se gli italiani sapessero che le regioni non “esistono”?

In principio fu la moltiplicazione degli incarichi in Sicilia. Poi fu il turno della spesa sanitaria gonfiata in Lombardia. Ma a far detonare la bomba di “Regionopoli” sono state le peripezie di Batman Fiorito nel Lazio. E da lì, le notizie sugli sprechi delle regioni  Secondo Panorama1.059.321.736 di euro è il costo complessivo delle Regioni italiane per tenere in vita i consigli regionali. Nel dettaglio:

La Valle d’Aosta (15 milioni di euro) Trentino (17 milioni), Friuli (24 milioni), Liguria (31 milioni) Piemonte (81 milioni), Lombardia (75 milioni), Veneto (58 milioni), Emilia (38 milioni), Umbria (23 milioni), Marche (17 milioni), Toscana (32 milioni), Lazio (102 milioni), Abruzzo (32 milioni), Puglia (44 milioni), Campania (89 milioni), Molise (11 milioni), Calabria (77 milioni), Basilicata (23 milioni), Sardegna (85 milioni), Sicilia (175 milioni).

Chi indagare tutti i numeri degli sprechi nel dettaglio può dare un’occhiata (prendo solo tre esempi, ma su Google ne trovate una caterva) a queste lunghe analisi su Oggi e su Politica24, senza dimenticare gli editoriali di Rizzo e Stella sul CorriereIl ripetersi di casi di malcostume se non di malavita non può più essere liquidato come episodico“.
Mele marce a parte, è proprio la spesa regionale ad essere andata fuori controllo. Proprio Rizzo e Stella lo segnalavano già in aprile. Nell’ultimo decennio le Regioni italiane hanno speso 89 miliardi di euro in più. Di questi, oltre la metà sono stati “assorbiti” dalla sanità (49,1 mld). A fronte di un aumento dell’inflazione che nel periodo preso in esame ha toccato il 23,9%, la crescita della spesa è stata del 74,6%. Nel 2010 (ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione) le uscite complessive delle Regioni hanno superato i 208,4 miliardi di euro. A queste cifre se ne sommano altre a dir poco ambigue. Su tutte, quella relativa ai cosiddetti oneri “non classificabili”, per i quali le regioni spendono quasi 40 miliardi all’anno, con un incremento pari al 113,8% rispetto al 2000, cui si aggiungono le spese di amministrazione generale (personale non sanitario, sicurezza e spese di funzionamento) che gravano per circa 12,5 miliardi di euro.

Non è questa l’autonomia che avevano in mente i padri costituenti. A nulla serve, scoprire che le regioni a statuto speciale siano più allegre di quelle a statuto ordinario. La moralità non deve essere mai soggettiva, né tanto meno comparativa. Certo è che l’autonomia deve significare responsabilità, mentre troppo spesso gli enti beneficiari la intendono come l’assenza di qualunque forma di controllo dall’alto. Senza trasparenza ogni spesa è uno spreco.
E non manca chi nel fragore dello scandalo invoca lo scioglimento di tutte le regioni. Sarebbe come amputare un arto solo perché ha subito una frattura. Ma dobbiamo ammettere che le regioni, così come erano state concepite, hanno fallito la missione. Il perché lo spiega questo lucido commento del costituzionalista Michele Ainis sul Corriere:

L’introduzione degli enti regionali costituì la principale novità della Carta del 1947, ma poi venne tenuta a lungo in naftalina, perché la Democrazia cristiana non voleva cedere quote di potere al Partito comunista. Quando tale resistenza fu infine superata – all’alba degli anni Settanta – le Regioni vennero al mondo zoppe, malaticce. Da un lato, il nuovo Stato repubblicano aveva occupato ormai tutti gli spazi; dall’altro lato, i partiti politici avevano occupato lo Stato. Ed erano partiti fortemente accentrati, dove i quadri locali prendevano ordini dall’alto. Le Regioni si connotarono perciò come soggetti sostanzialmente amministrativi, dotati di competenze legislative residuali e senza una reale autonomia.
Poi, nel 2001, grazie alla bacchetta magica del centrosinistra, scocca la riforma del Titolo V; ed è qui che cominciano tutti i nostri guai. Perché dal troppo poco passiamo al troppo e basta; ma evidentemente noi italiani siamo fatti così, detestiamo le mezze misure. E allora scriviamo nella Costituzione che la competenza legislativa generale spetta alle Regioni, dunque il Parlamento può esercitarla soltanto in casi eccezionali. Aggiungiamo, a sprezzo del ridicolo, che lo Stato ha la stessa dignità del Comune di Roccadisotto (articolo 114). Conferiamo alle Regioni il potere di siglare accordi internazionali, con la conseguenza che adesso ogni «governatore» ha il suo consigliere diplomatico, ogni Regione apre uffici di rappresentanza all’estero. Cancelliamo con un tratto di penna l’interesse nazionale come limite alle leggi regionali. E, in conclusione, trasformiamo le Regioni in soggetti politici, ben più potenti dello Stato.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Non solo gli sprechi, i ladrocini, i baccanali. Non solo burocrazie cresciute a dismisura e a loro volta contornate da un rosario di consulte, comitati, consorzi, commissioni, osservatori. Quando il presidente Monti, nel luglio scorso, si mise in testa di chiudere i piccoli ospedali, il ministro Balduzzi obiettò che la competenza tocca alle Regioni, non al governo centrale. Negli stessi giorni la Corte costituzionale (sentenza n. 193 del 2012) ha decretato l’illegittimità della spending review , se orientata a porre misure permanenti sulla finanza regionale. Costituzione alla mano, avevano ragione entrambi, sia la Consulta sia il ministro; ma forse il torto è di questa Costituzione riformata.
La Costituzione ha torto quando converte le Regioni in potentati. Quando ne incoraggia il centralismo a scapito dei municipi. Quando consegna il governo del territorio alle loro mani rapaci, col risultato che il Belpaese è diventato un Paese di cemento. Quando disegna una geografia istituzionale bizantina (sul lavoro, per esempio, detta legge lo Stato, ma i tirocini sono affidati alle Regioni). Quando mantiene in vita anacronismi come le Regioni a statuto speciale. Quando pone sullo stesso piano il ruolo delle Regioni virtuose (per lo più al Nord) e di quelle scellerate (per lo più al Sud). Infine, ha torto quando nega allo Stato il potere di riappropriarsi di ogni competenza, se c’è una crisi, se la crisi esige un’unica tolda di comando.

Ma soprattutto, la Costituzione (e coloro che l’hanno scritta) hanno torto quando hanno elevato ad ente territoriale di governo un’entità – la regione, appunto – che a onor del vero non dovrebbe neppure esistere:

Le Regioni nacquero nel 1864 per iniziativa di Pietro Maestri, geografo del Regno. Egli concepì formalmente un gruppo di entità, denominate “Compartimenti”, allo scopo di raggruppare gli uffici statistici ereditati dagli Stati preunitari.
In pratica erano solo una aggregazione di province per finalità meramente burocratiche. Il progetto di Maestri fu poi implementato da Cesare Correnti nel 1867, il quale suddivise il Regno in 16 regioni, poi aumentate a 18 con l’annessione di Veneto e Friuli Venezia-Giulia in seguito alla Terza guerra d’indipendenza. Il termine “Regione” sarebbe stato adottato a partire dal 1913.
Non solo. Nella sua trattazione, Maestri si affrettò a precisare che tale identificazione serviva unicamente come unioni di province, spiegando chiaramente che in nessun caso poteva essere la base di partenza per la formazione di qualsiasi attore politico sul territorio del Regno. Per applicare un federalismo, concluse, sarebbe stato necessario tutt’altro lavoro, seguendo ripartizioni di tutt’altra forma.
Le Regioni, insomma, sono entità del tutto arbitrarie, sia dal punto di vista geografico che etnico. Nessuna di essa ha dei confini ben definiti a parte Sicilia e Sardegna, i cui contorni sono stati tratteggiati dal mare e non dall’uomo; ma in teoria nulla vieta che i rispettivi territori possano essere suddivisi in più Regioni (soprattutto la Sardegna: chi conosce i sassaresi, ad esempio, saprà che hanno ben poco da spartire con i cagliaritani).
Come si fa a parlare di “popolo” lombardo, campano o calabrese? L’arbitrarietà delle delimitazioni territoriali ha finito per accorpare aree socioculturalmente disomogenee in un’unica Regione e per spezzettarne altre in più Regioni.
Una regione geografica è tale quando presenta un’estensione distinta per proprie caratteristiche geomorfologiche naturali culturali, storiche e linguistiche. Dal punto di vista storico-culturale, ha più senso parlare di Daunia e Salento, piuttosto che della Puglia. Un cittadino di Lecce o Brindisi si offenderà nel sentirsi chiamare pugliese, rimarcando con orgoglio che una volta il Salento era una regione, come poteva esserlo la Romagna e come non lo è mai stata la Lunezia (si veda: http://www.lunezia.com).
Purtroppo, i più hanno una conoscenza vaga e imprecisa, se non proprio nulla, delle regioni geografiche, entità più affini ma celate all’ombra delle Regioni politiche.
La conseguenza più infausta di questa distorsione è l‘uso strumentale che la politica fa delle presunte “identità” regionali. Poiché ogni regione ha (avrebbe) il suo popolo, con tanto di storia, tradizione e cultura, sempre più spesso i Presidenti/Governatori reclamano maggiore peso e autonomia nella propria manovra rispetto al potere centrale. Insomma, chiedono soldi e poteri.
Ma in nome di quale (inesistente) popolo? Di quale (supposta) identità storica?Complice la scarsa coscienza nazionale che ci ritroviamo, molti fanno prima a sentirsi “lombardi” o “siciliani” piuttosto che italiani. E la politica trae ampio profitto dall’esaltazione di questo orgoglio d’appartenenza.

Domanda: alla luce dei recenti scandali, cosa farebbero gli italiani se sapessero se gli unici enti ancora liberi di spendere e spandere a proprio esclusivo piacimento non dovrebbero neppure esistere?
Nulla, come sempre. Proprio perché sono italiani. E perché, prima ancora, sono laziali, lombardi, siciliani, ecc…

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