Russia, monopolio energetico in Europa a rischio

Ricordate quando nel 2007 una bandiera russa venne piantata sui fondali del Polo Nord? Ora Mosca, per riaffermare la propria influenza nella regione artica, si affida addirittura ad una benedizione ortodossa. Secondo il Barents Observer, la Russia vuole che il “Polo sia ortodosso” e, pertanto, lo ha fatto “battezzare” martedì 18 settembre, nel corso di una spedizione organizzata da Russian Arctic e dell’Antarctic Research Institute.
Misura simbolica a cui ne è seguita una più concreta: la progettazione di una nuova nave rompighiaccio a propulsione nucleare per assicurarsi la massima mobilità nella regione.

Per comprendere le ragioni di un gesto a prima vista strampalato dobbiamo fare un salto indietro di alcune settimane.
Per i russi l’Artico presenta grandi potenzialità sul piano energetico. Questo in teoria, perché in pratica lo sfruttamento delle risorse del profondo Nord presenta non difficoltà forse insormontabili. A fine agosto Gazprom ha interrotto i lavori per l’estrazione di gas dallo Shtokman, il giacimento più capiente d’Europa, dopo l’abbandono del progetto da parte del colosso norvegese Statoil e della compagnia francese Total, entrambe partecipanti con una quota del 25%. l’impennata dei costi, il calo della domanda europea e il conveniente shale gas americano hanno indotto la compagnia russa ad accantonare il progettoMosca nega, ma lo stop rappresenta un duro colpo ai suoi piani energetici.
OroNero illustra le ragioni che hanno condotto alla rinuncia:

I costi altissimi, legati al fatto che da scoperta a produzione nell’Artico passano anche 25 anni, l’impossibilità di lavorarci per più di tre mesi l’anno senza mettere a rischio la vita di chi ci lavora e l’integrità delle strutture, e i problemi connessi all’assenza di infrastrutture nell’artico, ha costretto Gazprom a togliere il tappo al progetto Shtokman.
Shtokman era stata scoperta negli anni ’80 quandi l’esplorazione della zona iniziò seriamente. Si tratta di uno dei più grandi giacimenti al mondo in termini di risorse con 3,9 mila miliardi di metri cubi. Il campo è grando più di 1400 km2 a 550 km di distanza dalla peninsula Kola. La prima fase di produzione doveva estrarre 23,7 mld di metri cubi all’anno, un terzo del consumo annuale italiano (BP, 2011). La seconda fase prevedeva 48 mld mc e la terza 71 mld di metri cubi.
La mancata partenza delle operazioni significa che Gazprom ha speso miliardi, non si sa quanti per la sopra citata intrasparenza, nel progetto che però non comincerà a produrre guadagni entro i tempi previsti. Se si tratta di un decennio o due di ritardi non importa, infrastrutture saranno da rimpiazzare, staff da formare, progetti da adattare a nuove condizioni climatiche e a nuove legislazioni.
Gazprom ha continuato a sottovalutare la rivoluzione shale gas negli Stati Uniti, che fa pressione sui prezzi e che potrebbe ridurre la domanda per gas russo. Inevitabile a questo punto che la Russia faccia di tutto per evitare uno sviluppo dello shale in Europa.

Eccoci ad un punto che ci riguarda da vicino. In Europa, quando si parla di shale gas, si parla della Polonia. Paese retto da un governo fortemente europeista e da sempre ostile a Mosca. Invitato all’incontro degli Ambasciatori tedeschi nella giornata di sabato 26 agosto il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha illustrato un piano per aiutare l’Europa ad uscire dalla crisi e rilanciarla a livello globale: riforme politiche riguardanti la Commissione Europea ed il sistema elettorale del Vecchio Comtinente, unione bancaria e finanziaria. E in più un concreto piano di sfruttamento dello shale gas polacco.
La Polonia calcola che le riserve di shale, agli attuali ritmi produttivi, potrebbero fornire gas per i prossimi 360-440 anni e creare 155.000 nuovi posti di lavoro. Già nel 2010 Sikorski dichiarò che nel giro di 10-15 la Polonia sarebbe diventata la nuova Norvegia. Per Varsavia il gas di scisto potrebbe rappresentare una fortuna e per l’europa un’alternativa al monopolio russo. In altre parole, il gas di scisto potrebbe ridefinire l’equilibrio di potere nell’Europa centro-orientale.

Secondo La Voce Arancione:

Oltre che per il sostegno del processo di integrazione europea, la Polonia ricopre un ruolo di primo piano per altri due motivi. Il primo e legato al sostegno fornito al processo di allargamento dell’Unione Europea ad Ucraina, Moldova, Georgia e Bielorussia: Paesi dell’Unione Europea che per motivi geopolitici non appartengono all’UE nonostante culturalmente e storicamente appartengano di diritto all’Europa.
In secondo luogo, Varsavia possiede nel suo territorio un ampio giacimento di gas Shale, il cui sfruttamento consentirebbe all’Unione Europea di soddisfare il suo fabbisogno energetico senza più dipendere dalle forniture della Russia.
Tuttavia, lo sfruttamento dei giacimenti shale e contrastato da due fattori. Il primo e legato alle tecnologie necessarie per l’estrazione di questo tipo di oro blu, ubicato a profonda profondità: necessari sono infatti macchinari provenienti dagli USA – dove lo shale e sfruttato normalmente – molto costosi, e, prima ancora, studi sul campo parecchio approfonditi.
Il secondo fattore contrastante lo sfruttamento del gas shale e legato alla protesta ambientalista, che si oppone ai lavori di ricerca per presunti danni all’equilibrio geologico del Paese in cui e ubicato il giacimento.
Secondo indiscrezioni provenienti da fonti molto accreditate, i movimenti che si schierano contro lo sfruttamento dello shale sono appoggiati politicamente dalla Russia, che mal sopporta la possibilità di perdere il proprio monopolio sulla compravendita di gas in Europa.

Persa la carta artica, con lo sviluppo dell’industria del gas di scisto in Polonia la Russia rischia di veder scemare la sua posizione di forza all’interno del Vecchio Continente. Almeno fino alle prossime contromosse.